(Contro) riforma Renzi: lutto e resistenza. Ai referendum!

29-04-2016 - Notizie

(Contro) riforma Renzi: lutto e resistenza. Ai referendum!

 

 

 

di Paolo Farinella, prete

Si avvicina il 25 Aprile, festa della Liberazione dal nazi-fascismo e siamo costretti a listare a lutto l'intera giornata, la nostra memoria e anche i nostri timori, divenuti certezze. Martedì 12 aprile 2016 è stato un giorno di lutto e di dolore: con 367 voti a favore, 7 contrari e 256 fuori dall'aula, la (contro) riforma costituzionale è passata in quarta lettura conforme. Essa è stata votata dal 58,25% dei deputati, mentre 40,63% ha lasciato l'aula. L'immagine plastica è tragica: il capo del PD parla in un'aula vuota, dando il volto a una solitudine penosa applaudito solo dai raccogliticci vincolanti del NCD, SC e specialmente di VERDINI). Il giorno proditorio passerà alla storia come violenza contro natura alla Democrazia e allo Stato di Diritto.

La maggioranza parlamentare che ha votato la controriforma costituzionale, nel Paese reale rappresenta solo 1/3 dei cittadini; nell'attuale Parlamento, escluso il M5S, il 18% è condannato o inquisito per varie ipotesi di reato (dal sostegno esterno alle mafie all'influsso illecito d'influenza, alla corruzione e tanto altro ancora).

Al contrario, costoro che dovrebbero essere espulsi senza alcun indugio, non solo hanno cambiato «casacca», passando da un gruppo a un altro, per garantirsi la mangiatoia, ma sono stati addirittura «indispensabili» perché senza Verdini, la riforma non passava.

Questo è il parlamento reale e vuoto che ha votato un Renzi sgonfiato perché non ha nulla da festeggiare, anche se sogna di governare fino alla morte, credendosi Alessandro Magno o Giulio Cesare. Gli ricordiamo, solo per dovere storico, che il primo morì giovane e il secondo assassinato da uno della sua stessa famiglia. Se lo ricordi lui che, non eletto, che governa dopo avere assassinato il suo predecessore con una pugnalata alle spalle.

Con questa approvazione, vera macelleria costituzionale, chi alle elezioni prendesse solo la maggioranza relativa, pure il 25%, si papperà anche la maggioranza assoluta alla Camera, dove siederanno 100 capilista bloccati; gli elettori che fingeranno di votare questa minoranza saranno obbligati a scegliere i 100 nominati dalla segreteria del partito. Con vari meccanismi e giochini diversi, il 25% del Paese avrà i numeri per eleggersi il «Presidente della Repubblica», la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura. Cessa la tripartizione equilibrata dei poteri e resta solo il Governo che galleggia in un mare di «servi», per altro ricattabili.

La riforma è stata fatta sull'onda dell'ubriacatura del 40% delle elezioni europee del 2014, quando ancora Renzi non aveva mostrato il suo vero volto di maschera di Berlusconi. Se si votasse oggi, secondo i sondaggi, vincerebbe il M5S per cui questa riforma può anche essere un boomerang per chi l'ha pensata. Questo non ci consola, anzi ci addolora ancora di più perché svela la strumentalizzazione che l'anima.

Come reagire da cittadini e cittadine democratici e liberi?

C'è un solo modo: RESISTERE, RESISTERE, RESISTERE, andando a votare domenica 17 Aprile per il Referendum sulla salvaguardia del nostro mare e contro gli interessi di società petrolifere, che, forse, hanno finanziato e finanziano la fondazione di Renzi (che si rifiuta di pubblicare l'elenco dei suoi foraggiatori, per cui il sospetto resta e la verifica è impossibile).

Qualcuno dirà: che c'entra il Referendum sulle trivelle con la riforma costituzionale? Eccome se c'entra. TUTTO SI TIENE in un progetto eversivo per togliere ai cittadini anche la parvenza di una sovranità che il voto ancora s'illudeva di concedergli. Il presidente del consiglio, non eletto, commettendo un illecito, invita a disertare il voto (come la buon'anima di Craxi), ponendo così la premessa per il prossimo Referendum abrogativo del pasticcio incostituzionale renziano del prossimo ottobre. Se Renzi vincesse questo Referendum, facendolo fallire, sarà più difficile contrastare la sua controriforma.

