Dario Fo: il saluto del mondo dello spettacolo

14-10-2016 - Notizie

La morte di Dario Fo, il mondo della cultura e dello spettacolo: "Se ne va un personaggio unico"

Scrittori, comici, attori, critici: il commiato è un coro di voci che sottolinea la grandezza del personaggio e il vuoto che lascia. Ecco alcune testimonianze

di ARMANDO BESIO, LUIGI BOLOGNINI, ANNARITA BRIGANTI e SARA CHIAPPORI

 
 

 

La Repubblica, 13 ottobre 2016

 

Un addio sereno, grato per le lezioni umane e professionali avute, con la consapevolezza che opere come Mistero buffo resteranno per sempre. Così il mondo della cultura e dello spettacolo milanese ricorda Dario Fo.

Giuseppe Cederna. "Come credo tanti, anche io gli devo qualcosa a inizio lavoro. A fine anni Settanta facevo il clown, lui invitò me e i miei colleghi alla Palazzina Liberty: spettacoli surreali circondati dalla neve. Per un'infinità di artisti è stato un padre nobile, uno che sta a lato del vero padre, un esempio a distanza, ma anche uno che se serviva c'era. Oltre a tutte le sue opere, credo lasci una lezione di metodo: l'improvvisazione deve essere solo apparente e in realtà deve nascere da metodo e studio. Dopo ogni replica di uno spettacolo si metteva lì con Franca e analizzavano cosa era andato bene e cosa no nei minimi dettagli".

Moni Ovadia. "Se ne va un gigante della cultura e una personalità artistica come poche ce ne sono state. Averlo conosciuto e frequentato è stato un immenso privilegio. Dario ha dato la parola agli ultimi e agli umili, rendendola grandiosa e portando il teatro italiano non nel mondo, ma nell'universo. Anche la sua militanza politica è sempre stata un gesto necessario, dettato dall'urgenza e trasfigurato in un magnifico sberleffo. Lui, con il suo maglione nero, sapeva accendere epopee, storie, visioni con un gesto. A questo punto spero solo che gli uomini delle istituzioni stiano zitti e per una volta abbassino la testa. Dario è sempre stato contro il potere in tutte le sue forme, una voce scomoda in un'Italia che preferisce l'acquiescenza e per questo non l'ha trattato come meritava. Che Milano, la sua città, non gli abbia mai dato un teatro è uno scandalo. La sua scomparsa lascia una voragine incolmabile in un paese dedito alla mediocrità starnazzante degli yes man".

Gianna Nannini. "Lo avevo conosciuto alla fine degli anni Settanta. Una sera ero andata a vedere il suo Mistero Buffo, curiosa di quello che mi sarei trovata davanti, e finii per invidiarlo per l'uso della lingua, per quella sua incredibile capacità comunicativa, davvero potentissima. Diventammo amici, tanto che poi, molti anni dopo, io, lui e Franca Rame andammo anche dall'allora sindaco di Milano, Albertini, a difendere gli spazi dei centri sociali. Un grande maestro, un grande libertario che con la sua arte ha compiuto una vera rivoluzione moderna".

Michele Mozzati di Gino e Michele. "Avevamo mille amicizie in comune, su tutte Jannacci e Paolo Rossi, eppure io e Gino con Fo ci siamo solo sfiorati. Il mio è quindi il ricordo di uno spettatore a cui Mistero buffo sconvolse la vita, uno spettacolo che mi mosse qualcosa dentro, mi fece vedere un'altra via artistica. L'altra cosa per cui va ringraziato in eterno è il Nobel. Nel senso che il fatto che venisse assegnato a uno considerato guitto fu una vittoria morale di tutti noi del mondo comico, che venivamo considerata gente da tenere a distanza da templi della serietà come Nobel o il festival di Venezia".

Vittorio Sgarbi. "E' come un vulcano che abbia smesso di eruttare, la sua potenza era la parola viva. E' stato Grillo prima di Grillo. Non ha fondato un partito, ma è stato capace di influenzare le nostre coscienze con la forza della parola".

Philippe Daverio, critico d’arte: “L’ironia come arma della coscienza, era questa la sua principale caratteristica”.

Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro. "Muore un grande vecchio con la forza trascinante, le passioni, l'umanissimo sarcasmo di un ragazzo che non rinuncia a combattere. A lui mi lega una lunga storia, dall'ammirazione adolescenziale alle cose che poi abbiamo fatto insieme nel tempo. Restano l'amicizia, la tenerezza, ma soprattutto la stima per l'uomo e l'artista. Spesso non eravamo d'accordo, ma discutere con lui era bellissimo. Mi vengono in mente le Lezioni spirituali per giovani samurai di Mishima, un autore che probabilmente non amava. Ma quando scrive 'Viviamo in un'epoca in cui le passioni e gli ideali vengono derisi e questo non porterà a nulla', mi viene in mente lui, che non ha mai deriso le passioni".

James Bradburne, direttore della Pinacoteca di Brera: “Sono addolorato per la perdita di un genio. Come scrive Isabelle Allende: 'La gente muore solo quando viene dimenticata' e nel caso di Fo la sua preziosa opera vivrà per sempre incitandoci ad andare avanti, con forza e coraggio e amore per il teatro”.

Massimo Boldi. "Se ne va davvero un personaggio unico a cui tutto il mondo della cultura e dello spettacolo di Milano era legato. Con il nostro grande amico Enzo Jannacci aveva iniziato una storia unica nella Milano del dopoguerra. Con lui finisce una generazione, che per fortuna ha seminato benissimo, lasciando un bagaglio culturale che in tanti hanno raccolto e raccolgono".

