PECCATO NON E ROMPERE UNA NORMA MA NON AMARE

04-02-2017 - Preghiere poesie

 

PECCATO NON E ROMPERE UNA NORMA MA NON MARE

Intervista al nuovo superiore dei Gesuiti padre Arturo Sosa

 

Luna piena su Castel sant’Angelo, cupolone illuminato. La foto di rito per il generale dei gesuiti è sul terrazzo che domina piazza san Pietro. Serata gelida, il 30mo successore di sant’Ignazio è ospite cordiale e non si sottrae a “sforare” l’ora ritagliata tra mille impegni. Eletto il 14 ottobre, padre Arturo Sosa è nato in Venezuela il 12 novembre del ’48. Il 24 dello stesso mese un colpo di stato depose il primo presidente scelto democraticamente. Il padre di Sosa, economista e avvocato, contribuì a ricostruire il paese.

 

Famiglia numerosa, sei fratelli, la mamma 92enne che l’aspetta per le feste, padre Arturo ha respirato in casa e nel collegio dei gesuiti l’urgenza di studiare, formarsi per capire la realtà e fare qualcosa per aiutare il proprio paese. La Compagnia per lui diventa la strada che risponde a queste domande.


Nell’ufficio al terzo piano della Curia Generalizia, a borgo Santo Spirito, un’immagine della madonna di Guadalupe (“nel giorno della sua festa, il 12 dicembre, si sono sposati i miei genitori, sono stato battezzato e ho dato gli ultimi voti in Compagnia) e un piccolo crocifisso, dono del padre prima di entrare in Compagnia, acquistato in Grecia durante un viaggio di famiglia in Europa: “Da un lato c’è la croce e dall’altro l’immagine della Madonna, lo porto dappertutto”.

 

Dopo la saggezza nutrita dall’Oriente di Adolfo Nicolás, generale spagnolo vissuto per oltre 30 anni in Giappone, i 215 gesuiti riuniti a Roma dal 2 ottobre al 12 novembre per la loro 36ª Congregazione (cioè il Capitolo generale), hanno scelto la guida di questo gesuita latinoamericano, esperto in politiche e scienze sociali e buon conoscitore della Compagnia, avendo guidato negli ultimi anni le case internazionali di Roma. Padre Sosa - primo generale non europeo, con il primo papa gesuita – ha il compito di guidare l’Ordine religioso più numeroso al mondo che conta 16.740 gesuiti (12 mila presbiteri, 1.300 fratelli, 2.700 scolastici e 753 novizi).

 

 

Padre Arturo, ogni Congregazione ha avuto il suo tratto distintivo. Qual è quello di questa 36ma che l’ha eletta?

 

La consapevolezza che la riconciliazione è il modo di promuovere la giustizia a partire dalla fede, per dare un contributo necessario alla trasformazione del mondo, alla costruzione della pace nella casa comune. Un altro tratto è l’immagine dei gesuiti come gruppo che delibera in comune: deriva dai primi padri, quando da Parigi si spostarono a Venezia e cominciarono a cercare di capire cosa fare, visto che non potevano andare in Terra santa.

 

 

Pochi e corposi decreti: missione, governance e apostolato nelle zone di guerra. Quali i punti più importanti?

 

Abbiamo voluto sottolineare che non c’è missione senza missionario, la missione non è una cosa astratta, è strettamente legata alla vita di chi la svolge. Il vangelo di Marco dice che Gesù ha scelto i Dodici perché “stessero con Lui e per inviarli a predicare”. Due dimensioni che sono parte della nostra vita: non c’è missione se non si sviluppa questa amicizia profonda con il Signore, che richiede ore di preghiera, di contemplazione. Negli Esercizi (l’opera principale scritta da sant’Ignazio di Loyola, fondatore dell’Ordine, e alla base della spiritualità e formazione ignaziana, ndr) Ignazio dice che l’amore è più nelle opere che nelle parole. La contemplazione del Signore ci aiuta a capire il suo modo di agire e ad imitarlo. Dopo siamo chiamati a costruire una vita fraterna in comunità.

 

 

Nella prima intervista a padre Spadaro Francesco sottolineava proprio la difficoltà delle comunità religiose a vivere le relazioni tra fratelli.

