MA NON SIAMO NOI LA CHIESA?

18-01-2013 - Archivio

MA NON SIAMO NOI LA CHIESA?

L'inverno, Signore, è il tempo sacro all'interiorità. Finite ormai le feste - con quel tanto di intimamente gioioso ma anche di esternamente dissipante che spesso si portano con sé, anche le più interiori, religiose, liturgiche, abbassate talvolta a pretesto di mondanità - ora restiamo soli con noi stessi.
Terminate le visite di auguri (sovente di amicizia ma spesso di pura convenienza) questo è uno dei mesi più solitari, proprio perché gli amici, i parenti, i conoscenti sono oramai venuti tutti e adesso - esaurito il piacere o il dovere o l'obbligo che fosse - rimangon nelle loro case come noi nelle nostre. Tempo austero, perciò, e anche un po' triste, se fossimo tra i tanti che stanno aggrappati ai rapporti sociali perché incapaci di reggersi sulle proprie gambe, soli. Tempo invece ricchissimo perché ci invita a meditare sui misteri che abbiamo appena celebrato, lasciando cadere tutti i contorni festaioli e cercando di succhiarne l'essenza religiosa ed umana più profonda.
All'esterno nessuna divagazione di fiori farfalloni né di insetti ronzanti, né di fatui gorgheggi di usignoli. Anche gli uccelli restano nei loro segreti rifugi, e le guizzanti lucertole in letargo. La natura si è vestita di grigio e si mostra nella sua veste più severa: alberi spogli, ridotti all'essenzialità del tronco brullo, nebbie, grigi sfumati o neve. Tutto rimane unificato nel grigio o nel bianco. Anche la terra sembra meditare, in una severa povertà che elabora l'esplosione di colori, corolle, profumi della futura primavera.
Ma adesso è presto. La terra, come una donna incinta (e il paragone ci è venuto altre volte sulla penna), serba tutto dentro di sé. E, come madre in attesa, sembra guardarsi dentro. Anche noi possiamo applicare il paragone. Francesco di Sales scriveva alla Chantal: "siete incinta, sorella mia", intendendo con ciò ricordare come la nostra vita sia una continua gestazione di Cristo.
Ma quello sguardo della donna in attesa, che sembra ripiegato su di sé, in realtà si protende sul futuro. Guardarsi dentro sarebbe un inutile intimismo se non comportasse anche un guardare fuori. Perché non esiste un "dentro" (un'interiorità, un privato) che non abbia legami con il "fuori" con la socialità; così come non esiste un "fuori" - una dimensione sociale e politica - che non nasca dalla profondità del "dentro": dalla persona.
E' perciò tempo di meditazioni su questo intreccio inestricabile: tempo di "autocomprensione" come si usa dire: autocomprensione di sé e del contesto sociale ed ecclesiale in cui siamo inseriti e come immersi.
Ed ecco, Signore, che la nostra preghiera si fa oggi più comunitaria insieme. E si protende ad implorarti per lo stato civile e per la chiesa, sentiti non come proiezioni esterne ma come parte di noi.
E qui consentimi, Signore, di fare un piccolo rilievo alla nostra liturgia là dove prega, nell'azione eucaristica: "non guardare ai nostri peccati ma alla fede della tua chiesa". Fu un grande liturgista a farmi notare la stranezza della formula: da una parte i fedeli con i loro peccati, e dall'altra la chiesa, con la sua fede, quasi che i nostri peccati non fossero i peccati della chiesa e la fede della chiesa non fosse la nostra fede. Quasi che la chiesa non fosse fatta da noi e noi non fossimo parte di lei.
La chiesa, certo, è fatta da noi, da Cristo e dallo Spirito; ma di chi sono le membra del Cristo se non i suoi fedeli? E su chi lo Spirito effonde i suoi doni, se non ancora su di noi? Perciò io correggo mentalmente: "Signore, non guardare ai peccati ma guarda alla fede della tua chiesa"; oppure - ed è l'equivalente con l'accento spostato sul personale: "Signore non guardare ai nostri peccati ma guarda alla nostra fede".
Guarda, Signore, alla fede, che è un dono tuo, guarda alla tua misericordia; e i peccati dimenticati coprili con la tua compassione. Di Budda si dice che è il Dio compassionevole; e di te, invece parliamo soprattutto come del Dio potente. Ed è ben vero che tu sei potente; ma di te ci piace considerare piuttosto la bontà. Di questa bontà tua, di questa compassione, di questa tua misericordia, avvolgici, pietoso; e facci vivere questo tempo interiore, come un tempo di incontro più profondo e dimesso, nel quale tu non sfolgori, come nelle teofanie spettacolari della natura incandescente, ma ti mostri nascosto, nella morbilità sfumata delle nebbie, nell'intimo tepore delle case; e in questa quotidianità domestica noi ti riconosciamo.

ADRIANA ZARRI