Convegno della Caritas a Colle don Bosco 29 maggio 2010 : don Giovanni Perini

09-07-2010 - Attività

 Colle don Bosco 29 maggio 2010

 

Animare a stili di vita coerenti e alla condivisione in questo tempo di crisi: perchè tocca alle caritas parrocchiali?

 

Il libro dell'Apocalisse ci fa partecipare, nei primi capitoli, ad una liturgia, nella quale le chiese raccolte in preghiera e riflessione ascoltano le parole del Cristo. Sotto forma di lettere inviate alle chiese, il Risorto parla loro, denunciandone i limiti, riconoscendone la fedeltà e prospettando un futuro.

Affronto il tema di quest'anno desumendo dall'Apocalisse lo schema e riflettendo sul titolo secondo quest'ordine:

1. Tempo di crisi (verifica)

2. Perchè tocca alle caritas parrocchiali animare a stili di vita coerenti e alla condivisione (consapevolezza)

3. cosa intendere per stili di vita (prospettive)

 

1. Tempo di crisi

L'aspetto finanziario-economico della crisi ha attirato su di sè tutta l'attenzione, lasciando in ombra altre importanti domande: la crisi finanziaria è causa o conseguenza di altre crisi? La crisi finanziaria è molto visibile, ma è davvero l'aspetto peggiore del momento che stiamo vivendo? La concentrazione sull'aspetto finanziario non porta a sottovalutare altri rischi?

Ma andiamo per ordine e cominciamo a riflettere sul senso di "crisi". Cosa è una crisi?

Potremmo adottare questa descrizione: una crisi si verifica quando situazioni inattese e non previste, personali o collettive, ci sbarrano la strada, ci mandano in confusione e oscurano la prospettiva di soluzione perchè gli strumenti consueti di concetto e di azione che abbiamo non sono adatti ad affrontare la nuova realtà. Questa situazione è perfettamente descritta dal profeta Geremia 14,18: "Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare".

Ma il senso di attonimento, di estraniamento non può farci dimenticare che nel concetto di crisi si annidano altri due significati, per noi più importanti.

Il primo significato ci rimanda all'atto del giudizio. Si tratta cioè di fare una valutazione, di capire la storia, di soppesare e concatenare le vicende, di mettere in evidenza un atto di logica: se è così, se siamo a questo punto (analisi) allora...che cosa è successo e dove stiamo andando?, se un certo percorso che sottomettiamo a "giudizio" ci ha condotti in questa situazione, allora quale può essere la strada per uscirne...?

Il secondo significato è la conseguenza del primo: si tratta della decisione: crisi è uscire dall'indecisione, è fare un passo oltre, è modificare, se occorre, la direzione di marcia, è in definitiva assumersi la propria responsabilità, rischi compresi.

La crisi ha dunque queste tre dimensioni: siamo colti impreparati da nuove situazioni che ci mandano in confusione, cerchiamo di capire e valutare cosa sta capitando e infine prendiamo delle decisioni adeguate.

Ho parlato di situazioni inattese e non previste. Ma ci dobbiamo fare una domanda per non dare nulla di scontato anche di ciò che pensiamo. E' proprio vero che non si poteva prevedere nulla di ciò che ci è successo o si è mancato di farlo? Non si è avuto discernimento, si è peccato di superficialità, ci si è semplicemente uniti all'allegra brigata?

E noi cristiani non abbiamo una grossa parte di responsabilità in tutto questo, noi cui il vangelo chiede vigilanza, noi che abbiamo il dovere evangelico di scrutare i segni dei tempi e siamo chiamati a non conformarci agli stili di questo mondo?

Di che cosa dovevamo accorgerci?

