Il 25 Aprile dal nostro inviato Enzo Biagi

25-04-2017 - Notizie

Il 25 Aprile dal nostro inviato Enzo Biagi

di Enzo Biagi | 25 aprile 2017

 

Patrioti, diretto da Enzo Biagi, era una pubblicazione clandestina della 1ª Brigata Giustizia e Libertà. Il primo numero uscì nel 1944. Checco, Francesco Berti Arnoaldi, l’amico di una vita, raccontò che il partigiano Biagi “aveva un modo di fare deciso, convinto che diventare partigiano fosse la scelta giusta. Aveva l’aria di uno che sapeva quello che si doveva fare”. Il compito del giornalista era di comunicare quello che i partigiani facevano per la popolazione, per liberare il territorio. Si inventò Patrioti: dal contenuto alla grafica. Sul giornale scrissero a turno anche altri partigiani. Biagi parlava con loro poi scriveva il pezzo che veniva firmato con il nome di battaglia dell’intervistato.

Perché l’Italia viva: il poeta guerriero

“Ciò che hai fatto non sarà dimenticato. Né i giorni, né gli uomini possono cancellare quanto fu scritto col sangue. Hai lasciato la casa, tua madre, per correre alla montagna. Ti han chiamato ‘bandito’, ‘ribelle’; la morte e il pericolo accompagnavano i tuoi passi. Scarpe rotte, freddo, fame e un nemico che non perdona. Sei un semplice, un figlio di questo popolo che ha sofferto e che soffre: contadino o studente, montanaro o operaio. Nessuno ti ha insegnato la strada: l’hai seguita da solo, perché il cuore ti diceva così. Molti compagni sono rimasti sui monti, non torneranno. Neppure una croce segna la terra dove riposano. La tua guerra è stata la più dura, tanti sacrifici resteranno ignorati. Ti sei battuto da soldato. E da soldato sono caduti coloro che non torneranno. Tornerai alla tua casa, al lavoro.

Comincerà l’altra battaglia per ricostruire ciò che fu distrutto. I campi devastati aspettano le tue braccia forti, le macchine delle officine sconvolte dovranno tornare a pulsare. I libri coltiveranno il tuo spirito, ti insegneranno quanto grande è la civiltà che il tuo Paese ha proiettato sulle genti. Sei stato un buon soldato, sarai un buon lavoratore. Giosuè Borsi, un poeta combattente, lottò e cadde per un’Italia più grande, ma soprattutto per ‘un’Italia più buona’. Anche tu vuoi che da tanti dolori nasca un mondo più giusto, migliore, che ogni uomo abbia una voce e una dignità. Vuoi che ciascuno sia libero nella sua fede, che un senso di umana solidarietà leghi tutti gli italiani tornati finalmente fratelli. Vuoi che questo popolo di cui sei figlio viva la sua vita, scelga e costruisca il proprio destino. Non avrai ricompense, non le cerchi. Sarai pago di vedere la Patria afflitta da tante sciagure risollevarsi. Uno solo è il tuo intento: perché l’Italia viva”. Nel primo numero non poteva mancare il ricordo di Binda, Rossano Marchioni nato a Gaggio Montano, medaglia d’oro al valor militare alla memoria, il primo dei sei caduti della Brigata. Comandante di pattuglia fu sorpreso a causa di un traditore dai nazifascisti che tenne impegnati per tre ore salvando la vita di diversi compagni. Rimasto senza munizioni si lanciò contro i tedeschi, nel corpo a corpo due di essi perirono. Biagi scrisse anche un pezzo dedicato agli alleati. Era convinto che non comprendessero fino in fondo il sacrificio dei partigiani.

