IL VESTITO DELLA RELIGIONE

01-09-2016 - Notizie

IL VESTITO DELLA RELIGIONE
LE COMUNITÁ religiose erano in subbuglio perché la Turchia "laica" aveva proibito gli abiti religiosi ai musulmani e a fortiori ai non musulmani. Per cui i preti dovettero indossare giacca e calzoni, i rabbini abbandonare i colbacchi e molte suore, pur di non rinunciare ai loro sontuosi cappelloni, lasciarono il paese.
Tornò prepotente, a parti inverse, in Francia alla fine degli anni Ottanta. Un servizio giornalistico sulla scuola di Èpinal fece scoppiare nel 1989 la "querelle du foulard": quando gli attentatori di oggi erano bambini, si decise che la laicità doveva essere tutelata impedendo l'uso "indiscreto" di simboli religiosi con fini potenziali di proselitismo nei luoghi pubblici. Ne uscirono una legge del 2004 e poi la "Carta della laicità" del ministro Vincent Peillon nel 2013, che vietava ogni forma di velo alle donne musulmane, la kippah ai maschi ebrei e la croce in vista ai cristiani: «Portare segni o abbigliamenti attraverso i quali gli allievi manifestino ostensibilmente una appartenenza religiosa è vietato». Una proibizione che ora si estende alle spiagge francesi, e che sta facendo nascere un dibattito europeo di cui c'è molto bisogno.
Non per decidere della sensatezza di questa norma oziosa e odiosa, ma per accendere un faro sui tre problemi soggiacenti la querelle.
Il primo problema è quello della libertà. Specie oggi che il terrorismo islamico vuol convincerci a rinunciare a libertà e tolleranze che abbiamo conquistato a fatica bisogna essere fermissimi nel dire che nessuno deve toccare la libertà delle donne musulmane - cresciute così o convertite - che vogliono indossare il velo. Sarebbe infatti odioso postulare che la loro libertà è più condizionata rispetto a quelle donne non musulmane che adottano con lo stesso grado di libertà gli stereotipi estetici della donna consumista e consumabile. Il punto è tutelare la libertà delle donne che il velo vogliono liberamente smetterlo: e su questo le norme e le sensibilità delle diverse comunità coinvolte sono ancora molto piccole, perché la coscienza della irrilevanza teologica di queste vestigia di una sudditanza femminile è troppo poca.
Il secondo problema è quello delle laicità: "le" laicità - perché di laicità ce ne sono molte. La laicità francese è una religione di Stato: e come ogni confessionalismo proibisce il proselitismo altrui con durezza e senza chiedersi se l'inospitalità verso le fedi e l'analfabetismo religioso producono una società più pluralista o alimentano la propaganda di quei fondamentalisti (non solo islamici, come giustamente ha ricordato il papa) che ritengono quel pluralismo una forma condannata e condannabile di relativismo. La laicità italiana - come ha detto giustamente Alfano - rende impensabile una intromissione nella osservanza di principi che non nuocciono ad altri e che hanno una origine religiosa. L'Europa non ha una "sua" laicità, neppure per media: anche adesso che è uscito dall'Unione un paese come il Regno Unito, il cui premier non poté diventar cattolico durante il suo mandato. Ma una pratica comune del religioso l'Europa deve averla: e questa non ha bisogno di capi religiosi che ci assicurino sulla bontà delle fedi, ma di un sapere che favorisca la pace fra le culture in cui le religioni vivono.
Il terzo problema è quello della educazione. Perché, come dimostra la Francia, le laicità non si insegnano imbottendo di prescrizioni la scuola e i 'valori' non si acquisiscono scrivendoli mille volte alla lavagna, per punizione. Serve un clima di conoscenza e di amicizia: e dunque insegnanti capaci (per noi smantellando rapidamente divieti vessatori come quello del Dpr 19/2016 che vieta ai laureati in scienze religiose di accedere ai concorsi a parità di crediti con i loro colleghi in possesso di altri titoli) che dissodino le diffidenze e creino rispetto per quegli aspetti immateriali - il cibo, le feste, gli abiti - che sono il quotidiano delle fedi.
Il "burqa" da togliere è quello sotto il quale si nascondono questi problemi: prima ce lo si leva, meglio è.
Alberto Melloni

(la Repubblica 20 agosto)