20 APRILE - DUE ANNIVERSARI DA RICORDARE

18-04-2016 - Notizie

20 APRILE - DUE ANNIVERSARI DA RICORDARE:

TONINO BELLO ED ERNESTO BUONAIUTI

 

1 - Articolo di Sandra Amurri  in "il Fatto Quotidiano" del 4 aprile 2016

 

 

Don Tonino, il prete che sposò la pace

 

 

Figlio del Concilio Vaticano II, precursore di Papa Francesco, di quella "Chiesa del grembiule contro la Chiesa delle Stole" per usare una metafora a lui cara, don Tonino Bello, il vescovo di Molfetta che non si fece mai chiamare Monsignore, è nato qui ad Alessano, a pochi chilometri da Santa Maria di Leuca, lembo estremo del Salento dove i due Mari, Adriatico e Ionio, si separano dando vita a uno spettacolo imperdibile.

 

Consumato dal cancro: aveva soltanto 58 anni

E qui è stato sepolto a 58 anni, consumato dal cancro. A dare l'ultimo saluto al Vescovo, Presidente di Pax Christi, nel porto di Molfetta, arrivarono 60 mila persone. Malattia che non gli impedì, solo quattro mesi prima, di partecipare alla "marcia dei 500" pacifisti che violarono il divieto di entrare nella Sarajevo assediata. "Il seme della nonviolenza attecchirà?", si chiede nel diario da Sarajevo. "Sarà possibile cambiare il mondo col gesto semplice dei disarmati quando le istituzioni non si muovono? E il popolo si potrà organizzare per conto suo e collocare spine nel fianco a chi gestisce il potere? ". E qual è "il tasso delle nostre colpe di esportatori di armi in questa delirante barbarie?". Domande che irrompono nella drammatica attualità, definita da Papa Francesco: "La terza guerra mondiale a pezzi".

Qui nella Piazza di Alessano che porta il suo nome c'è la sede della Scuola della Pace e la casa di famiglia trasformata in Fondazione. Leggendo il librone all'ingresso si capisce che, giovani e meno giovani, non arrivano fin qui, da ogni parte d'Italia, spinti da un retorico esercizio della memoria ma dal bisogno di condividere i suoi valori, oggi più che mai, oggi, faro in questa eclissi permanente di umanità.

"Caro Don Tonino, mi sforzo di assomigliarti", scrive Paola, 18 anni di Napoli, mentre Luca, 50 anni: "Mi manchi". Mancano gli esempi: quando la parola è credibile perché impastata con la coerenza. "Cari fratelli, solo se avremo servito potremo parlare e saremo creduti..." leitmotiv delle sue omelie.

A farci da Cicerone, Stefano Bello, nipote del Vescovo di Molfetta che lavora in un centro di riabilitazione psichiatrica, papà di Tonino, un bimbo di 5 anni, ancora ignaro di essere unico erede di tanto nome. Varchiamo l'ingresso del cimitero, sulla destra, un anfiteatro in miniatura, al centro, un'aiuola dove è adagiata una grande pietra con su una piccola scritta: don Tonino Bello, terziario francescano, vescovo di Molfetta- Ruvo-Terlizzi-Giovinazzo.

 

Nato ad Alessano il 18 marzo 1935, morto a Molfetta il 20 aprile 1993". Intorno grandi massi dove sono state scolpite alcune delle frasi più significative del Vescovo visionario che scriveva preghiere poetiche sul molo, mentre il sole scompariva all'orizzonte: "Ama la gente, i poveri soprattutto. E Gesù Cristo"...". In piedi, costruttori di pace". Quella Pace che campeggia anche sullo striscione appeso a due alberi, per don Tonino non era solo assenza di guerra, ma ricerca costante di verità e giustizia sociale.

Come il ritornello della canzone che, in una sera di pioggia scrosciante, intonavano i bimbi di Kiseljak, e che don Tonino aveva registrato: "Mir, do neba, do moga naroda, kada se probude da rata ne bude...". (Pace fino al cielo, fino al mio popolo, affinché al risveglio non trovi la guerra).