Renato Pozzetto. "Era il mio idolo. Io e Cochi abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo e di lavorare assieme, scrivendo canzoni come Il bonzo. Quando veniva al Derby era sempre ricco di consigli per i nostri sketch, ed erano sempre perfetti e preziosi. Ma il nostro non era solo un rapporto professionale: per anni abbiamo fatto le vacanze assieme a Cesenatico. Finisce una generazione, ma non la sua lezione, in tanti l'abbiamo seguita. I giovani artisti di adesso meno, ma chi delle nuove leve vi si accosterà ne resterà sempre folgorato"

Cochi Ponzoni. "Un dolore vero, è stato uno dei nostri scopritori, ci ha conosciuti giovanissimi, incoraggiato e invogliato a continuare il lavoro del comico. Un grande artista e un grande uomo: ricordo quando andai a trovarlo dopo la morte di Franca la dolcezza con cui accoglieva i visitatori nonostante fosse squassato dal dolore".

Enrico Bertolino. "Era il papà dello spettacolo: chiunque di noi, che sia cabarettista o attore di ricerca, ha avuto e ha qualcosa da imparare da lui. Quando lo conobbi feci una figuraccia. Mi invitarono a fare il mio muratore bergamasco a una serata senza dirmi che c'era anche lui. Volevo sprofondare quando lo seppi, le mie pagliacciate in gramelot di fronte all'inventore del gramelot. Ma a cena fu splendido: mi scrisse 'Te set brao' su un tovagliolino di carta. Ce l'ho ancora e oggi lo incornicerò in casa".

Paolo Jannacci. "MMamma mia, che botta. Non ci vedevamo da un po', ma sapevo che se serviva lui c'era. Avevo imparato a conoscerlo di riflesso, cioè tramite la stima che mio papà Enzo nutriva per lui. Questo mi mise sull'attenti, mi incuriosì verso di lui e frequentandolo di persona capii l'impatto culturale e sociale delle sue opere. E in fondo capii meglio anche mio padre. Le canzoni che avevano scritto assieme erano il riflesso di sensazioni e situazioni sociali della Milano anni 50 e 60, che fosse chi aspettava una ragazza che intanto si concedeva a un altro o uno sberleffo al potere prevaricatore. Certo, come diceva papà, erano solo canzonette. Ma facevano riflettere. Da musicista poi non posso non notare che Dario aveva un proprio ritmo, usava uno schema metrico che stravolgeva quelli già esistenti. E in questo, può sembrare un paradosso, era come Frank Sinatra".

Padre Andrea Dall’Asta, direttore centro culturale San Fedele: “Un 'folle', beffardo giullare, amante irrefrenabile della libertà. Dicendo scomode verità si è beffato del potere, dando voce a tutti gli oppressi”.

Uliano Lucas, fotografo: “Il primo ricordo di lui è la sua convivialità, la straordinaria capacità che aveva di intrattenerci tra i tavoli del bar Giamaica a Brera”.

Camillo Fornasieri, presidente del Centro culturale di Milano: “Ripenso a Ho visto un re, al suo tentativo costante della libertà, con tutte le bellezze e le durezze che questo comportava”.

Marco Bepoliti. "Non avevamo le stesse posizioni politiche, ma ho sempre amato tantissimo l'uomo di teatro. Fo era uno straordinario attore, che incarnava profondamente l'identità italiana, non solo quella milanese. Era il De Filippo del Nord, con un modo tragicomico di affrontare l'esistenza. Un artista che andava al di là dei suoi stessi testi. Mistero buffo non sarà la stessa cosa senza la sua presenza fisica".
 
Alessandro Bertante, scrittore. "Mi ha fatto compagnia per tutta la mia giovinezza, negli anni Settanta. I ricordi più dolci sono legati alla sua attività di cantastorie, di 'giullare'. Le pagine più belle che Fo abbia prodotto sono quelle sui bombardamenti di Milano, in una zona della città, tra la Stazione Centrale e Porta Venezia, che avevo trovato già ricostruita. Da ragazzo mi stupivo di quanto quelle case fossero nuove".
 
Davide Mosca, scrittore. "Uno dei primi incontri da Verso è stato con Fo. Arrivò in anticipo di un'ora e volle iniziare lo stesso, con chi c'era. 'Perché aspettare?', ci disse. Lo ricordo molto disponibile, fece anche le foto dietro il bancone, con i ragazzi della libreria. Mi colpì la sua grande prestanza fisica, rispetto al peso piuma degli intellettuali. Aveva un grande sorriso, emanava luce".
 
Dario Crapanzano, giallista. "Non l’ho conosciuto di persona, ma era un grossissimo personaggio, soprattutto per me, che in passato ho studiato recitazione. Fo ha continuato fino all’ultimo a fare qualcosa di valido. Un artista inimitabile, che ha lasciato un segno destinato a non perdersi nei secoli. Con lui ed Eco se ne vanno i grandi maestri, ma non mi mette ansia, è nella natura delle cose. Restano le loro opere. Quelle di Fo, in particolare, non scompariranno mai".
 
Bruno Arpaia, scrittore e giornalista.

"L'ho incrociato in occasioni collettive, non ci conoscevamo bene, ma ho un ricordo preciso della prima volta che lo vidi a teatro, negli anni '70, a Napoli, prima di trasferirmi a Milano. Era uno spettacolo 'a sorpresa'. A un certo punto arrivavano finti poliziotti e arrestavano tutti. I maestri un tempo erano tanti. Ora non ne vedo del suo livello nel panorama desolante attuale. Incrociamo le dita, si tratta di una funzione fondamentale".