Rassegna stampa

28-01-2016 - Notizie

Gesù, lo sfasciafamiglie
di Alberto Maggi | 27.10.2015
Si è appena concluso il Sinodo, e ha fatto molto discutere, fuori e dentro le mura del Vaticano. Su ilLibraio.it il commento di frate Alberto Maggi (Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci»): "Gesù ha uno sguardo molto critico sul matrimonio e la famiglia patriarcale, e il suo insegnamento non serve per consolidare questa istituzione ma per demolirla..." - Leggi l'intervento
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Nel documento del Sinodo appena concluso, si ripropone l'impianto della famiglia tradizionale e si legge che "circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, il Sinodo ritiene che non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia". C'è da chiedersi dove si trovi questo disegno di Dio. Non certo in Gesù e il suo messaggio, unica espressione della volontà divina. Paradossalmente l'unica volta che nei Vangeli compare il termine disegno è proprio per accusare farisei e dottori della legge che "hanno reso vano per loro il disegno di Dio" (Lc 7,30), quei dottori della legge che impongono pesanti pesi sulle spalle delle persone e non vogliono aiutarli neanche con un dito (Lc 11,46).
Gesù ha uno sguardo molto critico sul matrimonio e la famiglia patriarcale, e il suo insegnamento non serve per consolidare questa istituzione ma per demolirla. Gesù viene da un'esperienza difficile e traumatica dei rapporti con i suoi che sono stati all'insegna dell'incomprensione: "Neppure i suoi fratelli credevano in lui" (Gv 7,5). Gesù ha constatato con amarezza che "un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua" (Mc 6,4), e l'unica volta in cui si rivolge alla madre, nel vangelo di Luca, è per rimproverarla, ricordandole che Giuseppe non è suo padre: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?" (Lc 2,48-49).
Il matrimonio era una tappa obbligatoria per ogni maschio ebreo giunto all'età di diciotto anni. Gesù non si sposa, trasgredendo così "il disegno di Dio sulla famiglia" ("Siate fecondi e moltiplicatevi", Gen 1,28), incorrendo nella maledizione divina: "L'ebreo senza moglie è rifiutato dal Cielo" (Pes. B. 113°).
Gesù con il suo comportamento è la vergogna del clan famigliare che decide, madre compresa, di andarlo a catturare perché ritenuto "fuori di testa". E sarà in occasione della tentata cattura che Gesù prenderà chiaramente le distanze dalla famiglia naturale, quella legata dai vincoli del sangue: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Girando lo sguardo attorno, disse: Ecco mia madre e i miei fratelli. Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre" (Mc 3,21.31-35). Poi nel suo insegnamento Gesù arriva a dichiarazioni estreme che scalzano dalle radici il solido e consacrato impianto dell'istituzione famigliare. Gesù giunge a dire che "Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo" (Lc 14,25), e in un crescendo demolitore di quel che resta della famiglia, invita i suoi discepoli ad abbandonarla, assicurando loro che non sarà una perdita bensì un guadagno: "In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente" (Lc 18,29-30). Gesù dichiara che lui non è venuto per mantenere unita la famiglia ma per dividerla: "Sono venuto a separare l'uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera, e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa..." (Mt 10,35).
Sì, sarà meglio evitare di parlare di "disegno di Dio sulla famiglia...".
Chiesa, omosessuali e coppie di fatto: il Sinodo secondo frate Alberto Maggi
di Alberto Maggi | 12.10.2015
Alberto Maggi analizza i temi scottanti che si stanno discutendo all'interno del Sinodo e suggerisce un ritorno alle fondamenta della religione cattolica perché "l'iniziativa è ottima, sempre che le gerarchie ecclesiastiche riconoscano con tutta umiltà e sincerità di non essere competenti in materia..."
