Brani dalla postfazione al libro di Paul Gauthier, Vangeli del terzo millennio, ed. Qualevita 1992

26-04-2012 - Archivio

SONO UN FIGLIO D'UOMO

 

Da anni conservo in me una nostalgia di cui non parlo mai senza una grande discrezione, che è divenuta tuttavia uno stato d'animo permanente: la nostalgia degli anni in cui i cristiani non sapevano di essere cristiani. La prima volta che si cominciò ad usare questo appellativo fu nel 43 d.C. in Antiochia (Atti 11,26). In tutti questi primi anni dopo la risurrezione, i discepoli di Gesù non si dicevano cristiani, essi erano paghi di chiamarsi fratelli, sorelle, discepoli, credenti. Non furono essi che inventarono il nome e già questo mi consola. E non furono nemmeno gli ebrei che, meno di tutti al mondo, non ritenevano affatto Gesù come il Cristo (Messia) e che per disprezzo chiamavano i suoi discepoli Nazareni. L'opinione più fondata è che coloro che utilizzarono questo termine per la prima volta fossero gli impiegati o i militari romani che, per motivi di ordine pubblico, consideravano i discepoli di Gesù come i membri di un partito politico con retroterra giudaico. Fu insomma il potere ad inventare questo nome! Ciò mi basta perché possa sentirmi libero di coltivare la nostalgia dei giorni durante i quali i cristiani non lo erano affatto, in attesa di un tempo in cui i cristiani non lo saranno più.

 

[...]

 

Nella nostra epoca, la crisi della nostra identità di cristiani si iscrive nella crisi del cristianesimo che dobbiamo comprendere ormai nel senso più radicale e dunque come morte del cristianesimo. Per il sociologo agnostico, questa morte è una lenta e definitiva scomparsa, per me, credente, è l'entrata del cristianesimo con tutta la sua identità, nelle tenebre del venerdì santo in cui, come in un oscuro crogiuolo, si consumano le teologie, le istituzioni giuridiche, i patrimoni culturali. La mia stessa identità dì cristiano si dissolve nella Croce, lo non voglio restare cristiano se questo significa rimanere chiuso nella determinazione che un tale nome esprime per l'utopista poeta, per il marxista, per l'agnostico, per il commissario di polizia e forse anche per l'impiegato della Curia. No, io non sono un cristiano, sono soltanto un uomo, come diceva Pietro a Cornelio. Io sono un uomo che considera tutti gli uomini come suoi fratelli e che vuole essere considerato da tutti come fratello perché, come spiega Martin Hillairet, è in questo atmosfera fraterna il luogo del cristianesimo. Il cuore del cristianesimo non è costituito da "nuovi riti religiosi" ma semplicemente da un uomo chiamato Gesù che ha vissuto la realtà banale della condizione umana .

 

[...] LA MIA UMANITÀ E' AL FUTURO

 

Ecco cosa mi dico: il Cristo viene a te sotto le specie sacramentali del diverso: la donna, l'operaio, il nero, il musulmano, il buddista ecc. Il Dio di Gesù Cristo è nascosto in ogni diversità, egli è il Santo. Ma la sua diversità ha disteso veli tra noi e ci viene incontro attraverso gli uomini differenti da noi. Il viso di Dio è il viso dell'uomo che io non arrivo a comprendere. Mio compito non è far diventare cristiani gli altri, bensì quello di entrare nella identità degli altri e di comprenderli o, almeno, di prenderla come misura delle possibilità del Regno. La vera via della Trascendenza è nel passaggio verso l'altro, è nel fatto dì accogliere la provocazione dell'altro conservandola nel mio cuore come faceva Maria mentre ascoltava lo parola del Figlio, il Diverso per eccellenza.

 

È su questa premessa che baso la mia risposta alla domanda: Perché rimango cristiano? Resto cristiano per essere totalmente uomo. Quando dico totalmente non faccio allusione alle dimensioni di tipo esistenziale contenute nella totalità dell'umanità; l 'uomo vero è la realizzazione delle possibilità che giacciono come una semenza nelle profondità dell'uomo "homo absconditus". Diciamo e siamo figli di Dio ma non sappiamo propriamente chi siamo noi. Lo sapremo quando vedremo Dio faccia a faccia. La mia identità è quindi al futuro e sarà esprimibile soltanto nel momento in cui l'umanità raggiungerà la . sua pienezza. Questa pienezza è il Regno di Dio. lo non vivo per la Chiesa, non vivo per dilatare la comunità dei cristiani. Vivo perché venga il Regno. La Chiesa alla quale appartengo è un segno ed uno strumento di questo futuro, ma questo futuro la oltrepassa, io stesso la oltrepasso pur restando fedele.

