Don Primo, don Lorenzo, papa Francesco

26-06-2017 - Notizie

Don Primo, don Lorenzo, papa Francesco

Gesù di Nazareth dice con forza: “Guai a voi ipocriti, maestri della legge e farisei! Voi costruite monumenti per i profeti e decorate le tombe degli uomini giusti e dite: se noi fossimo vissuti ai tempi dei nostri padri non avremmo fatto come loro che hanno ucciso i profeti!” (Vangelo di Matteo). Penso come questo atteggiamento si sia spesso ripetuto nella storia. Mi pare proprio all’opposto la visita che papa Francesco ha vissuto ieri vivrà a Barbiana e a Bozzolo per onorare e indicare alla Chiesa e a tutto il mondo la profezia e l’insegnamento di due profeti e maestri di fede, di cultura, di umanità: don Milani e don Mazzolari, “esempio anche per lui papa”, cosi ha detto. Per tanti, e sono fra questi, un segno sorprendente e commovente che non riguarda il passato, bensì dà forza al presente e prospettiva al futuro. Diversi per origine, luoghi, caratteristiche e insieme uniti dalla passione per il Dio di Gesù e per l’uomo, per i poveri, i deboli, i lontani, gli scartati della storia. L’autenticità del gesto di papa Francesco è proprio questa continuità della fede in Dio e del coinvolgimento con i poveri, sempre presenti nel suo essere papa. Prima  a Bozzolo e poi a Barbiana.

La casa parrocchiale di Barbiana e il piccolo cimitero, rimasti nella loro originarietà ed essenzialità come gli alunni di don Lorenzo hanno deciso, parlano da sé; quei luoghi sono stati segnati dalla profezia che lassù si è attuata e da luogo di emarginazione e di isolamento sono diventati luce sul mondo, guida per molti. Nell’esperienza straordinaria di Barbiana don Lorenzo ha realizzato in modo definitivo la conversione ai poveri, che forse sta all’origine della sua vocazione a vent’anni. Già attuata prima nella decisione della scuola popolare a San Donato di Calenzano frequentata da atei e credenti, comunisti e democristiani perché è fondamentale per tutti la ricerca della verità, della responsabilità personale.

Essere prete nell’essere maestro di quei ragazzi, altrimenti abbandonati, senza autonomia di coscienza, senza libertà, senza parola. A Barbiana giorno dopo giorno questa è stata l’attuazione del Vangelo. Nel vivere questa esperienza guidata da I care, mi sta a cuore, mi coinvolgo, partecipo, non dico mai “me ne frego”, emerge il confronto con il mondo dell’altra scuola delineato in modo netto, lucido, appassionato in Lettera a una professoressa. Nella vita comunitaria di Barbiana si legge la storia attuale e quella del passato ed emerge con forza la questione permanente dell’obbedienza: a chi si ubbidisce e quindi a chi si disubbidisce; che l’obbedienza può diventare una subdola tentazione, che bisogna insegnare ai giovani che sono tutti sovrani cioè liberi e responsabili. Come testimonia Michele Gesualdi, suo alunno, nelle ultime ore di vita don Lorenzo gli confidò che in quella stanza stava avvenendo un miracolo: che “un cammello passa attraverso la cruna dell’ago”, che cioè lui, ricco e privilegiato, si è convertito ai poveri. Papa Francesco a Barbiana  è stato incoraggiato a continuare nel nome del Vangelo a vivere e a proporre la Chiesa povera e dei poveri, in uscita, delle periferie.

 Bozzolo, un centro della pianura padana dove don Primo è sepolto nella chiesa dove è stato parroco. Anche lui ha dato la parola ai poveri, non ha parlato di loro, ma da loro si è lasciato evangelizzare, per il suo essere prete è stato considerato il parroco dei lontani, convinto che “da secoli la cristianità non è rivoluzionaria per mancanza di amore”. Dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale è diventato oppositore a ogni guerra, comunque considerata e definita: “Cadono quindi le distinzioni fra guerre giuste e ingiuste, difensive e preventive, reazionarie e rivoluzionarie. Ogni guerra è fratricidio, oltraggio a Dio e all’uomo. Per questo noi testimonieremo, finché avremo voce, per la pace cristiana. E quando non avremo più voce testimonierà il nostro silenzio o la nostra morte perché noi cristiani crediamo in una rivoluzione che preferisce il morire al far morire”. Il quindicinale “Adesso”, il testo “Non uccidere”, diversi interventi parlati e scritti; perseguitato dal fascismo e per periodi tacitato nella Chiesa.

Ambedue hanno vissuto in continuità la fedeltà alla Chiesa anche quando sono stati colpiti con durezza e hanno sofferto in profondità. A Barbiana papa francesco ha detto in modo esplicito di essere venuto per il riconoscimento richiesto da don Lorenzo e inascoltato di essere rticonosciuto nella sua azione come prete maestro, non isolato stravagante.

Non si sono mai incontrati in vita, fra loro la conoscenza e lo scambio di qualche lettera: don Primo nato nel 1890 e morto nel ‘58 a 68 anni; don Lorenzo nato nel 1923 e morto il 26 giugno 1967, presto saranno 50 anni, a soli 44 anni. Mi chiedo più volte in quante chiese della nostra diocesi si nomini don Primo Mazzolari per proporne l’insegnamento; e altrettanto se, quanto e come avviene per don Lorenzo Milani. Ho l’impressione che questa memoria viva sia rarissima. Avviene altrettanto per papa Francesco, nominato per obbligo e qualche volta per compiacenza formale con le labbra, mentre il cuore è lontano. La coincidenza di queste dimenticanze è per me molto eloquente: sono conseguenza della paura della profezia che scuote, progetta, esige fedeltà al Vangelo e coerenza nell’attuarlo, questa è l’unica strada che può salvare la Chiesa ed essere segno di speranza per l’umanità.                                                                       

                                                                                                         Pierluigi Di Piazza