 

Fare comunità è parte della missione: occorre diventare comunità fraterne, vicine ai poveri, che si nutrono dell’Eucaristia, condividono le responsabilità quotidiane, come cucinare amministrare pulire la casa. Dobbiamo cercare di essere amici nel Signore e amici tra di noi.

 

 

Su cosa lavorare di più?

 

Su tutto. Siamo personalità molto forti, veniamo da situazioni, famiglie, culture diverse. Il vangelo di Giovanni, nel prologo, dice che bisogna diventare figli e fratelli non nella carne e nel sangue ma nello spirito. Per questo è importante l’Eucarestia e condividere la stessa spiritualità. Non è facile perché non si vive tutto il tempo con le stesse persone, non si sceglie con chi fare comunità… occorre conoscenza, pazienza, capacità di ascolto, trovare punti comuni. E farlo con gioia, perché, come dice il Papa, non è un sacrificio. Un vecchio gesuita venezuelano che ho amato molto, padre Leocadio Jimenéz, diceva “siamo entrati in Compagnia per amarci gli uni gli altri”. Se non siamo capaci di amarci tra di noi, non possiamo predicare il vangelo di Gesù.

 

 

Nel suo discorso alla congregazione Francesco diceva: “Camminando” e “progredendo” nella sequela del Signore, la Compagnia va armonizzando le tensioni che inevitabilmente la diversità di persone che convoca e le missioni che riceve contengono e producono”: il tema del conflitto come viene elaborato dalla Compagnia?

 

La vera comunione viene dal riconoscimento delle differenze e dei conflitti. La nostra vita, personale e della comunità, è come la parabola sulla zizzania e il grano: ci sono semi diversi, non bisogna toglierli prima che siano maturi, perché si possono confondere, perciò dobbiamo sviluppare una capacità di discernimento. Questo è il conflitto: Ignazio insiste sul fatto che la persona si deve esaminare continuamente, per discernere i suoi sentimenti. Così come bisogno andare a fondo nel conoscere la storia, per capire cosa succede. Il conflitto è il punto di partenza della vita umana, ma anche della vita spirituale. Discernere non è mai facile, bisogna guardare a Gesù, che è andato in croce come conseguenza del conflitto e la sua soluzione è stata donarsi nell’amore.

 

 

Oggi dov’è che siete chiamati?

 

Il Papa ci ha detto: “Non voglio dirvi dove andare ma come andare”. E le periferie, i poveri sono il punto di vista da cui possiamo capire meglio la realtà, come l’ha capita Gesù, che si è fatto povero tra i poveri. Ci ha anche detto di “andare dove altri non vogliono andare”. E sono tanti i posti, per esempio padre Paolo Bizzeti è andato in Anatolia… mi sono commosso quando ha fatto il giuramento da vescovo alla Congregazione per le Chiese orientali, sulla Bibbia del suo predecessore martire, monsignor Padovese. Questo è il quarto voto, essere a disposizione per andare non dove tu vuoi andare, ma dove la Chiesa, tramite il Papa ritiene che tu debba andare.

 

 

I gesuiti fanno un quarto voto che esprime lo specifico della Compagnia: totale disponibilità a servire la Chiesa dovunque il Papa vi mandi. In passato ci sono stati Pontefici “lontani”, come Clemente XIV che nel 1773 vi ha soppresso. Come va con il Papa gesuita?

 

È una relazione molto fraterna, il Papa è estremamente rispettoso, si fa un lavoro in comune molto gradevole. Ma questa è la Compagnia da 470 anni: siamo a disposizione della Chiesa tramite i desideri del Papa. Che sia vicino, più lontano, indifferente…ancora in vita sant’Ignazio è stato eletto papa Carafa, Paolo IV. Erano in conflitto e Ignazio temeva che la Compagnia sarebbe finita... come è poi successo con Clemente XIV. Certo, quando il Papa è vicino è molto più facile.

 

 

Il Papa la chiama per nome? Vi sentite spesso?

 

Sì, mi chiama Arturo, ci consociamo dalla 33ma Congregazione. Cerco di non chiamarlo troppo, ha tanto da fare. E poi ci sono le occasioni in cui ci si incontra, come l’incontro dei superiori generali…è sempre molto gradevole.

 

 

Ci sono temi “nuovi” su cui state lavorando con particolare attenzione? penso per esempio alla tutela del creato, ai gesuiti canadesi di lingua inglese impegnati nel disinvestimento dai combustibili fossili.