Del fatto che la nostra società stava cambiando in fretta e stava vivendo al di sopra delle sue possibilità? Del fatto che i paesi poveri sono venuti a riscuotere la loro parte di beni? o del fatto che noi europei eravamo un'isola felice e beatamente instupidita dentro un mondo (vuol dire miliardi di essere umani) fatto di tragedie, di bambini morti di fame, di malattia, di morti ammazzati giustificati sventagliando tutte le ragioni più irragionevoli, di continue violazioni dei diritti fondamentali, di silenzi colpevoli per rimanere politically correct? O dovevamo renderci conto delle menzognere volontà dei politici occidentali di voler aiutare il terzo mondo, con nuove forme di violenza e sfruttamento, come certi aiuti internazionali, come le promesse di dare quote per i paesi poveri, come l'allungare le mani sulle residue fonti energetiche, come l'esportazione di lavoro all'estero dove gli operai possono essere retribuiti con poco o niente.

O ancora dovevamo vedere l'assolutizzazione inarrestabile del guadagno e del denaro, della mania di possedere, prendendo a modello i grandi del mondo che hanno cercato di abbagliarci in tutti i modi con l'esposizione del loro potere, dovevamo vedere la corsa a giocare a vincere, a mostrarsi, dovevamo vedere  e sopportare lo scandalo di denaro pubblico butatto in giochi televisivi, in infinità di lotterie che sono uno specchietto per allodole, in trasmissioni molto seguite dove si va in isole a giocare a fare i poveri naufraghi insultando quelli che lo sono per davvero? Quanti di noi hanno levato la voce per denunciare i guadagni da capogiro di giocatori, attori, cantanti, manager, noi che intascando 800-1000 euro al mese li andiamo ad applaudire? Oppure perchè non ci siamo mai ribellati all'usura dell'onestà a tutti i livelli, accettando l'idea stessa che la corruzione potesse essere ripagata con l'efficienza degli interventi? L'emergenza vera della nostra società è la diffusione dell'arraffamento, del prendere più che si può, dell'usare la posizione politica per fare affari sempre più sfacciati. E noi abbiamo taciuto.

Vogliamo spostare il nostro sguardo verso le politiche di smatellamento dello stato sociale, di servizi sempre più ridotti? Non ci siamo mai chiesti come mai il cittadino è continuamente sollecitatato a contribuire per la ricerca sulle malattie, dal cancro alle leucemie, dalle distrofie all'HIV, come si chieda denaro al cittadino per la ricerca scientifica, per la conservazione dei beni, per la tutela dell'ambiente, per il patrimonio artistico e per mille altre necessità? Ma non ci pare che qualcosa non funzioni se si deve pagare tutto doppio? Una volta con le tasse e un'altra con le donazioni?

Non dovevamo essere messi all'erta dal crescere di una cultura dell'esclusione, di prodromi di caccia allo straniero, di colpevolizzazione di chi non ha niente, neanche i documenti, di difesa dell'italianità inesistente, di ambigui discorsi sulla sicurezza, di campi smantellati, di fenomeni di xenofobia, soprattutto noi i "cattolici", i fratelli di ogni uomo, i figli del Dio di tutti?

E dentro la chiesa, non dovevamo vedere la progressiva corrosione del concilio, della sua memoria, delle sue indicazioni. Non è necessario negarlo, denigrarlo, tagliarne via pezzi, basta non fare niente, basta tacere, basta non educare alla sfida della storia, basta acconsentire sempre e comunque, basta non partecipare, basta lasciare agli altri, basta continuare a citarlo, ma non operare quello che ha richiesto: partecipazione, condivisione, collaborazione, comunionalità, dialogo a tutto campo, ricerca della pace, centralità di Gesù Cristo e del suo vangelo?

Chi non vede il rafforzarsi del centralismo romano contro la dignità della chiesa locale, il riconsolidarsi del decisionismo curiale contro la figura dei vescovi, l'insorgere dell'autoritarismo camuffato da benevolenza, dallo spazio dato e dalla legittimazione della nostalgia di altri tempi? Non è una critica è un'autocritica, perchè io, noi siamo chiesa e stiamo accettando tutto questo.

Ma ora arriviamo alla radice della crisi: come in tanti concordano, essa risiede in un cambiamento, in un decadimento della concezione e del valore dell'uomo e in un disfacimento della capacità di relazione. Gli studiosi ci dicono che è una crisi antropologica e di civiltà.