Il 17 APRILE 2016, si vota nella sola giornata di domenica e bisogna VOTARE SI per mille e una ragione. Eccone alcune:

1.    Affermare il nostro diritto di votare, come ha ricordato il Presidente della Corte Costituzionale che ha smentito il presidente del consiglio, dandogli una lezione di cultura democratica e costituzionale.

2.    L'estrazione del petrolio da tutte le piattaforme dentro le 12 miglia dalle nostre coste è pari al 1% del fabbisogno nazionale, mentre il gas è al 7%. Petrolio e gas non resterebbero in Italia, perché come ha dimostrato lo scandalo di Tempa Rossa, l'oleodotto fino al porto di Taranto serve per stoccare l'estratto, caricarlo sulle petroliere e inviarlo alle raffinerie di Total e Shell che lo rivenderanno, anche all'Italia, come prodotto finito e più costoso. Valeva la pena distruggere le bellezze più belle della nostra Nazione per un piatto di lenticchie, visto che i posti di lavoro sono 300ca. in un anno? Se si valorizzasse la ricchezza naturale e artistica si avrebbero migliaia e migliaia di posti di lavoro puliti e senza danni permanenti.

3.    I danni all'ambiente e l'inquinamento dell'aria, della terra e delle falde acquifere, causa principale delle morti per tumori, specialmente a Taranto, devastata e martoriata dall'ILVA, valgono il regalo fatto alla TOTAL che si prende petrolio e gas e ci lascia scorie, inquinamento e distruzione?

4.    La corruzione che gestisce questi traffici è davanti a tutti: si è dimesso un ministro, non una sguattera del Guatemala e il suo ormai ex-compagno è inquisito insieme a pezzi dello Stato marci e senza coscienza.

5.    Nove Regioni governate dal Pd, hanno indetto il Referendum contro il loro stesso partito e contro Renzi.

Per questi motivi, mentre ci prepariamo a festeggiare la Liberazione, listata a lutto, il 17 aprile 2016 andiamo a votare e votiamo un solenne «no».

                                                                                                                                        ( MicroMega, 13 marzo 2016).

 

 

17 Aprile, cittadini o sudditi? Un SÌ oggi per un NO domani

 

di Angelo d'Orsi

Che un presidente del Consiglio dei ministri, davanti a un evento istituzionale, previsto (ancora!) dalla Costituzione, inviti i cittadini a non recarsi alle urne, è fatto grave, che mostra la lontananza del soggetto in questione dalla stessa dinamica del sistema democratico. Che un ex presidente della Repubblica, che in realtà, più di qualsiasi altro suo predecessore, ha svolto un ruolo direttamente politico, legittimi l'astensione dal voto - non l'astensione nel senso della scheda bianca, ma l'astensione dall'andare a votare, cosa che ha un significato e un effetto politico preciso - appare gravissimo. Mi riferisco naturalmente al referendum detto "sulle trivelle", sottovalutato a torto da non pochi esponenti del mondo culturale di orientamento progressista (se questa parola ha ancora un senso).

Un referendum oggetto di una disinformazione paurosa (al programma tv Agorà su RaiTre il conduttore, Gerardo Greco, è riuscito a dire: "il referendum si terrà in otto regioni" e alla replica giustamente stizzita del presidente della Regione Puglia, Emiliano, ha corretto: "Sì, ma interessa solo otto regioni..."), e soprattutto di un boicottaggio mediatico e politico che ricorda quello famoso su cui Bettino Craxi, che aveva invitato ad andare al mare, subì una bruciante sconfitta. Ebbene, non soltanto occorre augurarsi che lo stesso effetto abbia la spocchiosa dichiarazione di Matteo Renzi e il paludato assist di Giorgio Napolitano, occorre anche e soprattutto mobilitare ogni forza negli ultimi giorni che precedono il voto del 17 aprile. 