 

Nel campo dell’ecologia si fanno tante esperienze diverse: in Canada,ma anche in India, dove nelle scuole si fa educazione ecologica, in Cambogia, in Africa. Dalle culture locali, che sono più in armonia con l’ambiente, nascono progetti coniugati con la nuova tecnologia. Il Papa ha insistito nel dire che non ci sono crisi diverse- ecologica, politica, economica, sociale - ma è un’unica crisi. Per questo lavoriamo tanto anche nel campo delle scienze sociali. Lo scorso anno, per esempio, abbiamo fatto uno studio per cercare di capire perché la crescita economica non riduce le differenze ma aumenta la distanza tra le classi sociali. Infine anche nel campo teologico ci sono tante cose importanti da capire, tante da ripensare. E adesso, per fortuna, c’è un Papa che spinge in questa direzione. A differenza di altri papi che hanno rallentato questo tipo di ricerca.

 

 

Cos’è la libertà nella Compagnia e per un gesuita?

 

È l’esperienza cristiana, noi siamo dei liberati. Obbedienza e libertà non sono contrapposte. Il principio e fondamento degli esercizi ci dice che l’esperienza dell’amore di Dio ci libera per fare ciò cui l’amore ci spinge. Gli esercizi aiutano a fare questo percorso: noi siamo schiavi dell’odio, che in linguaggio teologico è il peccato. Il peccato non è rompere una norma, il peccato è non amare, amare se stessi invece che Dio e gli altri.

 

 

Il Papa vi ha anche chiesto di essere gioiosi. Che non sembra una vostra caratteristica.

 

Usando un linguaggio ignaziano, il Papa ha parlato della gioia della consolazione, che è l’esperienza di essere in sintonia con lo Spirito, di fare ciò che il Signore vuole. L’immagine che mi viene in mente quando penso alla consolazione è quella di Gesù nell’orto degli ulivi, prima della Passione, dove chiede insistentemente di non bere quel calice e poi finisce la preghiera dicendo ‘non sia fatta la mia ma la tua volontà’. La consolazione è quando fai pure la morte in croce ma con la sensazione di essere contento. Certo, occorre anche manifestare la gioia, “un santo triste è un triste santo” diciamo in spagnolo.

 

 

“Ignazio invitava nel suo tempo ad “agire contro” lo spirito antiecclesiale. Oggi in cosa si manifesta? Cosa pensa delle critiche che arrivano dall’interno al pontificato di Francesco?

 

Uno dei contributi più forti di questo Papa alla Chiesa è la richiesta di esprimere le critiche con libertà. Se riconosciamo il conflitto dobbiamo riconoscere gli spazi per poter esprimere queste opinioni. Meglio esprimerle pubblicamente che alle spalle. Mi sembra che il Papa sia stato molto coraggioso: ‘dite quel che pensato e lo discutiamo’. E se qualcuno la pensa diversamente non si arrabbia, cerca di convincere. Questo vuol dire prendere sul serio la sinodalità della Chiesa, la Chiesa popolo, conciliare…. Anche la Chiesa primitiva era divisa, i conflitti ci sono sempre stati. Il Papa cerca di risolverli non nascondendoli, né imponendo la sua autorità… andiamo avanti a pensare insieme, e fa un passo un più, amiamo insieme ciò che si deve fare.

 

 

Ma tra i suoi detrattori, a suo parere, esiste chi in maniera sistematica mette in discussione il magistero di Francesco?

 

Sì, c’è gente che ha questo programma in mente e lo attua. Gente che non è d’accordo e anche pubblicamente ha detto che il Papa sbaglia. In questi casi bisogna fare appunto il discernimento. Un’altra cosa che bisogna riconoscere è che nella Chiesa, che è santa e peccatrice, ci sono lotte di potere, proprio come in altri contesti. Bisogna fare i conti con queste cose, non essere ingenui. E il Papa non lo è, si muove in tutto questo come faceva Gesù, che sapeva che c’era gente che tramava contro di lui, e lo diceva in faccia.

 

 

Il 10 novembre lei ha partecipato alla presentazione del libro di omelie del cardinal Bergoglio. E si è soffermato su un brano che parla della riforma liturgica. Cosa pensa dei nostalgici del rito tridentino?