Non  è sotto i nostri occhi la contraddizione tra il moltiplicarsi delle affermazioni, delle giornate mondiali su diritti, dignità, centralità della persona e contemporaneamente il moltiplicarsi di atti, gesti, azioni di violenza, di morte, di emarginazione, di sfruttamento quotidiani? Non è ormai da molto che ci accorgiamo della perdita del concetto di prossimo, di vicino, di vicinato, di convivenza, di rispetto a favore di atteggiamenti di disprezzo, indifferenza, di lotta tra poveri, di esibizione di liti e contrapposizioni, che se portate sullo schermo hanno un successo altissimo?

Per noi cristiani questo equivale al riconoscimento della nostra incapacità o della nostra disattenzione (e Dio voglia sia solo questo) a creare rapporti, a costruire comunità, a collaborare superando i nostri piccoli, fisicamente e mentalmente, confini e spazi? Ma dove è il fremito dell'incontro con l'altro che mi rivela il volto di Dio? Dove è la verità delle nostre affermazioni sulla fraternità, la pace, il perdono, sull'essere un corpo solo, un popolo in cammino, una eucaristia vivente? Ma non vi pare che sarebbe ora di smettere di mentire a noi stessi e agli altri?

"Se non ti convertirai verrò da te e toglierò il tuo candelabro dal suo posto". Così dice il Cristo alla chiesa di Efeso e così continua a ripetere alla sua chiesa di oggi.

 

2. Perchè tocca alle caritas parrocchiali?

Verrebbe da rispondere, parafrasando un altro detto, se non a noi della caritas a chi?

E' alla caritas che ufficialmente e pastoralmente è stato affidato il compito di trasportare nel territorio la funzione prevalentemente pedagogica che ad altri livelli hanno sia la caritas nazionale che le caritas diocesane. E' questo il filo rosso, o meglio la spina dorsale che lega i tre livelli territoriali di caritas. Cercando di evitare la presunzione, per analogia, potremmo dire che se non si cambiano gli otri delle vecchie maniere di fare la carità (solo perchè non più in sintonia con i tempi) non si può contenere il vino nuovo dello specifico di caritas. Rischiamo anche noi come tutte le altre strutture e istitruzioni di forgiare un bellissimo linguaggio, ma di non misurarlo mai con la realtà. Noi parliamo di educazione alla carità, di animazione delle comunità, di ricaduta pastorale delle nostre attività, abbiamo coniato la ricca espressione di opere segno, proprio per differenziarle dalla innumerevole quantità di opere buone che sorgono nelle nostre città e paesi, ma in realtà dobbiamo confessare la fatica del pensare il nuovo, la difficoltà di fermarci intorno a un tavolo a confrontarci. Ci pare di perdere tempo, ci sembra che ci sia sempre altro di più urgente da fare, ci sembra di annoiarci, di sprecare le nostre risorse. Eppure come fare a introdurre nuovo ossigeno, come fare a rispondere in modo adeguato alle sfide del nostro tempo, come fare a porre come priorità assoluta, come chiodo fisso, come mania spirituale l'idea e l'azione del riscatto, del fare uscire, del riconsegnare alla propria autonomia le persone che si rivolgono ai nostri servizi?

Ma se non a noi a chi tocca?

A chi tocca avere uno sguardo ampio sulla realtà e sulla chiesa, a chi tocca abitare i luoghi di confine, a chi tocca aprire strade inusitate, a chi spetta attuare quella che Paolo VI chiamava la civiltà dell'amore? A chi tocca basare il fare la carità sul fare fraternità, come a san Benedetto del Tronto ci ricordava mons. Brambilla, dicendoci che il segno della carità è la crescita della fraternità?

Certo sta in piedi l'obiezione che questi atteggiamenti sono o dovrebbero essere tipici del cristiano in quanto tale e infatti noi non li rivendichiamo come propri ed esclusivi delle caritas, ma ci riguardano come quella vocazione e quel ministero che dentro la chiesa e il mondo ci è stato consegnato. Qualcuno deve cominciare. Le coscienze non sbocciano mai tutte insieme. Sta a chi capisce per primo ad agire per primo. E allora se non a noi, a chi tocca?