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Nel Sinodo in corso la Chiesa di papa Francesco vuole trattare importanti temi riguardanti la famiglia. L'iniziativa è ottima, sempre che le gerarchie ecclesiastiche riconoscano con tutta umiltà e sincerità di non essere competenti in materia. Una Chiesa dove ci sono voluti due millenni per ammettere che nel matrimonio oltre la procreazione dei figli è importante anche il mutuo amore dei coniugi (Gaudium et Spes 50), dovrebbe con tutta umiltà tacere su temi verso i quali non ha ricevuto alcun mandato dal Cristo e che, quando li ha voluti trattare, ha causato tremendi danni. Seguendo le indicazioni di papa Francesco, di vedere la Chiesa come un ospedale da campo, si spera che i Padri sinodali seguano il cuore e il buon senso, canali preferiti dallo Spirito santo, e adoperino l'unico linguaggio universalmente riconosciuto, quello dell'amore misericordioso.
Per questo i Padri dovrebbero tornare alle sorgenti cristalline della Scrittura, troppo spesso ignorata o strumentalizzata per essere di supporto a strampalate dottrine tanto assurde quanto disumane (come quella di imporre ai divorziati risposati di vivere come fratello e sorella). La conversione della Chiesa al Vangelo di Gesù farebbe emergere che il problema, così aspramente dibattuto, della comunione da concedere ai divorziati risposati, semplicemente non esiste. La difficoltà non riguarda infatti il secondo matrimonio, ma il significato stesso dell'eucaristia. Nei vangeli appare chiaramente che l'eucaristia non è un premio concesso a quanti lo meritano, ma un dono per i bisogni delle persone: meriti non tutti li possono avere, ma tutti sono bisognosi. Gesù ha cercato di far comprendere ai duri teologi del suo tempo che la medicina e il medico sono per i malati e non per i sani, e che non occorre purificarsi per accogliere il Signore, ma è accoglierlo nella propria vita quel che purifica.
Altro tema scottante, finora sempre evitato, è quello delle unioni omosessuali. Su questo argomento era più logico e comprensibile l'atteggiamento della Chiesa pre-conciliare: gli omosessuali erano tutti peccatori e quando morivano finivano all'inferno per omnia sæcula sæculorum. Le cose si sono complicate con la morale post-conciliare: no, non sono peccatori per il fatto di essere omosessuali, ma per il manifestarlo (come dire a una pianta che può crescere, ma non può fiorire). La soluzione? Anche in questo caso la castità (gira e rigira si finisce sempre lì, sui genitali). La castità, scelta che la Chiesa riconosce essere un carisma, ovvero un dono del Signore per quanti liberamente e volontariamente la scelgono, diventa un obbligo imposto. Il rifiuto dell'omosessualità si basa sul fatto che nella Bibbia si legge che Dio maschio e femmina li creò (Gen 1,27). Nessuno mette in dubbio quest' asserzione: gli omosessuali non sono un altro sesso, bensì maschi e femmine che orientano la propria affettività su persone dello stesso sesso. I mali della società non sono causati da chi si ama, ma da chi si detesta.

"Siamo a conoscenza di laici e pastori (e sono sempre più numerosi) che seguono con molta attenzione e con grande comprensione quanti sperimentano la condizione omosessuale, aiutandoli ad accettare la propria identità e a superare lo stato di marginalità in cui spesso vivono - i pregiudizi continuano a persistere come risulta anche dal linguaggio, spesso malizioso e volgare, ancor oggi in uso - ma anche (e soprattutto) a sviluppare, nelle forme ad essi più congeniali, la propria capacità di amare. L'esistenza, anche nel nostro Paese, di gruppi di omosessuali credenti, che riflettono sulla loro condizione a partire dal vangelo, la predisposizione da parte di alcune diocesi di cammini di maturazione personale aperti anche agli omosessuali, la disponibilità di molte parrocchie ad accoglierli senza alcuna riserva nei vari gruppi associativi e negli organismi pastorali della comunità sono il segnale di un processo di cambiamento di mentalità. Il mio augurio e la mia personale vicinanza e partecipazione ai tanti genitori che con coraggio portano avanti questo impegno di sensibilizzazione e di auto aiuto per sentirsi e vivere". (Giannino Piana)

I Vangeli sono stati scritti nel I secolo d.C. e fino al Concilio Lateranense III del 1179, l'omosessualità non era considerata un problema che meritasse una particolare discussione, tanto è vero che Anselmo d'Aosta (1033 - 1109), filosofo, teologo, abate e arcivescovo di Canterbury, poi elevato agli onori degli altari, poteva avere relazioni amorose prima con Lanfranco, poi con una serie di suoi allievi, a uno dei quali, Gilberto dedica un intero epistolario dove tra l'altro leggiamo: "Amato amante, dovunque tu vada il mio amore ti segue, dovunque io resti il mio desiderio ti abbraccia. E nulla potrebbe placare la mia anima finché tu non torni, mia altra metà separata" (Epistulae 1,75).