 

Non vorrei ferire la sensibilità di nessuno, ma non si può fare della liturgia un museo. La liturgia è un linguaggio con cui comunichiamo il nostro modo di celebrare l’Eucarestia, la relazione con il Signore. Posso rispettare che ad alcuni piaccia quel tipo di liturgia, avranno la loro sensibilità spirituale che si esprime così, come nelle Chiese orientali che hanno riti molto antichi, con un senso spirituale profondo. Quello che non è cristiano è cercare di imporre, dire che si deve riformare la riforma per imporre a tutti quello stile. Questo era il brano che commentavo. La Compagnia di Gesù ha avuto problemi non da adesso con questo tema, penso ai riti cinesi e ai malabarici in India. L’intuizione - la preghiera passa attraverso la vita di una cultura-, fu fermata da Roma. È il contrario di ciò che pensa il Papa ed è il senso profondo della riforma del Vaticano II. Certo, non vuol dire che ognuno fa come gli pare, perché c’è anche un linguaggio comune. È la sfida della Chiesa: come fare delle diversità un modo di arricchire e non di rompere l’unità. Il Papa usa l’immagine del poliedro: la diversità arricchisce l’unità quando siamo capaci di rallegrarci e di imparare dalla diversità dell’altro. La liturgia può essere un punto critico. Per tante comunità latinoamericane che conosco sarebbe impossibile celebrare nel rito tridentino, non sarebbe una messa, ma un’altra cosa. E viceversa per chi è abituato al tridentino. Il punto è riconoscere che ognuno esprime la stessa fede, ma in modi diversi.

 

 

Le donne e la Compagnia. Perché Ignazio non volle un ramo di “compagne”? Cosa si aspetta dalla Commissione sul diaconato femminile?

 

Era in un contesto diverso dall’attuale, Ignazio ha sempre pensato la Compagnia legata al ministero sacerdotale. Oggi la missione della Compagnia e della Chiesa è impossibile senza le donne. Nelle opere apostoliche, dappertutto, abbiamo tante donne, alcune dirigono gli esercizi meglio dei gesuiti. Le vocazioni sono diverse, si può avere la chiamata a questa missione come gesuiti, come donna, come laico. E’ parte dell’arricchimento. I tempi cambiano rapidamente, la Chiesa fa fatica, come d’altra parte la stessa società, ma è un processo che andrà avanti. Dalla Commissione sul diaconato mi aspetto che porti il tema alla luce. E’ un tema conflittuale e bisogna metterlo sul tavolo e discuterlo. Forse non ci sarà domani l’ordinazione della diaconesse, ma almeno diciamo perché.

 

 

Lei è uno studioso dei movimenti socio-politici. Cosa l’ha più colpita nei discorsi che il Papa ha fatto ai Movimenti popolari, tra i quali sono presenti molti gruppi legati alla Compagnia? E’ possibile leggere una sorta di mandato?

 

Più che come mandato mi sembra un accompagnamento. I tre discorsi del Papa sono molto legati alla sua storia personale in America latina, dove i movimenti popolari sono molto sono forti. Francesco, con tanti altri, ha imparato ad accompagnarli. E’ la ‘Chiesa in uscita’, che non pensa a se stessa, ma accompagna, cristiani e non cristiani, per migliorare il mondo. Anche questa è una conseguenza del Vaticano II: una Chiesa che accompagna il popolo, nelle cose di fede ma anche in altri problemi. Per noi gesuiti, che ci siamo dentro, è il tema della fede che provoca la giustizia: noi non facciamo la giustizia ma accompagniamo i processi insieme ad altri.

 

 

Durante il generalato di padre Pedro Arrupe, nel 1974, la 32ª Congregazione, tra molte tensioni, approfondì il rapporto tra fede e giustizia. Quell’evento come ha segnato la sua esperienza personale?

 

L’ho vissuta con grande gioia, nel senso della consolazione. Studiavo teologia ai tempi della Congregazione 32ma, che però ha delle radici importanti per noi latinoamericani e per tutta la Compagnia: la conferenza di Medellin, nel 1968, e la lettera che in quello stesso anno padre Arrupe ha scritto sui temi sociali, spingendo tanti gesuiti a cercar di capire cosa significa questo impegno nel sociale per la giustizia. Quando la 32ma congregazione ha fatto quella bellissima formulazione, ‘servizio per la fede e promozione della giustizia’, per noi è stata una grande gioia. Una conferma del Concilio Vaticano II e dell’impegno di tanti cristiani, gesuiti e altri, in questa direzione. Tutta la mia vita nella Compagnia è stata segnata da questi temi.