Chi ha il compito, se non noi, di far udire dentro le comunità cristiane, a volte troppo intente a se stesse o troppo prese a leccarsi le ferite o a lamentarsi del tristi tempi che ci tocca vivere, o ancora indifferenti alle vicende e alla storia che la chiesa è per il mondo, è per gli uomini, che la chiesa è se stessa nella misura in cui si incarna dentro le povertà, non badando se si sporca il vestito  o si impolvera le scarpe, che attua la sua missione se si fa vicina, compagna, solidale, se si mette all'ultimo posto della fila, ultima degli ultimi, giudicata dai grandi, ma accolta dai piccoli?

Chi dentro la chiesa ha il dovere di far spazio e dare voce, di ricordare che il mondo trasuda violenza, crea barriere, uccide i suoi figli, eppure è chiamato alla comunione, al perdono, alla condivisione? Chi accetta la scomoda posizione di fare da coscienza critica dentro le tentazioni di una mondanizzazione dei metodi, delle strutture e del potere della chiesa? Atteggiamento scomodo perchè denuncia anzitutto noi stessi e le nostre logiche e ci obbliga a dire cose, facendoci arrossire per la nostra incoerenza personale!

E adesso dico la parola che non vorrei usare perchè sta cominciando ad essere abusata! Ma chi deve assumere una posizione profetica, dentro la chiesa, perchè faccia sentire la voce della carità? Non perchè siamo più bravi degli altri, non perchè siamo più coerenti e credibili, non perchè vogliamo essere i primi della classe, ma perchè semplicemente non possiamo farne a meno, se è a questo che siamo chiamati. Ed è proprio questo che ci chiede la chiesa, (anche se qua o là se ne può dimenticare) facendo della caritas un organismo pastorale con funzione prevalentemente pedagogica. Interpretando l'invito di don Nozza all'ultimo convegno, - con il suggerimentodi leggere la sua relazione che riassume, già con il sapore dell'addio per la prossima conclusione del suo mandato, il cammino proposto alle caritas in questi anni della sua direzione -di fare del nuovo anno pastorale 2010-2011 un tempo sabbatico, potremmo prenderci l'impegno di dare maggior spazio e dedizione alla riflessione e alla verifica del nostro compito educativo.

 

3. Gli stili di vita

Il discorso sugli stili di vita ci permette di tracciare dei possibili percorsi, che tengano presenti le riflessioni precedenti. Usando una immagine, forse solo in parte aderente, potremmo paragonare gli stili di vita alle medicine: bisogna prendere le medicine adatte alla malattia per avere speranza di guarigione.

Che cosa ci fa guarire dalla cecità nei confronti della storia e delle sue inattese giravolte, dal conseguente mutismo rispetto alla capacità di dare una valutazione ai fatti e infine dalla paralisi delle decisioni sollecitate dagli avvenimenti?

Prima medicina: una frequentazione più assidua, personale, ma soprattutto di gruppo della parola di Dio. Nel libro dell'Apocalisse c'è scritto che la capacità di vedere "ciò che sta per accadere" viene al credente dopo l'ascolto comunitario della parola. Questa medicina ci salva dal calo delle difese immunitarie di una cultura e di una mentalità mondana, fondata sui criteri della forza anche morale, della visibilità mediatica, delle alleanze con i forti, degli appoggi dei governi, dei risultati certi, delle difese di identità, della religione civile e dei valori, delle nostalgie del passato. L'effetto di questa medicina è quello di ricostruire davanti ai nostri occhi il volto di Gesù e la sua prassi di coraggio, di libertà, di fedeltà al messaggio del Padre che lo ha condotto alla morte. La figura di Gesù non è separabile dal suo destino. Bisogna rifiutare come inautentico e immaginario un Cristo che non porti i segni della passione e morte e bisogna rifiutare un Gesù che porti i segni della passione e morte esclusivamente per motivi spirituali, isolandolo completamente dal suo contesto sociale, storico e umano. Lui è la fonte, Lui è la ragione, Lui è la misura, Lui è il modello, perchè al di fuori di Gesù per noi non c'è salvezza.