Fu solo nell'Ottocento, con la nascita della medicina scientifica, che con gli occhi puntati alla fisiologia e alla patologia dei corpi si stabilì che, siccome gli organi sessuali sono deputati alla riproduzione, ogni rapporto sessuale al di fuori del rapporto tra maschio e femmina, è patologico. E così il "peccato" divenne "malattia". Concetto ribadito dalla psicanalisi che, dopo avere indicato nel superamento del complesso edipico il giusto "verso" dello sviluppo psichico, rubricò l'omosessualità tra le "per-versioni". E' triste assai assistere al fatto che la Chiesa, la quale non di rado confligge con le posizioni di volta in volta assunte da sapere medico e psicoanalitico, ceda alla loro visione materialistica, e misconosca, proprio lei, lo "spirito" che, anche nelle relazioni omosessuali, si manifesta innanzi tutto nell'affettività e nell'amore, e solo dopo anche nel sesso.
Di questo appiattimento soffrono anche gli Stati che non riconoscono le unioni omosessuali, dimenticando il monito di Platone che nel Simposio (182 d) scrive: «Ovunque è stabilito che è riprovevole essere coinvolti in una relazione omosessuale, ciò è dovuto a difetti dei legislatori, a dispotismo da parte dei governanti e viltà da parte dei governati".
Umberto Galimberti

 

 

 

 

In ascolto delle diversità: le persone omosessuali
sintesi delle relazioni di Domenico Pezzini e Giannino Piana
Verbania Pallanza, 16 febbraio 2002
per un modello relazionale. riflessioni antropologico-etiche
(Giannino Piana)
Non esiste l'omosessualità, ma esistono soggetti che vivono l'orientamento sessuale nella direzione omosessuale e lo vivono in modo diverso l'uno dall'altro. Si tratta per l'appunto di "persone omosessuali".
Anche partendo da alcune aperture presenti in documenti del Magistero sarà proposto il superamento di una lettura "naturalistica" (fissista, definita una volta per sempre) della sessualità. Secondo la concezione tradizionale la natura dell'uomo è eterosessuale, che la vera relazione è quella eterosessuale e che ciò che va in altra direzione va considerato come innaturale, non naturale. Così l'omosessualità va condannata come intrinsecamente cattiva in quanto peccato contro natura.
Alcuni recenti documenti del Magistero sembrano smantellare questa concezione.
Nel Documento del 1975 (Dichiarazione circa alcune questioni di etica sessuale della Sacra Congregazione per la dottrina della fede) si afferma per la prima volta l'esistenza di due tipologie di omosessualità, una contingente, transitoria e una strutturale, permanente, e quindi immodificabile in qualche misura. Il "contro natura" del passato sembra qui superato con l'affermazione dell'esistenza anche di una natura omosessuale che riguarda un certo numero di persone. Un po' contradditoriamente però si ritorna poi alla distinzione tra tendenza, non colpevole perché non è frutto di una libera scelta, e atti, comportamenti colpevoli perché intrinsecamente cattivi.
Propongo ora un itinerario che vada oltre questa posizione tradizionale.
1. l'unità è più grande delle differenze
L'unità dell'umano sta prima della differenza sessuale, sta prima della differenza tra l'essere uomo e l'essere donna. È più grande ciò che unisce l'essere uomo e l'essere donna, di ciò che li divide.
Sul terreno della genetica si è messo in evidenza più la continuità, che non la differenza tra l'essere uomo e l'essere donna. In fondo, ciò che li distingue è solo una Y all'interno del patrimonio genetico. Esiste certamente il dimorfismo sessuale, ma all'interno dell'unità dell'umano.
