Grandi Porporati del Novecento

13-08-2017 - Notizie

Grandi Porporati del Novecento

Profili biografici e approfondimenti sulle opere dei presuli Michele Pellegrino, Carlo Maria Martini e Lluís Martínez Sistach

Di Gianfranco Ravasi  Sole24Ore del 6-8-2017 pag.22

 

Spesso, quando indosso l’abito purpureo cardinalizio e i paramenti sacri per le celebrazioni con papa Francesco, il pensiero corre spontaneamente a due scene antitetiche. Da un lato, mi si fanno incontro nella mente le immagini degli imponenti Cardinali che Giacomo Manzù ideò in una serie, a partire dal 1938-39. Impressionanti, infatti, sono quelle figure ieratiche assise, fisse nel bronzo a struttura piramidale il cui vertice è costituito dalla mitra, fasciate nella massa semplice e possente del piviale, assorti in una meditazione mistica, immersi in un orizzonte atemporale. D’altro lato, ecco invece avanzare l’ironica e grottesca sfilata di moda cardinalizia evocata da Fellini in una sequenza per certi versi esilarante del suo film Roma del 1972, quando per altro Paolo VI aveva già di molto semplificato il sontuoso abbigliamento cardinalizio, mozzando ad esempio le lunghe code delle cappe di porpora.

Questa premessa un po’ autobiografica è destinata a far entrare in scena alcune figure di cardinali che attirano l’attenzione anche della cultura contemporanea. Sorti come membri della gerarchia della Chiesa di Roma (non per nulla ognuno di essi è ancor oggi titolare di una chiesa romana, pur essendo vescovo di un’altra città del mondo), i cardinali sono dal 1059 gli elettori esclusivi del papa. Il loro numero fissato nel 1586 da Sisto V in 70, fu ampliato nel 1973 da Paolo VI in 120, fermo restando che costoro, al compimento dell’80° anno d’età, decadono dalla funzione di elettori papali. Attualmente l’intero Collegio cardinalizio – elettori ed emeriti – assomma a poco più di 210. Vorremmo, allora, evocare tra costoro tre personaggi, due del passato recente e uno contemporaneo.

Il primo è Michele Pellegrino, docente di letteratura cristiana antica all’università di Torino, che a sorpresa Paolo VI scelse come arcivescovo del capoluogo piemontese il 18 settembre 1965. La città era allora attraversata da complessi problemi sociali che costringevano questo sacerdote mite, sensibile, aperto, colto a uscire dalle aule accademiche e a entrare nelle piazze col loro groviglio di questioni spesso aspre e persino drammatiche e a farlo dal punto di vista evangelico. Si respirava in quel tempo l’atmosfera conciliare, ma germogliavano anche quelle turbolenze della società e della stessa cultura che sarebbero sfociate nel Sessantotto.

Appare ora un volume che, sulla base degli atti di un convegno dello scorso anno, disegna da angolature diverse il ritratto di questo intellettuale divenuto pastore a tempo pieno, capace di stabilire un rapporto nuovo col mondo operaio, infrangendo un’altra relazione privilegiata della precedente Chiesa torinese, quella con i potentati economici, in particolare la Fiat. Enzo Bianchi della comunità di Bose, personalmente legato a Pellegrino, traccia un profilo illuminante di una vita e di un episcopato capace di intrecciare un’intensa spiritualità e una ricca teologia con le ramificazioni speso contorte della storia e delle vicende terrene. Naturalmente a completare la fisionomia di questo grande cardinale sono necessarie altre voci che si inoltrino nei diversi orizzonti attraversati da una personalità così poliedrica. 

Si presenta, così, un suo lineamento squisitamente accademico e scientifico, abbozzato da Paolo Siniscalco e Clementina Mazzucco, mentre il legame stretto con lo spirito e la dottrina del Concilio Vaticano II è illustrato da Francesco Traniello e da Carlo Ossola; la dimensione pastorale è puntualizzata da Oreste Aime, che rimanda alla fondamentale lettera Camminare insieme (1972), mentre l’afflato profetico che lancia lo sguardo di Pellegrino oltre le contingenze in cui era immerso è delineato da Roberto Repole. Sottoposto ovviamente a critiche da parte di settori economici e politici denudati nei loro interessi nascosti e anche da ambiti ecclesiali conservatori, debilitato fisicamente per il suo incessante impegno pastorale, il cardinale annunciò il 1° gennaio 1977 le sue dimissioni a 73 anni. Nel 1982 un ictus cerebrale lo renderà muto, pur lasciandogli la possibilità della lettura. Ospite da allora del Cottolengo di Torino, si spegnerà il 10 ottobre 1986.