Seconda medicina: negli Atti degli Apostoli si legge che ad Antiochia per la prima volta i discepoli di Gesù furono chiamati cristiani. Sarebbe significativo che gli operatori della caritas fossero individuati come coloro che, all'interno delle loro comunità, sono facitori di buone relazioni, anche indipendentemente dal fatto che altri accettino o comprendano; fossero tessitori di reti di collaborazioni, proponendo instancabilmente la meta dell'unità e della corresponsabilità di tutta la comunità, a una condizione: di imparare ad essere completamente liberi dalla valutazione di ogni risultato immediato e misurabile. Il seminatore semina nella speranza non nella garanzia del risultato. Noi di caritas non abbiamo distintivi, tessere, quote di iscrizione. Ciò che ci fa riconoscibili può essere solo il nostro stile.

Terza medicina: l'ha suggerita il vescovo Brambilla nel recente convegno nazionale: l'attività, le opere, gli interventi, la stessa organizzazione della caritas ha il suo segno di validazione nella crescita della fraternità. Non si possono fare opere di bene fra litigi e alterchi, per usare una espressione che il profeta Isaia applicava al culto inautentico del popolo di Israele. Il vescovo Brambilla ha perfettamente ragione, senza la base della fraternità, la carità diventa pura opera umana, diventa la realizzazione di sè e non la promozione dell'altro, diventa la costruzione di una immagine buona di sè. Secondo una espressione di Simone Weil il bisogno nega la possibilità della gratuità. In questo, credo, risieda la esigente spiritualità della carità, secondo le indicazione di san Paolo al capitolo 13 della prima lettera ai Corinti. La carità non sta nell'atto o negli atti in favore di qualcuno e neanche nei sentimenti che nutriamo dentro noi stessi; secondo Paolo non sta neanche nel dare il proprio corpo a bruciare o nel privarsi di tutte le nostre sostanze: sta piuttosto nel dimenticare se stessi e il bene che si fa, sta nel decentrare da sè, singolo o collettivo, l'attenzione e le forze per uscire, compiere un esodo che ci faccia davvero incontrare l'altro e non l'immagine dell'altro che noi ci siamo costruita.

Quarta medicina: al capitolo 10 dell'Apocalisse viene presentato un angelo che sta ritto con un piede nel mare e uno sulla terra, sta cioè sul confine. Ecco la caritas è una realtà di confine, per natura abita due paesi, ha doppia cittadinanza, sta dentro, ma guarda fuori. E' il coraggio, per usare una famosa espressione, di fare dei confini dei ponti, dei luoghi di passaggio, delle occasione di tendere la mano. Tenere questa posizione è frutto di coraggio evangelico, imita il Gesù che supera le dogane, le differenze, che va verso i lontani, quelli di fuori, perchè è sicuro che il Padre suo opera dove e quando e come vuole e non secondo le nostre delimitazioni, che sono a volte solo l'espressione delle nostre limitazioni intellettuali e religiose. Il Padre e lo Spirito operano ovunque, si diventa credenti prima ancora che per la testimonianza di un altro, (oggi molto enfatizzata) perchè lo Spirito ha già incontrato il nostro spirito. Non si tratta di abbandonare o rinunciare alla propria storia o alla propria identità, nè di appiattire tutto in un amalgama religioso. Questi sono falsi problemi. Si tratta di recuperare e salvaguardare la verità teologica che la salvezza viene da Dio, non dalla chiesa, ma tramite, e non necessariamente, la chiesa. E si tratta di recuperare l'iniziale dote della chiesa di riconoscere nel mondo e nella storia i segni della presenza di Cristo, segni espliciti, come la Parola e l'Eucaristia, la comunità o il povero, ma anche segni impliciti in tutti coloro che pur non professando la fede in Gesù, di fatto fanno come lui ha detto: danno un bicchiere d'acqua, lottano per la giustizia, si fermano accanto al ferito, amano la pace. Ovunque questo accade, lì è all'opera il Signore. E chi siamo noi per proibirglielo?