Occorre ricordare a tutti gli italiani e le italiane innanzi tutto che questo voto ha in primo luogo un valore pratico enorme, a dispetto di chi lo minimizza per disinformazione o per malafede: difendere l'ambiente, e in specie quello marino, dai signori del petrolio, costituisce un'opzione non negoziabile.

In secondo luogo, il referendum ha un valore simbolico-culturale: bisogna far comprendere che sul tema ambientale si giocherà innanzi tutto il futuro non solo italiano, o europeo, ma del globo terracqueo.

In terzo luogo (last, but not least) il referendum ha e avrà un peso direttamente politico, proprio per la arrogante linea "governativa", da Renzi (e suoi scherani, dalla Serracchiani a Orfini e via seguitando) a Napolitano (e la pletora di commentatori che si inchina al vecchio ma loquacissimo "re Giorgio).

Si deve ricordare, innanzi tutto che la scelta di indire una giornata di voto distinta dalle elezioni amministrative, facendo ricadere sulla collettività un costo ragguardevole (300 mila euro) che si poteva e si doveva evitare, e soprattutto usando poi come argomento contrario al referendum, proprio il suo costo. Un esempio agghiacciante di cinismo e menzogna.

Si deve poi e soprattutto riflettere sul fatto che questo referendum non è che l'antipasto della "campagna d'autunno", ossia quella volta a procacciare intorno alla infame "riforma costituzionale" Renzi-Boschi-Napolitano un consenso che si cerca di raggiungere minacciando la madre di tutte le crisi, se non vi fosse l'approvazione popolare. 

Sono anni che la politologia all'unisono con gran parte del commento giornalistico parla di "ritorno della piazza", sia constatando un fatto, la ripresa di movimenti di popolo, dal basso, determinata dalla crisi della democrazia rappresentativa, sia, talora, variamente auspicando o persino sostenendo l'agorà, la democrazia diretta, contro le assemblee elettive, sempre più delegittimate dalla vox populi, e dalle inchieste giudiziarie.

Ebbene, il referendum costituisce un meraviglioso punto d'incrocio fra l'azione diretta dei cittadini, la politica dal basso, da un lato, e le istituzioni dall'altro. Non a caso nel progetto costituzionale si prevede di rendere il referendum uno strumento quasi irraggiungibile, perché il potere lo teme. Anche se poi, come accaduto con quello sull'acqua pubblica, fa di tutto semplicemente per disattenderlo, contando che prima o poi, sulla volontà espressa dai cittadini cada un velo di polvere, e si possa procedere del tutto prescindendo da essa.

Rendendo il referendum più difficile, al limite dell'impossibile, il potere si premunisce. D'ora in avanti, se passerà la "riforma" costituzionale, non dovrà più temerli. E noi? Noi cittadini, che faremo? Rimarremo inerti ad aspettare che ci strappino una delle poche armi che la Costituzione repubblicana ci ha donato?

Anche e forse soprattutto per codeste ragioni questo referendum apparentemente limitato nell'oggetto, ha un valore straordinario. Far vincere il "Sì", ossia chiedere lo stop delle trivellazioni in mare, ossia dello sfruttamento dei giacimenti ad infinitum (come pretende la norma della legge di stabilità di cui si chiede l'abolizione), significa innanzi tutto reclamare il nostro diritto di cittadini che non ci stanno a diventare sudditi. Far vincere il "Sì" oggi significa porre una prima pietra, importante, sulla strada che ci dovrà condurre al "No" alla pretesa "riforma" costituzionale, domani.

Significa dunque la speranza di un cambio di pagina politica di cui il Paese ha bisogno urgente: se al contrario dovesse fallire questo referendum, la prospettiva per il successivo, diverrebbe certamente meno favorevole, per chi ritiene che Matteo Renzi, con Giorgio Napolitano alle spalle, costituisca un pericolo per la vita democratica, per lo Stato sociale, e per quel che rimane della sinistra in Italia.

                                                                                                       (MicroMega, 15 aprile 2016)