 

Ieri come prete portavo abiti, segni distintivi dell'istituzione di cui ero il rappresentante. Due anni or sono, in un dibattito a Milano, una pia signora mi chiese perché non portavo l'abito da prete . "È bene che si sappia con chi si ha a che fare, un agente di polizia porta l'uniforme, se ne ho bisogno so a chi devo rivolgermi". Ebbene, io non sono affatto l'agente di polizia di Dio. Vorrei essere come il Cristo, semplicemente un figlio d'uomo, qualcuno che difende l'uomo per l'uomo.

 

Come dicevo all'inizio, la mia identità è di non averne alcuna o, meglio, di averne una che è situata nel futuro, una che riscopro soltanto quando dico : "Venga il tuo regno, sulla terra come nel cielo".

 

Per esporre in maniera riassuntiva Dio, la Chiesa, il mondo: ieri, credevo che Dio amasse la Chiesa e la inviasse al mondo per salvarlo; oggi, credo che Dio ami il mondo e che la Chiesa sia un segno ed uno strumento di questo amore che la precede e la oltrepassa. Ieri, mi definivo collocandomi dentro la Chiesa e guardando il mondo come una realtà da conquistare per la Chiesa; oggi, mi colloco nel mondo e vivo entro la Chiesa quel tanto che anticipa simbolicamente l'avvenire del mondo.

 

Ma mentre ieri guardavo il mondo a partire dalla Chiesa, oggi guardo la Chiesa a partire dal mondo e mi siedo alla tavola della Chiesa, la tavola eucaristica, precisamente perché là si ascoltano le parole che rivelano i segreti nascosti fin dalla creazione del mondo, perché là si elaborano le speranze di cui tutti gli uomini hanno bisogno.

 

E' vero, esiste ancora, e quanto è ingombrante, una Chiesa che si esprime col linguaggio della prudenza politica, che riveste di sacro la morale dominante.


UN FRAMMENTO DI VASO DI TERRACOTTA

Questa chiesa non mi interessa, è quella di cui contemplo il declino con cuore gioioso. In me essa è già quasi morta. Ma questo declino è direttamente proporzionale all'emergenza della Chiesa come assemblea di coloro che non si curano di sapere chi essi sono, ma sanno di non avere, quaggiù, una città permanente (e dunque non è affatto necessario esservi registrati) e che cercano la città futura, la città verso la quale vanno tutti gli uomini, ciascuno con lo sua diversità. Si narra che durante l'età post-apostolica, si dava ai cristiani che partivano in viaggio, un frammento di vaso di terracotta. Al ritorno sarebbero stati riconosciuti per il fatto che il loro frammento poteva combinarsi perfettamente con gli altri. Sì, io so che la verità di cui vivo è appena un frammento. La mia identità è appunto il pezzo di un tutto. Quando tutti i frammenti saranno riuniti, allora io saprò veramente chi sono. La mia presunzione di ieri era di voler concentrare il tutto negli stretti limiti del mio frammento. Allora dicevo "noi cristiani " con gran fierezza.

 

Vorrei essere fedele al mio frammento nell'attesa che si compia la totalità. La via verso questo futuro è la stessa via che mi conduce verso il fratello per unirmi a lui, non in quello che egli è (poiché la suo verità è solo un altro frammento) ma in ciò che egli cerca. E' così che io mi sento a casa mia in tutti i luoghi di questo mondo. Io sono finalmente cattolico, e precisamente perché non lo sono più, perché sono un figlio dell'uomo.

Ernesto Balducci

 

 

Alcuni spunti di questo scritto - nonché la frase identificativa di un modello esistenziale a cui sempre Balducci restò fedele, citata da Leo Piacentini - si possono ritrovare nel volume: Ernesto Balducci, L'uomo planetario, Camunia, Brescia 1985. Cito la conclusione del libro perché può rappresentare un progetto, anzi "il" progetto della nostra vita:

"Se noi lasciamo che il futuro venga da sé, come sempre è venuto, e non ci riconosciamo altri doveri che quelli che avevano i nostri padri, nessun futuro ci sarà concesso. Il nostro segreto patto con la morte, a dispetto delle nostre liturgie civili e religiose, avrà il suo svolgimento definitivo. Se invece noi decidiamo, spogliandoci di ogni costume di violenza, anche di quello divenuto struttura della mente, di morire al nostro passato e di andarci incontro l'un l'altro con le mani colme delle diverse eredità, per stringere tra noi un patto che bandisca ogni arma e stabilisca i modi della comunione creaturale, allora capiremo il senso del frammento che ora ci chiude nei suoi confini. E' questa la mia professione di fede, sotto la forma della speranza. Chi ancora si professa ateo, o marxista, o laico e ha bisogno di un cristiano per completare la serie delle rappresentanze sul proscenio della cultura, non mi cerchi. Io non sono che un uomo". Luigi Ghia