Quinta medicina: ridare valore e serietà al linguaggio. Assistiamo ad un uso spregiudicato e superficiale del linguaggio, ma soprattutto ad un uso mistificatorio, falsificato. Per un credente la parola, anche quella umana, che non dimentichiamo è tramite di quella divina, ha un peso e una importanza particolare. E' una ferita alla coscienza del cristiano la parola ingannevole, la parola con secondi fini, la parola interessata, la parola che debba rispondere al altro che sia diverso dalla verità.Si dice che la nostra è la civiltà dell'immagine, ma è ancora di più l'inciviltà della parola. E non mi riferisco innanzitutto alla volgarità, che è già una deturpazione, ma all'avvelenamento della verità del linguaggio che è di gran lunga peggiore. Il linguaggio esige pudore, le parole non sono merce, ma nella visione cristiana sono sempre un atto di rivelazione: Dio si rivela parlando e anche l'uomo si rivela parlando, esprime se stesso, si comunica all'altro. Educarci all'uso della parola vuol dire anche educarci al silenzio, cioè al dare spazio interiore alla parola. Diversamente le parole non ci nutrono più, diventano una droga, anche e soprattutto quelle religiose. Abbiamo bisogno di sentirne in continuazione perchè siamo come quelle cisterne bucate, di cui parla il profeta Geremia, che non trattengono nulla e hanno bisogno in continuazione di essere riempite. Abbiamo sentito raccontare nel convegno di un fioretto di san Francesco che fa a gara con un suo frate a chi dice il maggior numero di Padre nostro. Alla fine davanti al numero consistente del fraticello Francesco confessa ingenuamente che non ne ha detto neanche uno per intero. Alle prime parole: Padre nostro si è immerso nel mistero di Dio e non ha più avuto bisogno di proseguire.

Voglio dare qualche esempio di falsificazione della parola nel campo pubblico:

a parte tutta la pubblicità che sembra presentare un prodotto, in realtà pubblicizza l'immagine che ha creato di quel prodotto, una immagine che fa presa più sulla fantasia che sui dati reali, prendiamo la parola "delocalizzazione", parola inventata per non dire che si prende una fabbrica o una produzione e la si porta dove conviene di più e dove si guadagna di più. Il termine "mobilità"  vuole solo nascondere che si è perso il lavoro. "Guerra preventiva" vuol  dire che prima ammazzi e poi ragioni. "Esporatazione di democrazia e di valori e diritti umani", vuol solo dire accapparrarsi i beni di quel paese, creando molte volte governi fantocci disposti a fare gli interessi dell'occupante. Proviamo a interrogare la storia dell'Africa o del Centro America, dei loro genocidi, dei loro dittatori, di chi li ha voluti e sostenuti. E se si vuole continuare si può proseguire con le parole attuali "finanza", "ricostruzioni", ecc.

Ma ce ne sarebbero infiniti esempi nel nostro mondo di credenti. Suggerisco solo un esperimento: domani quando partecipiamo all'Eucaristia pensiamo alle parole che diciamo o sentiamo e confrontiamole con le nostre prassi abitudinarie. Ne usciremo sconcertati...beneficamente. Abbiamo il compito urgente di cominciare a risanare il nostro linguaggio: è questione di verità, di correttezza, di civiltà e democrazia e per noi credenti di rispetto adorante della Parola che si è fatta carne.

Dalla crisi non siamo ancora usciti e neppure sappiamo a che punto del percorso ci troviamo. Sappiamo però che una società e la sua civiltà non si costruiscono, nè si misurano sulle quantità di denaro che si accumulano, ma sul grado di umanità, condivisione e giustizia che si vuole attuare. Questo è precisamente il nostro compito e il nostro contributo. Buon lavoro!