Sul piano delle scienze psicologiche e culturali si è affermata la convinzione che molte delle differenze di ruoli, di attitudini sono il prodotto di un processo culturale. Simone de Beauvoir, un po' estremizzando, affermava che "uomini e donne non si nasce, uomini e donne si diventa". Ad esempio, non è forse vero che la condizione di dipendenza della donna ha fatto sì che coltivasse certe attitudini, mentre l'uomo ne sviluppasse altre?
Sul piano della riflessione filosofico-antropologica sempre più l'essere uomo e l'essere donna sono concepiti come il frutto della combinazione della mascolinità e della femminilità che sono in ciascun essere umano. Sia l'uomo che la donna hanno sia una dimensione maschile che una dimensione femminile. La differenza sta nella diversa combinazione. Uomo e donna hanno due identità anche profondamente diverse, ma partire da un terreno comune. (Si pensi alla distinzione di Jung tra animus e anima).
La priorità dell'unità rispetto alla differenza è anche riscontrabile nel dato biblico. L'Adàm biblico, prima ancora di essere Adamo e Eva, è l'Adàm collettivo. (Qualcuno vede nei racconti della creazione il mito dell'androgino). Anche nel racconto biblico l'umano è un'unità che si realizza in una differenza. Originaria è l'unità, la differenza (Adamo e Eva) è successiva. La stessa immagine divina non va ricercata anzitutto nella differenza sessuale, ma nell'umano unitariamente inteso: "Dio creò l'uomo a sua immagine. A immagine di Dio lo creò. Maschio e femmina li creò." (Gn 1,27)
2. la relazione viene prima delle forme in cui si esprime
La relazione nell'umano è più importante delle forme in cui si esprime. Il primato va alla relazione.
L'importanza fondamentale delle relazioni, a partire da quelle parentali, nello sviluppo dell'identità soggettiva è stata messa in rilievo dalle scienze psicologiche e sociali. Io mi personalizzo, mi individualizzo, socializzando. Mi comprendo in quello che sono solo nella misura in cui istituisco una serie di rapporti e mi confronto con l'alterità.
La stessa filosofia antropologica ha messo in luce la centralità della relazione. Tutta la cultura occidentale è stata influenzata dalla concezione classica che riteneva la relazione un accidens (vedi albero di Porfirio), e quindi concepiva la realtà umana in termini di soggetti individuali, totalmente definibili in se stessi. La relazione è qualcosa di accidentale, di ulteriore, non appartiene alla definizione del soggetto. L'interpretazione individualistica del soggetto rischia di influenzare l'attuale ritorno del soggetto.
Sia la fenomenologia, che l'esistenzialismo, il personalismo, la filosofia ebraica convergono nel dire che il soggetto umano è per definizione relazionale, che la persona è individualità e relazionalità al suo interno.
La differenza tra l'essere uomo e l'essere donna non si identifica più con il solo dato biologico, e neppure con il solo dato culturale. La differenza oggi viene fondata sul terreno della relazione. L'umano viene sempre più visto, proprio nella sua differenza dell'essere uomo e dell'essere donna, come frutto di una relazionalità che gli è costitutiva.
Questa relazionalità è anzitutto eterosessuale, e la relazionalità eterosessuale ha un valore paradigmatico, ma non esclusivo. Ogni relazione è il luogo della realizzazione umana e, da un punto di vista religioso, è il luogo in cui si è chiamati a vivere l'immagine di Dio. L'uomo si realizza in quanto si rapporta. In questo senso la relazione sta prima delle modalità in cui si esercita.
Se la relazione è centrale, non è neppure indifferente la differenza sessuale. Ha un valore archetipale. Come l'uomo impara dalla maternità della donna la propria paternità (Mulieris Dignitatem) , allo stesso modo, all'interno della pari dignità di ogni rapporto, si può parlare di un valore archetipale della relazione eterosessuale rispetto ad ogni altra relazione.