 

Un figlio della guerra nato senza camicia

Nato da una famiglia povera aveva provato il dolore per la perdita degli affetti più cari morti in guerra. La mamma Maria, rimasta sola, sfamava lui e i suoi due fratelli, Marcello e Trifone, con le verdure che raccoglieva nei campi e con quei pochi denari che racimolava ricamando e facendo la domestica. Tonino per studiare fu mandato in seminario a soli 10 anni. Quando, terminati gli studi a Bologna tornò a Tricase come parroco scrisse: "Grazie terra mia, piccola e povera che mi hai fatto nascere povero come te e mi hai dato la ricchezza di capire i poveri e di potermi oggi disporre a servirli". Divenuto Vescovo, a chiunque bussasse alla porta, credenti e non, offriva "una parola e una frisa". Con l'avvento dell'equo canone molte famiglie povere vennero sfrattate "Zio le ospitò nell' Arcivescovado" racconta Stefano.

 

Non perdeva occasione di criticare i politici

"Ero un bambino, ma ricordo benissimo un giorno, dopo tre ore di auto, arrivammo a Molfetta per cenare con lo zio e ripartire l'indomani mattina ma lui ci rispedì a casa, dicendoci con un sorriso che lì non c'era posto e noi un tetto dove dormire l'avevamo".

Non perdeva occasione per bacchettare i politici di non fare nulla o, di fare poco, contro la povertà. Tant'è che smisero di partecipare al consueto appuntamento per gli auguri natalizi per non "subire" le sue prediche-ramanzine. Ma don Tonino non si arrese, le registrò e inviò loro le cassette. Così come non lasciò soli gli operai delle acciaierie di Giovinazzo, sfilò accanto a loro contro la chiusura dello stabilimento. E dal palco spiegò: "La Chiesa ha il compito di schierarsi con gli ultimi. E in questo momento gli ultimi siete voi. Stare con voi significa anche condividere la vostra protesta contro una politica che non ha salvaguardato i livelli occupazionali attraverso le necessarie riconversioni e ristrutturazioni....". Ma fece di più, per sostenerli, prelevò undici milioni di lire dal fondo per la costruzione delle chiese. Non aveva alcun timore reverenziale. Da poco eletto Presidente di Pax Christi, non esitò a scrivere una lettera di fuoco a Indro Montanelli, direttore de "Il Giornale", che in un articolo di fondo aveva ridicolizzato monsignor Bettazzi accusandolo di invitare all'evasione fiscale, anziché all'obiezione fiscale (non pagare tasse finalizzate all'acquisto delle armi).

Polemiche scomode, mal digerite anche all'interno della Chiesa. A sostenerlo David Maria Turoldo: "Caro don Tonino, mi dicono che sei stato richiamato perché parli troppo contro le armi... dì pubblicamente che sei stato richiamato perché di questo hanno paura. Sono anche vili, come sappiamo: forti con i deboli e deboli coi forti. Per amore dei poveri e della verità; e cioè per amore della Chiesa e della pace, non scoraggiarti, caro fratello vescovo! Di vescovi in cui confidare ce ne sono così pochi!".

E, forse, nessuno, che nel cuore della notte, alla guida della cinquecento, andava alla stazione a raccogliere i barboni o che scriveva ad un immigrato parole di fratellanza, la grande assente alla tavola della modernità: "Dimmi, fratello marocchino ma sotto quella pelle scura hai un'anima pure tu? Quando rannicchiato nella macchina consumi un pasto veloce, qualche volta versi anche tu lacrime amare nella scodella?... Perdonaci se, pur appartenendo a un popolo che ha sperimentato l'amarezza dell'emigrazione, non abbiamo usato misericordia verso di te. Anzi ripetiamo su di te, con le rivalse di una squallida nemesi storica, le violenze che hanno umiliato e offeso i nostri padri in terra straniera. Perdonaci, se non abbiamo saputo levare coraggiosamente la voce per forzare la mano dei nostri legislatori... Un giorno, quando nel cielo incontreremo il nostro Dio, questo infaticabile viandante sulle strade della terra, ci accorgeremo con sorpresa che egli ha il colore della tua pelle. P.S. Se passi da casa mia, fermati".

