Bagnasco: un'Europa pi cristiana

05-08-2016 - Notizie

Bagnasco: «Abbiamo bisogno di un'Europa più cristiana»
Il presidente della Cei e Arcivescovo di Genova invita a ritrovare le radici: «Serve un Continente più umanistico, non penso alla rinascita del confessionalismo»
di Paolo Conti

Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana: cosa ha provato sapendo del barbaro omicidio di Padre Jacques Hamel mentre celebrava la Messa?
«Direi cosa si prova anche di fronte a ciò che sta accadendo a ripetizione... C'è, preoccupante ed evidente, il progetto di un salto di qualità del terrorismo per far credere che ci sia una guerra tra religioni. Questo conflitto tra fedi non c'è, non esiste. Resta il pericolo che in tanti possano crederlo. A mio avviso occorre reagire su un duplice livello. Il primo, immediato, è chiedere un aiuto significativo al mondo musulmano».
Cosa intende per «aiuto del mondo musulmano», eminenza?
«Nel condannare con estrema chiarezza questi fatti. Per "aiuto" intendo che il mondo musulmano moderato faccia sentire la sua voce alta, unitaria, ripetuta, decisa, priva di qualsiasi ambiguità e che esprima un'assoluta condanna proprio per isolare quei fondamentalisti che si servono delle categorie religiose per raggiungere ben altri scopi».
Lei sa bene che il mondo musulmano non ha un vertice unitario come la chiesa cattolica e che è molto diviso.
«Certo, ma è bene che tutti i pezzi, anche i frammenti, di questo mondo condannino la violenza e il terrorismo ritrovando una certa unità almeno intorno a questo valore. Sarebbe essenziale se le tante realtà musulmane, pur nella loro differenza religiosa, rifiutassero esplicitamente e senza esitazione un fanatismo barbaro e omicida. Questo è il primo punto, essenziale, e speriamo che sia così».
Il secondo quale sarebbe?
«Il secondo punto riguarda noi, cioè l'Europa e l'Occidente che non mi sembra abbiano compiuto la debita ed essenziale riflessione, quella culturale. Il nostro Continente dovrebbe riappropriarsi della propria cultura che ha, nelle radici, una visione antropologica e ideale cristiana, e lo dico senza voler offendere nessuno e senza aver paura di nessuno. L'Europa dovrebbe riproporre ai propri cittadini una visione alta e personalistica della società, dove la persona sia davvero al centro di una precisa visione antropologica, non nel segno dell'individualismo ma della solidarietà. È un approccio intrinsecamente cristiano».
Lei dice in sostanza: non bisogna vergognarsi di dirsi cristiani, in un'Europa attaccata dal fondamentalismo...
«Certo! È così. Ma non in termini di contrapposizione tra diverse identità storiche. Proprio nel senso del dialogo. Come spiega bene Emmanuel Mounier parlando di "personalismo" il dialogo si realizza in due quando si ha qualcosa di autentico da dirsi, quando l'uno offre all'altro il meglio di sé. L'Europa, da troppi decenni, ha poco da dire. Non si può dialogare esprimendosi solo in termini economici, politici, finanziari...».
Viene in mente la contestazione all'«Europa delle banche».
«Esatto. Questi fatti terribili che si ripetono da molto tempo impongono un esame di coscienza. Sono convinto che oggi ci sia bisogno di più Europa. Ma di un'Europa diversa, più umanistica, più "cristiana" non nel senso della rinascita del confessionalismo. I padri dell'Europa, penso a Robert Schuman, a Konrad Adenauer, ad Alcide De Gasperi, puntarono sulle comuni radici cristiane non in chiave confessionale ma semplicemente umanitaria. Proprio in una visione antropologica, il cristianesimo riassume il meglio dell'esperienza umana universale».
La pratica religiosa cristiana in Europa è in continuo calo. Secondo lei, quali soluzioni possono esserci?
«Il teologo Romano Guardini, citando sant'Agostino, insisteva molto sul "redde in te ipso", rientra in te stesso. C'è grande debolezza di pensiero, c'è diffusa "distrazione" nel senso pascaliano del termine, un correre sulle cose. Come dimostra la gioia, l'attenzione e lo stupore di questi giovani a Cracovia di fronte a ciò che è veramente importante, bisogna ritrovare se stessi al centro di se stessi nel silenzio personale, che non è isolamento ma profondità. Si può fare».
Se le dovesse capitare di parlare a un giovane fondamentalista come Adel Kermiche, cosa gli direbbe?
«Che la vita è sacra per tutti, e che per chiunque viene prima di tutto il resto. Che il valore di ogni singola persona è un valore universale che precede qualsiasi differenza, e proprio per questo è sacro. Gli direi di ascoltare la propria anima, di individuare il proprio vuoto spirituale, di riempirlo con ideali veri, non con il fanatismo. Questo discorso, mi creda, vale anche per tutti, anche per molti nostri ragazzi...».
C'è un pericolo oggettivo di atti terroristici in Italia? A Roma c'è il Papa...
«Difficile a dirsi, speriamo di no. Credo che la risposta più corretta sia che nessuno possa sentirsi esente da pericoli. Questo non vuol dire certo vivere nel terrore, significherebbe stare al gioco di chi dissemina angoscia e paura per far rientrare le persone nel proprio isolamento. Occorre invece stare più uniti, nel segno del bene. Una muraglia di male si vince solo con una doppia muraglia di bene, costruendo ponti di verità. Non ci sono altri mezzi».
Lei considera Padre Jacques Hamel un martire cristiano della nostra contemporaneità?
«Lo dirà la Chiesa. Noi lo stiamo guardando con grande ammirazione, con affetto, cerchiamo di cogliere il suo esempio. Rappresentava già un esempio di dedizione e di amore nella vita quotidiana: a 86 anni era ancora al servizio della propria comunità. In più ha fatto dono della vita, che gli è stata strappata in modo così selvaggio, barbaramente significativo...».