3. orientamenti per un nuovo modello etico
L'affermazione del Documento del 1975, prima citato, dell'esistenza di una omosessualità strutturale sembra criticare, in base al principio di non contraddizione, la tradizionale concezione della chiesa secondo cui l'omosessualità è contro natura. Se è strutturale vuol dire che appartiene alla natura di alcune persone. Purtroppo nel documento permane la distinzione tra tendenza non colpevole e atti colpevoli, intrinsecamente cattivi (perché evidentemente contro natura), anche se si invita a giudicarli con cautela. Poiché gli atti sono intrinsecamente cattivi, l'unica via proposta è quella della castità.
Ma se la castità è un carisma, un dono, è possibile proporlo o imporlo a chi non ha questo carisma?
È necessario imboccare una strada nuova, diversa, alternativa, fuoriuscendo da un modello naturalistico, per assumere il modello relazionale, dove il criterio di valutazione tanto del comportamento eterosessuale, quanto di quello omosessuale, sta nella capacità di dare senso alla relazione, di viverla come una relazione autenticamente umana in grado di integrare tutte le dimensione (spirituali, psicologiche e fisiche).
Sono da giudicarsi sul piano etico in modo negativo tutte quelle relazioni (omo o etero) che sono banali, vuote di significato e di autenticità.
In questo quadro che privilegia la relazione occorre tenere conto della paradigmaticità della relazione eterosessuale, sia perché esistono profonde diversità anche di identità sessuale, sia perché c'è la possibilità di una fecondità biologica. Ma il suo essere paradigmatico e archetipale deve lasciare spazio ad altre forme di relazione, che hanno altre caratteristiche, che sono ugualmente dignitose. C'è la possibilità di autentiche relazioni sia etero che omo.
È necessario poi in qualunque relazione essere attenti ai limiti espressivi. Tutte le relazioni sono soggette a processi limitativi.
Anzitutto le relazioni si costruiscono attraverso processi graduali non sempre lineari, di maggiore e di minore intensità. La relazione va giudicata complessivamente.
Secondariamente anche la relazione più riuscita ha sempre in sé un limite. La vicinanza si deve sempre coniugare con la distanza. Se c'è identificazione, significa che uno dei due scompare. Si deve conservare la ricchezza che viene dalla diversità. La distanza non è separatezza, ma coscienza della propria e altrui diversità.
Infine bisogna superare la posizione tradizionale del mondo cattolico, che ingenera una sorta di schizofrenia della coscienza, perché da una parte c'è la condanna oggettiva come peccato di certi atti e dall'altra c'è l'invito a trattarli con cautela, attenti al mistero delle persone. Occorre uscire da questo fariseismo e avere il coraggio di dire che o sono sempre cattivi (perché intrinsecamente disordinati) o non lo sono.
Bisogna formulare delle norme che siano in grado di mediare tra il riferimento ad alcuni valori e la possibilità di renderli trasparenti nel concreto delle situazioni esistenziali umane. Questo significa superare la distinzione-separazione tra morale soggettiva e morale oggettiva. Non c'è un peccato o un'azione buona oggettivi. Il peccato dice riferimento ad un dato oggettivo ma in quanto rapportato a dei dati soggettivi, ad una intenzionalità. Lo stesso vale per l'azione buona.
L'etica non è il luogo della definizione oggettiva di parametri di comportamento, ma il luogo in cui questi parametri vengono desunti da un continuo confronto tra valori ancora astratti e la possibilità di renderli storicamente concreti nella situazione.
una pastorale per e con le persone omosessuali
(Domenico Pezzini)
Il mio intervento avrà un carattere testimoniale. È dal 1980 che ho messo in piedi due gruppi di omosessuali credenti, aperti a chiunque ritenga interessante trovare un ambiente in cui ci si possa esprimere liberamente, ascoltare e essere ascoltati.
I documenti del magistero della chiesa ci hanno fatto assistere ad una curiosa altalena. C'è ancora chi crede che dalla nascita di Gesù in poi il Magistero della chiesa abbia detto sempre le stesse cose e allo stesso modo! Invece mentre nel documento già citato del 1975 si parlava di tendenza in sé neutra e di atti invece da condannare, in un documento successivo, quello del 1986 (Cura pastorale delle persone omosessuali) la tendenza diventa anch'essa intrinsecamente disordinata. Allo stesso modo la prima stesura del catechismo della chiesa cattolica parlava di tendenza omosessuale innata, diventa, nella successiva edizione, "profondamente radicata".