 

 

Lei si è formato negli anni della teologia della liberazione. Come la rilegge?

 

Non la rileggo, la leggo. Cerco di farla. Non è un episodio, ma è un modo di fare teologia che ancora seguiamo. Alcuni pensano alla teologia della liberazione come se fosse un episodio, legata a un conflitto e collegata con l’analisi marxista.
Questa è stata una parte necessaria del dibattito, che in quel momento, negli anni ’70, andava fatto. Ma quando papa Francesco parla di periferia e frontiere fa riferimento all’intuizione più forte della teologia della liberazione, al luogo teologico dove si fa teologia. È il movimento di incarnazione del Vangelo. Se non siamo alla periferia, se non guardiamo con gli occhi dei poveri, non facciamo una teologia evangelica che liberi gli oppressi. Nessuno è povero per una scelta libera. Da lì parte il movimento della giustizia che è di liberazione, per arrivare alla libertà di tutti, non per far vincere un gruppo contro gli altri.

 

 

La vittoria di Trump negli Usa, il crescere di movimenti populisti e di estrema destra in Europa..che lettura dà della situazione geopolitica attuale?

 

Ciò che mi risulta più preoccupante è la personalizzazione della leadership politica. Non sono più movimenti o partiti organizzati con una teoria politica, rivoluzionaria o no, ma sono persone. Mi sembra sia un passo indietro pericoloso perché dal personalismo, in modo più nascosto, si passa ai regimi dittatoriali, a regimi di oppressione, dittature, dove c’è poco spazio per la libertà e i movimenti. Per noi gesuiti, per la Chiesa, una delle grandi sfide è come promuovere la politicizzazione della società.

 

 

Più politica?

 

Certo, il modo di risolvere i conflitti umani è la politica, altrimenti si segue la via dell’oppressione, della guerra. Più politica vuol dire più spazi perché la gente possa decidere democraticamente, ascoltare e prendere decisioni. La regola d’oro è la maggioranza con il rispetto della minoranza. Ma tutti devono andare al di là dei loro interessi personali, per trovare un punto di incontro. Anche su questo lavoriamo nelle nostre scuole, nei corsi di formazione, nei diversi campi di apostolato.

 

 

Ci fa un esempio?

 

Ricordo che abbiamo fatto una ricerca sulla violenza alla frontiera tra Colombia e Venezuela. Pensavamo venisse fuori il tema della guerra, del narcotraffico, e invece abbiamo scoperto che la gente soffre di più per la violenza all’interno della famiglia. Se in casa i conflitti si risolvono con la violenza, se un genitore non spiega a un bambino perché si fanno le cose, ma semplicemente impone il suo ruolo sta formando una condotta. E lo stesso in parrocchia il parroco, o il vescovo, o il Papa… Se nelle piccole comunità è questo il modo di agire è impossibile che la società sia democratica.

 

 

Lei vive a Roma da tre anni. E qui in passato ha studiato teologia. In quegli anni ha conosciuto la comunità di base guidata da dom Franzoni. Cosa ricorda di quel tempo?

 

Ho frequentato la comunità di san Paolo dal 74 al 77. Ero in un collegio internazionale e quindi ho conosciuto l’Italia attraverso questa comunità, ancora conservo delle amicizie di quell’epoca. Il modo di celebrare l’eucarestia in questa comunità era veramente vivo, la domenica partecipavo lì alla messa. Ricordo che c’era un circolo di studi biblici e per tre anni abbiamo letto il vangelo di Giovanni, in modo vivo a approfondito. Studiavo di più per andare alla riunione settimanale, che per gli esami in Gregoriana. Spesso venivano ospiti dall’esterno. Eravamo una ventina di persone, e, come in molte comunità dell’America latina, si faceva un’esegesi che partiva dalla vita delle persone. Lì ho imparato cose complementari a quelle apprese a scuola.

 

 

E Roma?

 

E’ sempre bella, ma ho percepito un calo nei servizi. Vado a piedi, ma i trasporti sono peggiorati. E’ il tema della politica: anche Roma è stata vittime di fazioni che cercano il proprio interesse e non quello della città.

 

 

 

(articolo tratto da www.famigliacristiana.it)