 

L'unico riferimento è sempre stato il Vangelo

La chiave del suo operato, come spiega efficacemente il Vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, Vito Angiuli, è "mettere in pratica il Vangelo sine glossa e sine modo", cioè senza aggiunte o menomazioni. "Ma anche senza confini e senza misura". E così la sua utopia resiste oltre la morte e vive nelle viscere della terra oltraggiata e nel sangue dolente degli ultimi.

 

Sandra Amurri

 

 

 

2 - I "VIANDANTI" IN MEMORIA DI ERNESTO BUONAIUTI

 

Ai Referenti delle riviste aderenti 

In occasione della ricorrenza dei 70 anni della morte di Ernesto Buonaiuti (20-4-1946), le riviste aderenti alla Rete dei Viandanti intendono fare memoria della figura dello studioso, protagonista del modernismo italiano.

Il ricordo, secondo le specifiche caratteristiche delle varie testate, è fatto contemporaneamente da: Dialoghi (Lugano/CH), Esodo (Mestre/VE), Il gallo (Genova), Koinonia (Pistoia), l'altrapagina (Città di Castello/PG), Matrimonio (Padova), Notam (Milano), Oreundici (Roma), Tempi di fraternità (Torino).

Anticipiamo il testo di uno degli articoli che il sito di Viandanti (www.viandanti.org) pubblicherà nella vicinanza della ricorrenza della morte (20 aprile) di Buoinaiuti".

 

 

ERNESTO BUONAIUTI  (1881-1946)

UN PROTAGONISTA DEL MODERNISMO ITALIANO

 

Buonaiuti nasce a Roma il 25 giugno 1881, compie gli studi avendo come compagni i futuri storici e archeologi Manaresi, Belvederi e Roncalli (futuro Giovanni XXIII), viene ordinato sacerdote nel 1903, e due anni dopo sostituisce Bonaccorsi nella direzione della neonata "Rivista storico-critica delle scienze teologiche". Per un certo periodo diventa in seminario titolare dell'insegnamento di storia della Chiesa, sostituendo il suo professore Umberto Benigni, ma poco tempo dopo sarà sospeso da tale insegnamento.

 

Intensità e fame di conoscere

Divenuto il maggiore protagonista del modernismo italiano nei primi anni del secolo XX, incorrerà nella scomunica dopo la pubblicazione di una risposta all'enciclica Pascendi del 1907, con la quale Pio X condannava il modernismo, una risposta che però sarà pubblicata anonima, e quindi Buonaiuti non si ritiene toccato da quella scomunica. Nel 1906 ebbe modo di incontrare a Parigi il vero protagonista del modernismo, Alfred Loisy, e l'anno dopo in Inghilterra George Tyrrell. Conservò un cattivo ricordo dell'incontro con il primo, mentre per tutta la vita sentì una forte affinità con il secondo, che tra l'altro sarebbe morto nel 1909.

Sono anni in cui Buonaiuti, ma sarà una caratteristica di tutta la sua vita, si dedica allo studio e alla ricerca con un'intensità e una fame di conoscere, da stupire molti amici e collaboratori. Giovanni Papini dirà di lui che era un "lettore infaticabile di libri d'ogni colore e tenore". Già nel 1904 pubblica un saggio sulla storia dei dogmi, saggio che diventa la premessa di una lunga serie di interventi, note, recensioni che pubblica in diverse riviste: si occupa di correnti filosofiche contemporanee, della crisi della filosofia scolastica e si avvicina alla filosofia dell'immanenza, leggendo le opere di Blondel.

Da Loisy coglie la tensione di Gesù verso il Regno, la sua predicazione messianica, e soprattutto l'annuncio da parte di Gesù del Regno imminente, e tale annuncio escatologico diventerà uno dei temi dominanti di tutte le sue pubblicazioni successive.

