Ermanno Olmi

07-05-2018 - Notizie

Ermanno Olmi, il regista degli ultimi, cantore del mondo contadino tra gioia di vivere e desiderio di Dio

L’autore bergamasco è morto ad Asiago dove aveva deciso di vivere fin dal ‘59 in una casa un po’ fuori mano verso il monte Zebio a ridosso del bosco di scoiattoli e caprioli

  Corriere della Sera  7 maggio 2018   di Gian Antonio Stella

 

Ermanno Olmi è volato via, lasciandosi dietro una scia di ricordi, di immagini, di amore. Il nonno Anselmo, che «quand’era giovane si arrampicava su su fin sulla cima d’un eucalipto e ondeggiava nel vuoto cantando a squarciagola alla sua Bettina». E la zia stramba che s’era inventata ridendo una preghiera satanella in stretto bergamasco: «Sö ol sòcol / zò ol sòcol / sö ol sòcol / zò ol sòcol », su lo zoccolo, giù lo zoccolo. E lo scolaretto che, dando ragione a Lev Tolstoj e alla sua convinzione sulla purezza della lingua dei bambini («ah, potessi scrivere come loro!») compose un giorno la poesia perfetta: «Niente alberi niente fiori. Niente fiori niente ciliegie. Niente ciliegie niente bambini».

Il grande regista è morto ad Asiago, dove aveva deciso di vivere fin dal ‘59 in una casa un po’ fuori mano verso il monte Zebio, a ridosso del bosco di scoiattoli e caprioli. Era andato lì per lavorare con Mario Rigoni Stern alla sceneggiatura del film Il sergente nella neve che poi non avrebbero più fatto: «A un certo punto, dal basso di una collinetta, sopra un denso strato di nebbia si apre un squarcio di luce, un lucore come d’ incanto — scriverà anni dopo Paolo Di Stefano —, Olmi alza gli occhi, raccoglie un sasso dal selciato, lo tira verso l’alto e lo lascia cadere poco più in là: “Se un giorno mi sposerò e avrò figli, farò la casa lì”. Anche Rigoni si china a prendere una pietra, la butta a pochi metri e dice: “Vegno anca mì, in piassa massa confusiòn”». Troppa confusione. Tanto più per quelli che, teorizzerà l’Ermanno (coinvolgendo nello stesso progetto, in una terza casa, lo sceneggiatore e storico del cinema Tullio Kezich), amano i silenzi: «Che bello se avessimo l’umiltà di accettare il silenzio come la forma più alta di comunicazione. Ci sono silenzi, come dice teologo Raimon Panikkar, che valgono come tutte le parole del mondo».

Il silenzio che sperava di trovare nella grande steppa russa, dove si era incaponito di andare per girare il nuovo film che aveva in mente sulla grande pianista russa Marija Judina e sulla notte in cui Stalin, sentito alla radio il suo «Concerto K 488 di Mozart» fece telefonare per aver subito il disco «ma il disco non esisteva e così, per non urtare il despota, decisero di farlo apposta recuperando nella notte musicisti e maestranze e lavorandoci fino all’alba». Il tiranno, riconoscente, mandò all’artista ventimila rubli. Un’enormità. «La ringrazio — rispose Marija —. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso, La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado». L’Ermanno aveva deciso: «Vado». A 86 anni, malandato, in treno e in camper. In volo no? «Devo sentire l’odore della steppa».

Non ce l’ha fatta. Nato a Bergamo («in un quartiere chiamato Malpensata…») ma cresciuto alla Bovisa e a Treviglio («chiedevo: perché ho i capelli così rossi? “Sei nato sotto a un pomodoro”»), era figlio d’un ferroviere ucciso da una bomba quando lui era ancora ragazzino e di una donna di grande spirito e ironia: «Mi prendeva in giro: “Voglio più bene a te che a una nidiata di topi”». Studente così distratto da lasciare gli studi (si sarebbe rifatto con un po’ di lauree ad honorem) ma lettore onnivoro, cominciò a lavorare da «fornaretto». «Si cominciava a mezzanotte e si finiva a mezzogiorno. Per dodici ore di lavoro mi davano un chilo di pane. Dirlo adesso sembra una miseria. Allora era una grazia della Provvidenza. Ci vuole rispetto, per il pane».