L'inizio del mio applicarmi in una pastorale per e con le persone omosessuali è il 1980. La nascita di gruppi omosessuali cristiani è quasi contemporanea in molti paesi europei e americani. Da un lato si dà sempre più importanza al soggetto, con una crescente insofferenza per ogni catalogazione di persone. Dall'altra il Vaticano II ha dato più spazio ai laici, al loro ruolo, anche sul piano della elaborazione della morale.
L'occasione fu la risposta ad una lettera di una persona che non riusciva a conciliare il suo essere cattolico con l'essere omosessuale. Ma il vangelo è per tutti, non solo per gli eterosessuali. Non riesco a sopportare una comunità cristiana che produca esclusione e emarginazioni. È un tradimento di ciò che Gesù ha fatto e ha detto.
La prima intuizione: le persone omosessuali hanno bisogno di parlare. Ho pertanto ritenuto necessario creare un luogo dove le persone potessero essere se stesse senza difendersi e senza nascondersi.
La seconda esigenza era di leggere la propria esperienza mettendola a confronto con i grandi valori del vangelo per elaborare alcune regole di comportamento. La sessualità è un linguaggio e come ogni linguaggio ha una sua grammatica. Alcune regole sono già state ricordate da Giannino: la rinuncia al delirio di onnipotenza e la rinuncia alla possessività.
Il cercare insieme come vivere positivamente la relazione comportava il mettere un po' a lato la sessualità come genitalità.
Il terzo obiettivo era quello di comunicare agli altri quanto si veniva elaborando nel gruppo. Da questo impegno è nato il libro Alle porte di Sion del 1998.
Ho scoperto,in questa mia attività, che la più importante esigenza delle persone non quella sessuale, ma quella affettiva, anche se le due dimensioni sono interrelate. Così ho potuto attingere a piene mani dalla letteratura medievale sull'amicizia, in particolare i testi di Aelredo di Rievaulx. Mettendo al centro non la sessualità, ma la vocazione alla relazione è stato possibile elaborare una pastorale ricca di stimoli per e con le persone omosessuali.
La bibbia ha fornito l'icona per dare il nome al primo gruppo, quello del "Guado". Al guado del torrente Iabbok si svolge la lotta notturna tra Giacobbe e l'angelo. È un'immagine relazionale.
La mia spiritualità è stata segnata dal mio incontrare situazioni di sofferenza, di fragilità emotiva, di emarginazione. Ho imparato a fare della fragilità una forza e della debolezza un punto di partenza per un cammino spirituale. Uno dei due libretti che ho prodotto grazie a queste riflessioni si intitola le ferite che guariscono, cioè le ferite guariscono se io, assumendo le mie ferite, mi sforzo di guarire quelle degli altri. È la spiritualità della fragilità e della relazione. L'omosessualità non può essere un cagnolino rabbioso da tenere al guinzaglio, ma è qualcosa a partire dalla quale posso costruire un cammino di spiritualità.
Dopo il 1985 ho lasciato il gruppo del "Guado", che è rimasto un gruppo di prima accoglienza, e ho avviato il gruppo "La Fonte", che propone un cammino più impegnativo. È un luogo dove il modo di incontrarsi è basato sullo scambio di esperienza. Il gruppo è esso stesso scuola di relazionalità.
Concludo con ciò che ho scritto nell'introduzione a Alle porte di Sion: "Questo libro è offerto con questo desiderio: che la gente si ascolti, si intenda meglio e si accolga con cuore aperto e disponibile. Ritorno su un mio chiodo fisso: nessuna persona è veramente uguale all'altra, ma in certe cose grandi, come il bisogno di autostima e, connesso a questo, il bisogno di essere amati e di amare, siamo tutti uguali. Saper tenere insieme il rispetto per le diversità, e la gioia di ritrovare sintonie, credo che sia il segreto di una buona convivenza, nella famiglia come nella relazione amicale, nella società come nella Chiesa".
dibattito (due risposte) adozione e coppie omosessuali
Pezzini:
Quando mi fanno la domanda sull'adozione mi permetto di dire due o tre cose.