 

Professore di storia del cristianesimo

Si dedica quindi allo studio delle origini cristiane, pubblicando un saggio sullo gnosticismo, mentre inizia a occuparsi anche di millenarismo. I suoi lavori iniziano però a sollevare critiche da parte di molti, fino a quando troverà nel gesuita padre Enrico Rosa, prima scrittore e poi direttore della "Civiltà Cattolica", il più fiero e pignolo lettore e accusatore. Tra l'altro, a partire dal 1905, la rivista romana dei gesuiti diventerà il luogo privilegiato in cui i vari autori accusati di modernismo saranno attaccati e condannati; molti di questi incorreranno nei rigori di qualche Congregazione romana, cosa che a Buonaiuti succederà dopo diversi anni, probabilmente perché lo stesso Buonaiuti può godere di qualche silenziosa protezione di amici che si trovano a operare nelle diverse Congregazioni.

Divenuto nel 1915, dopo la vittoria al concorso, professore di Storia del cristianesimo nell'università di Roma, fu a più riprese richiamato o anche sospeso a divinis, anche se sempre ottenne la revoca delle condanne grazie alle sue frequenti sottomissioni non sempre approvate neppure dagli amici. Ma egli stesso avrebbe spiegato questo suo atteggiamento, scrivendo che "è necessario, in vista di più alti interessi religiosi, piegare il capo alla autorità che condanna per non rompere un'unità religiosa che nel sacrificio vivifica".

 

 

Scomunica e perdita della cattedra

Fu comunque scomunicato negli anni Venti e quindi fu a rischio di perdere la cattedra nel 1929, in seguito agli accordi lateranensi firmati dal Vaticano con il fascismo. Non perse la cattedra, ma fu distaccato dal Ministero per occuparsi della pubblicazione delle opere di Gioacchino da Fiore. Il suo amore e la sua appartenenza alla Chiesa si manifesta anche nella sua ostinazione a non volere abbandonare il segno esterno di tale appartenenza, l'abito talare. Lo lascia solo quando vi è costretto dalla legge.

Quella cattedra che non aveva perso nel 1929, la perse poi nel 1931, quando fu uno dei pochi professori universitari a rifiutarsi di giurare fedeltà al regime fascista. Le ragioni del suo rifiuto furono solo in parte di carattere politico: la vera ragione era di carattere religioso. Fedele alla dottrina evangelica, Buonaiuti non accettava di fare un gesto condannato dal Vangelo. Lo scrisse egli stesso in una lettera inviata al rettore dell'Università romana: "A norma di precise prescrizioni evangeliche... reputo mi sia vietata qualsiasi forma di giuramento (F. Parente, Ernesto Buonaiuti, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1971, p. 80).

 

Sempre fedele, senza ritrattazione

Così, dopo il 1931, visse un lungo periodo di grande impegno scientifico ma anche di ristrettezze economiche, alle quali spesso ovviò grazie all'aiuto di alcuni suoi fedelissimi alunni e anche dalla possibilità di rispondere positivamente a tanti inviti per conferenze. Avrebbe forse potuto diventare professore ordinario in Svizzera, a patto di aderire alla Chiesa riformata: cosa che non volle fare, poiché per tutta la vita rimase in coscienza fedele alla Chiesa di Roma, come apparve chiaro anche quando pubblicò, nell'ottobre 1945, la sua autobiografia, che aveva come titolo una vera e propria dichiarazione di amore per quella Chiesa che lo aveva condannato: Pellegrino di Roma. La generazione dell'esodo.

Al momento della pubblicazione dell'autobiografia, stava pensando di occuparsi in modo diretto di politica, forse anche presentandosi candidato alle elezioni. Poco dopo però cadde gravemente ammalato e dal Vaticano inviarono alcuni, in particolare il cardinale Marmaggi, per una possibile riconciliazione con la Chiesa cattolica, a condizione che Buonaiuti firmasse un documento in cui si precisava che accettava tutte le posizioni della Chiesa e riprovava tutto quanto la stessa Chiesa riprova. Buonaiuti non accettò di firmare, e pochi giorni dopo morì. Era il 20 aprile 1946, la vigilia di Pasqua.

 

Maurilio Guasco    

Professore Emerito di Storia del Pensiero Politico Contemporaneo