 

Affine a Pellegrino ma certamente più noto e indimenticato è l'altro cardinale a cui rimandiamo: il suo nome genera, infatti, ancor oggi emozione e ascolto, Carlo M. Martini, arcivescovo di Milano. La sua opera di pastore, di intellettuale, di interlocutore con la società, la cultura, persino con l’orizzonte geo-politico ed ecclesiale universale è cristallizzato ora nell’imponente sua bibliografia che spesso altro non è che la redazione esterna dei suoi innumerevoli interventi pubblici e della sua predicazione (egli stesso ironizzava affermando di non aver scritto né letto molti dei suoi libri). Non vogliamo, perciò, riferirci ai suoi testi ininterrottamente riediti, ma a un saggio curioso e fin sorprendente di un ricercatore dell’università statale di Milano, Edoardo Buroni. Con un’impressionante acribia egli studia la lingua dei Discorsi alla Città che ogni anno, in occasione della festa del patrono s. Ambrogio, il cardinale rivolgeva a Milano e alla diocesi ambrosiana, un emblema suggestivo di dialogo tra Chiesa e società, tra Lógos trascendente e pólis immanente, nello spirito dell’“incarnazione” del divino nell’umano, tipico del cristianesimo.
Difficile è rendere conto di questa analisi veramente “filologica” che parte dal cerchio amplissimo dell’oratoria ecclesiale e della sua interlocuzione con la comunità per restringersi alle tecniche testuali e retoriche fino a giungere a un vaglio quasi microscopico di una «lingua cardinale, curiale, aulica, illustre», esaminata non solo nella sua tipologia sintattica e morfologica ma persino nelle sue spie fonetiche e di interpunzione. Alla fine, però, la ricerca si allarga verso un altro cerchio più vasto che vuole individuare in filigrana alle parole martiniane la Parola sacra, in un contrappunto armonico verificato anche in questo caso in modo estremamente minuzioso. «Quelle di Martini – afferma Buroni – sono parole complessivamente chiare, parole prese in considerazione da credenti e non credenti, parole che hanno fatto riflettere e che per la forza ad esse sottesa hanno spesso suscitato reazioni contrastanti... non solo all’interno della città ma anche all’interno della Chiesa e nel dibattito pubblico generale».

 

Concludiamo con una breve incursione nel presente. Scegliamo, tra le tante testimonianze possibili, quella di un cardinale vivente, anche se emerito in quello che fu il suo ministero pastorale, cioè l’essere arcivescovo di Barcellona dal 2004 al 2015. Si tratta del catalano Lluís Martínez Sistach che ha tracciato un bilancio dell’intera sua esperienza attraverso un dialogo col giornalista Jordi Piquer Quintana. Ne risulta un panorama molto suggestivo per almeno due ragioni: da un lato, Barcellona è il vessillo della questione autonomistica della Catalogna che spesso è alla ribalta delle cronache; d’altro lato, siamo di fronte a una metropoli estremamente vivace a livello religioso, sociale e culturale.
Le vie che si diramano in queste pagine diventano, perciò, una sorta di mappa con la quale devono confrontarsi tutte le comunità ecclesiali e civili: pensiamo al tema dell’urbanesimo, del nazionalismo, della secolarizzazione, della crisi della famiglia, dell’impegno caritativo (la “Chiesa samaritana”), del dialogo con i non credenti, della flessione della fede e della morale, dell'arte (chi non conosce il grandioso tempio “Sagrada Familia” di Gaudì?) e così via. Con una convinzione finale: «La cultura cristiana ha un futuro, se non vuole essere oggi una cultura egemone, ma in dialogo con le culture portando la sua ricchezza specifica e arricchendosi con tutto il buono che offrono le altre culture». E con una conclusione provocatoria: «Penso che oggi si parli troppo della Chiesa e poco di Gesù Cristo. Abbiamo sbagliato, e dobbiamo invertire l’ordine».
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Autori Vari, Michele Pellegrino: memoria del futuro , Qiqajon, Bose

 (Biella), pagg. 352, € 25

Edoardo Buroni, Dare a Cesare la Parola di Dio. La lingua dei “Discorsi alla Città” di Carlo Maria Martini , prefazione di Vittorio Coletti, Franco Angeli, Milano, pagg. 254, € 32

Lluís Card. Martínez Sistach, Un cardinale si confessa , Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, pagg. 244, € 15