La prima è che dal punto di vista dell'educazione - è un a priori - avere due referenti di sesso diverso, con quel che ne consegue, sia meglio. Anche le famiglie monoparentali non sono l'ideale.
La seconda è che bisogna stare attenti a non pensare al bambino come al soprammobile di casa. Non è il bambino per la famiglia, ma la famiglia per il bambino. A volte anche nelle coppie eterosessuali c'è questo rischio.
La terza è che non è importante che la coppia omosessuale copi la coppia eterosessuale.
Dette tutte queste cose, se in una situazione concreta - non so dare una risposta generale - la scelta è da fare tra una situazione educativa che può essere a volte sciagurata e una possibilità educativa migliore, quest'ultima non dovrebbe creare problemi. Ho letto di recente secondo studi fatti dai soliti americani (che su queste cose sono sempre lì a studiare) che non è obbligatorio che il bambino dato in affido alla coppia omosessuale diventi omosessuale. Pare di no. Diventa quello che è.
Anche in questo caso bisogna articolare il discorso. Purtroppo la Tv educa la gente al "mi dica in una battuta". Ragion per cui è da una eternità che non vado in tv. È meglio fare incontri di queste misure, perché qui si ragiona e ci si capisce meglio.
a proposito di matrimonio degli omosessuali
Piana:
Il tema del matrimonio degli omosessuali merita una riflessione, che in parte è già stata fatta. Anch'io credo che non si debba chiamare matrimonio. Credo che ci sia un uso dei termini legato alla storia del termine stesso (matrimonio viene da matris munus, l'istituto attraverso il quale si diventa padri e madri, si esercita la fecondità procreativa in senso stesso) e c'è tutta una tradizione antropologico-culturale che ha visto sempre il matrimonio in quella funzione e soprattutto strutturato sulla base del rapporto uomo-donna.
Credo che però si debba trovare qualche termine per definire la condizione omosessuale permanente, che è la più seria. L'esperienza di chi vive un rapporto continuato con una persona, dato che fa una scelta di relazione in profondità, fa una scelta che lo coinvolge, va in qualche modo riconosciuta. Naturalmente innanzitutto va riconosciuta dal punto di vista patrimoniale, di successione e così via. Questo è il compito dell'autorità civile.
Ma io credo che anche sul versante ecclesiale si debba dare un certo riconoscimento. A me pare importante, laddove dei soggetti vivono la condizione omosessuale, riconoscere che va privilegiato un rapporto continuativo. L'impegno ad una continuità dà al rapporto tutta una serie di significati che non ci sono in rapporti momentanei, passeggeri e votati esclusivamente alla pura gratificazione sessuale di un momento.
Non è strano che il Papa abbia invitato a non fare confusione tra «la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione». Semmai, è singolare la sorpresa con la quale sono state accolte le parole dette ieri da Francesco durante l'incontro con il Tribunale della Sacra Rota. A una settimana dalla manifestazione del Family Day, il suo intervento è stato considerato a favore degli organizzatori. Eppure non poteva essere che così. In Vaticano la legge che sta prendendo corpo in Parlamento e sarà discussa in Senato a partire dal 28 gennaio è vista come una forzatura. Una misura contro la quale non alzare barricate né lanciare anatemi, perché i vertici dell'episcopato hanno accettato mentalmente le unioni civili tra omosessuali.
Il contorno del provvedimento, però, soprattutto per i margini di ambiguità che lascia in materia di adozione dei bambini, è visto come frutto di un'operazione ideologica. E, per quanto la Chiesa, intesa come ecclesiastici, abbia cercato di evitare che una manifestazione di piazza potesse assumere il carattere dello scontro, alla fine ha dovuto «seguire». È come se la base cattolica avesse interpretato la riforma voluta dal governo, e definita ieri «irrinviabile» da Matteo Renzi, come una sorta di provocazione para referendaria. Ed ha risposto con una scelta di piazza che prefigura due campi contrapposti. L'avversario non è tanto quello della mobilitazione in cento piazze che organizzano per oggi Arcigay, ArciLesbica, Agedo, Famiglie Arcobaleno e Mit. La controparte è il Parlamento, dove il premier vuole far approvare un emendamento che faccia decadere subito tutti quelli contro la legge «firmata» da Monica Cirinnà.