Anche in Torneranno i prati, l’ultimo film sulla Grande Guerra girato in Val Formica nell’inverno 2014 tirando moccoli al mulo che affondava nella neve («Non ci sono più i muli d’una volta! Quelli salivano su coi cannoni. Questi sono cocchi di mamma. Mollaccioni!») c’è un omaggio al cibo della Provvidenza. Il soldatino che prima d’uscire dalla trincea per esporsi alla morte bacia un pezzo di pane e se lo infila nella giubba. Sul cuore. Assunto ventenne alla EdisonVolta, ci restò vent’anni. In gran parte passati all’«organizzazione del tempo libero». Dove cominciò a girare documentari industriali. Via via più belli. Pieni di poesia. Fino al primo film, Il tempo si è fermato. Poi Il posto, dove la parte principale era affidata a Loredana Detto, che sarebbe diventata la compagna di tutta la vita e la madre dei suoi tre figli. Donna bella, minuta e forte. Vicina sempre, fino all’ultimo.

Girò L’albero degli zoccoli, forse il suo capolavoro poetico col quale conquistò Cannes e la fama mondiale, partendo dai racconti che leggeva ai suoi bambini. Parlavano della sua infanzia e «loro ascoltavano queste storie come se appartenessero a un mondo lunare: le veglie nella stalla, il lavoro, il rapporto d’affetto con gli animali. Ne erano estasiati». A chi levava il sopracciglio parlando d’«una operazione nostalgica» diceva che sì, narrando di storie «sue» le accarezzava «con un po’ di «tenerezza» ma «nostalgia non significa rimpianto». Se non per la «profonda solidarietà tra gli uomini» di quel mondo contadino perché, «come diceva Giovanni XXIII, solo i poveri sanno capire i poveri».

Catalogato negli schemini come «regista cattolico», forse per i temi che toccava o le amicizie cui teneva come quella con Giovanni Ravasi, rifiutava l’etichetta: «Ho sempre fatto una gran fatica a credere in Dio. E con Dio ho anche barato, ponendogli delle domande e poi dandomi delle risposte da solo, risposte che erano come quelle dei bambini quando giocano con la propria coscienza. Ma con Gesù non ho mai potuto barare perché, al di là del fatto religioso, la testimonianza di Cristo (non parliamo del Figlio di Dio ma dell’Uomo) non fa che imbarazzarmi continuamente. Non riesco a togliermi dai piedi uno come Gesù Cristo, che ha compiuto dei gesti con cui dobbiamo fare i conti tutta la vita. È la vita che mi aiuta a concepire il desiderio di Dio, perché non potrei neppure concepire Dio se non amassi la vita. La grande gioia della vita umana qual è? Che l’uomo è la sola creatura in grado di stupirsi di fronte alle meraviglie del mondo. La gioia di vivere, questo stupore, ecco cosa mi aiuta a credere in Dio».

Amico del cardinale Martini, al quale dedicò l’ultimo documentario scritto con Marco Garzonio, profondo ammiratore di Papa Francesco, spiegava che se avesse fatto un film su Gesù gli sarebbe piaciuto ispirarsi a don Milani. Che immaginava «un Cristo che per tutto il film non si capisse dove fosse e spingesse lo spettatore a cercarlo per poi trovarlo solo alla fine». Amava Milano ma non la riconosceva più: «Prova a gridare in Piazza del Duomo: “Sono innamorato!”. Ti ignorano». Quando lo colpì il male, quello che Curzio Malaparte chiamava «lo stramaledetto», reagì come meglio poteva. Raccontava della sua locanda preferita e dell’amica Loriana che «quando ha saputo che non potevo esser da lei per l’ultimo dell’anno si è messa a piangere e ha detto: “allora gli mando a casa la gallina bollita”». E poi del mitico Baffo di Cesuna che diceva sempre «fin che c’è vita c’è vacanza» e fece stampare il proprio necrologio «Non potendo partecipare personalmente al mio funerale…». E del vecchio Toni Lunardi, detto «Toni mato», che «sapeva sì e no leggere e scrivere ma aveva una capacità omerica di narrare storie fantastiche». E di un viaggio aereo di Ignazio Buttitta rotto da grandi risate: «Era Buttitta che parlava con un mongolo. Lui parlava solo siciliano, l’altro solo mongolo. E si divertivano da matti. Non è la squalifica della parola: è riconoscere che la parola ha dei limiti. E oltre questi limiti c’è la poesia».

Era un uomo buono. Gentile. Che si faceva voler bene. Quando sentì avvicinarsi la fine e arrivò l’inverno, confidò: «Sento scorrere dentro la mia vita. Ma sono sereno». Sperava di andarsene come ne La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth: «Voglia Dio concedere a tutti noi, a noi bevitori, una morte tanto lieve e bella». Non gli è stato concesso. Dopo mesi spossanti di flebo e sospiri, all’arrivo della primavera quando i pascoli asiaghesi cominciano a vestirsi di giallo, era riuscito a farsi portare sul terrazzo dietro casa. Voleva vedere se dal boschetto sarebbe sbucato a cercarlo, zampettando sulla staccionata, il solito scoiattolino. Mancherà anche a lui.