Il revisionismo del card. Betori sulla vicenda di don Milani

25-01-2017 - Notizie

“Barbiana? Non fu esilio”. Il revisionismo del card. Betori sulla vicenda di don Milani

“Adista” n. 1 , 7 gennaio 2017  di Luca Kocci


«Si è detto che don Milani fu mandato a Barbiana in esilio. Ma quella era una destinazione normale per un prete con alle spalle pochi anni di esperienza in parrocchia». Lo ha “rivelato” l’arcivescovo di Firenze, card. Giuseppe Betori, in una lunga intervista al Corriere Fiorentino (l’inserto di Firenze del Corriere della Sera, 3/12), aggiungendo così un ulteriore tassello alla “normalizzazione” di don Lorenzo Milani, a ridosso del cinquantesimo anniversario della sua morte (26 giugno 1967-26 giugno 2017). Come del resto lo stesso Betori aveva già fatto due anni fa, in occasione della cosiddetta “riabilitazione” di Esperienze pastorali – l’unico libro firmato da don Milani e pubblicato dalla Libreria editrice fiorentina nel 1958 prima di essere giudicato «inopportuno» dal Sant’Uffizio –, asserendo che «non c’è stato mai nessun decreto di condanna contro Esperienze pastorali», ma solo «una comunicazione data dalla Congregazione all’arcivescovo di Firenze nella quale si suggeriva di ritirare dal commercio il libro e di non ristamparlo o tradurlo» (v. Adista Notizie nn. 16 e 45/14 e Adista Segni Nuovi n. 18/14).

«Don Lorenzo, più di ogni altro, ha attualità pastorale e culturale, ed è anche la figura ecclesialmente più radicale nella fede», spiega Betori rispondendo alla domanda del cronista del Corriere, Paolo Ermini, sui «grandi» del cattolicesimo fiorentino del Novecento. «Ha molto da insegnare a me e ai miei preti», aggiunge Betori, il quale annuncia che nel 2017 la diocesi di Firenze organizzerà una iniziativa proprio sull’attualità di Esperienze pastorali. «Però nella chiarezza – puntualizza l’arcivescovo di Firenze –. Ad esempio si è detto che don Milani fu mandato a Barbiana in esilio. Ma quella era una destinazione normale per un prete con alle spalle pochi anni di esperienza in parrocchia. Un mese prima Barbiana era stata affidata a don Renzo Rossi, che poi non ci andò. Certo, probabilmente in quella decisione c’era anche la piccola vendetta di monsignor Tirapani, il vicario del vescovo, che di don Milani era stato professore di Sacre Scritture in seminario, ma che don Milani non riteneva adeguato. Com’è da considerare il fatto che don Milani voleva restare a Calenzano dopo aver rotto con tutti i sacerdoti della zona… Non era proprio possibile. Barbiana dunque fu sì esilio, sì punizione, ma anche una destinazione normale per un prete come lui. Ne ho contate di parrocchie della Diocesi che allora non avevano più di 50 abitanti, senza strada, nel bosco. Almeno altre otto. Per altri preti quelle parrocchie erano un esilio prima della terra promessa: una parrocchia più popolosa, magari in un grande centro. Don Milani invece fece della parrocchia di Barbiana la sua terra promessa. E si giocò la vita per quelle 50 persone, per quei 50 figli di Dio».

Al di là della contraddizione interna che emerge dalla risposta («Barbiana dunque fu sì esilio, sì punizione, ma anche una destinazione normale»: delle due l’una!), le parole di Betori appaiono come una vera e propria mistificazione storica, perché la parrocchia di Barbiana, come hanno dimostrato le più autorevoli biografie (di Neera Fallaci e Maurizio Di Giacomo) e diversi studi su don Milani, era stata destinata alla chiusura: partito definitivamente l’ultimo parroco (don Torquato Mugnaini) nell’ottobre 1953, a don Renzo Rossi, parroco a Rossoio (un’altra località di montagna del Mugello, nei pressi di Vicchio), sarebbe toccato solo di andarvi a celebrare la messa la domenica, mentre durante la settimana la chiesa sarebbe stata chiusa (v. notizia successiva). Ma per la necessità di trovare una parrocchia dove isolare don Milani – sostanzialmente per motivi politici dal momento che, durante i suoi anni a Calenzano, non si era completamente allineato alle direttive per il voto alla Democrazia Cristiana che giungevano dalla Curia di Firenze soprattutto in occasione delle elezioni del 1953 – l’arcivescovo di Firenze, card. Elia Dalla Costa (fortemente influenzato dal vicario, mons. Mario Tirapani, e probabilmente dal neo vescovo ausiliare imposto a Dalla Costa, mons. Ermenigildo Florit), decise di tenere stabilmente aperta la parrocchia Barbiana, dove poi don Milani costruirà la sua pastorale evangelica e rivoluzionaria, soprattutto a partire dalla scuola.