L'adesione al Family Day di una conferenza episcopale regionale dopo l'altra racconta come le gerarchie cattoliche siano state trainate a assecondare l'iniziativa. E come il Papa abbia voluto offrire un' imprimatur discreto ma convinto a una folla della quale conosce le intenzioni e le pulsioni: anche a costo di ascoltare parole d'ordine difensive, dure, e che non riflettono la sua pedagogia inclusiva e la sua idea della Chiesa. Proprio ieri, salutando in un messaggio i partecipanti alla Cinquantesima giornata mondiale della comunicazione, Francesco ha invitato a esprimersi con generosità «anche nei riguardi di chi pensa o agisce diversamente».
Si tratta di un accenno che rimanda alle parole dette in tema di famiglia verso «quanti per libera scelta o per infelici circostanze della vita vivono in uno stato oggettivo di errore». Le parole sono nette e insieme problematiche. Lasciano capire perché il Papa non voglia e non possa tenere la Chiesa a distanza dal Family Day; e, al tempo stesso, perché preferisca che sia il laicato cattolico a guidare la manifestazione. Pesano il passato delle battaglie referendarie perdute su divorzio e aborto; il presente di una situazione politica avvelenata, nella quale Papa e vescovi rischiano seriamente di essere strumentalizzati; e una concezione della famiglia e dei valori cattolici, che il pontefice argentino forse vorrebbe meno «all'italiana».
Gli stendardi delle delegazioni di regioni come Lombardia e Veneto, che hanno annunciato la presenza al Family Day, saranno guidate da esponenti della Lega Nord: rispettivamente Roberto Maroni e Luca Zaia. La destra di Giorgia Meloni sostiene che le parole di Francesco dovrebbero essere «di monito al Parlamento». E il sindaco di Bologna Virginio Merola, del Pd, tradisce una punta di freddezza verso l'arcivescovo della città, monsignor Matteo Zuppi, scelto da Bergoglio, il quale ha detto, all'unisono col presidente della Cei, Angelo Bagnasco, che la legge sulle unioni civili non è una priorità. Insomma, il tentativo delle opposizioni a Renzi di usare il Family Day per attaccare Palazzo Chigi è evidente.
Altrettanto chiaro è che al Vaticano di Francesco un'operazione strumentale di questo tipo non piace. Per due motivi. Il primo è che l'attuale Papa, forse più ancora dei predecessori, non nasconde il fastidio per le ingerenze ecclesiastiche nella politica. Ritiene che una delle ragioni per le quali la Chiesa in Italia avrebbe perso credibilità è stata un'eccessiva contiguità col potere. Ma la seconda ragione, la più importante dal punto di vista culturale, è che costringere l'immagine della famiglia dentro schemi troppo integralisti contraddice gli insegnamenti e gli obiettivi del pontefice latinoamericano. Un «no» troppo gridato, da muro contro muro, a quanti il Papa definisce «in uno stato oggettivo di errore», può aprire la strada a altri rifiuti, più pericolosi.
La famiglia-fortezza prometterebbe di trasformarsi nel baluardo della difesa dei valori cristiani anche contro gli immigrati; e dunque di contribuire ad una lettura «autarchica», blindata e potenzialmente xenofoba del cattolicesimo. È questa la seconda fase che un Family Day declinato in modo integralista potrebbe aprire. Il Papa dei «ponti», il nemico giurato dei muri e delle barriere, si ritroverebbe a dover governare un mondo cattolico italiano e europeo che dalla protezione della «famiglia cristiana» scivola verso quella dell'«immigrazione cristiana» e anti islamica. E pazienza se in una deriva del genere pesano soprattutto gli errori e le forzature del governo e dei suoi avversari. Il risultato sarebbe comunque quello di una regressione.