Il “maltrattamento” dopo la liberazione

“In ogni epoca, presso ogni popolo sorge il problema fondamentale nella cui soluzione è la condizione essenziale perché quel popolo non decada dal suo grado di civiltà e dalla sua stessa dignità. Quando i Partigiani combattono e, senza alcuna retorica, muoiono per non seguire la più facile soluzione di piegarsi a una esistenza contraria alla dignità, essi non suppongono neppure che al di qua delle linee, nei luoghi in cui al tedesco distruttore si è sostituita la civiltà delle Nazioni Unite, li attenda una svalutazione così terribile del loro gesto di ribellione tale cioè da portare quel gesto e quelle loro sofferte e conquistate posizioni di civiltà sul piano di un qualsiasi problema di polizia o, nel migliore dei casi, di assistenza. Tutti coloro che hanno lottato e rischiato la loro vita nella guerra partigiana (la più faticosa e tragica di tutte le forme di guerra) non dimenticheranno mai il momento in cui alla gioia della liberazione, allo sbalordimento del primo contatto con le tante attese e invocate truppe liberatrici, segue senza alcun distacco l’immediato disarmo, per taluni l’arresto come sospetti di spionaggio, per tutti poi l’invio a un qualsiasi centro di raccolta dove non stanno in alcun modo meglio di quando erano alla macchia anzi, quasi sempre stanno peggio.

Cose queste che sarebbero, pur nella loro assurda ragionevolezza sopportabili, se malgrado questo poco lusinghiero trattamento l’atmosfera che circonda i Partigiani fosse di leale riconoscimento e di stima. Se insomma si dicesse loro che sono veramente i soldati di Italia, i combattenti della giustizia e libertà, i soli che nell’altezza del loro sacrificio, partecipano del grande fronte sorto nel mondo contro la tirannia e la ottenebrata schiavitù. Il voler riconoscere la pur tanto esortata ed elogiata (quando era utile) loro attività non è, da parte degli alleati, un titolo che possa andare a loro onore. Ormai ferve in tutti i paesi la ribellione contro un simile sistema di trattare i Patrioti. Solo in Italia (e questo è ancora uno degli argomenti che dovrebbero far pensare a quanto alta sia la comprensione dei Partigiani italiani) si è sopportato e si sopporta per non far cadere in un disastro maggiore e in una ancora più tragica condizione il nostro Paese. Patriota, non dimenticare i tuoi fratelli prigionieri. Essi meritano tutto il nostro affetto e la nostra considerazione. Non si sono battuti per il fascismo, ma hanno obbedito con lealtà alla chiamata della Patria. Sono soldati d’Italia e hanno avuto e hanno con sé il rispetto del mondo. I combattenti sono una grande forza e il loro contributo avrà una fondamentale importanza per la ricostruzione del Paese”.

Il terzo e ultimo numero uscì nell’aprile del 1945. Biagi ricordava tutti i nomi di quelli che erano stati con lui: Gigino, Penna Nera, che era stato in Russia, Sandro, laureato in storia dell’arte e milionario, aveva fatto il gappista in Toscana, l’Alpino, Aldo, anarchico, reduce dalla galera, Pietro, Pietro Pandiani, il comandante, era capitano dell’esercito e a lui in tanti dovevano la vita.

Ci battezzarono fascisti, ma fummo miscredenti

“Siamo nati che la Grande Guerra era appena finita. Nei racconti di nostro padre c’era ancora un’eco molto viva di quella lotta. Grandi cimiteri – tante croci in fila – accoglievano nel loro silenzio i morti di quelle battaglie, e anche nel cuore dei reduci c’era forse una croce, ma inestinguibile segno di quell’esperienza. A noi, bambini, sembrava che negli uomini che ‘l’avevano fatta’, fosse come una sottile disperazione, qualcosa di esaltante e di profondamente triste. Eravamo bambini e trionfò il fascismo. Ci dissero che il fascismo voleva il bene della Patria, anzi che fascismo e Patria erano la stessa cosa, che le rinunce alle quali eravamo soggetti dovevano essere sopportate per il bene di tutti, perché l’Italia fosse grande e potente. Ma ci accorgemmo che il fascismo era una certa cosa e la Patria un’altra, i sacrifici li faceva il popolo ma non i capi, che sulla nostra buona fede si speculava. Fummo battezzati fascisti nascendo, ma in realtà noi giovani eravamo dei miscredenti. Ed eravamo anche tanto infelici. Ci furono altre guerre, altri uomini caddero. E fummo gettati in questa che ancor continua, lunga e terribile. Cadde il fascismo, poi l’armistizio, la fuga del re, i tedeschi, la repubblica, caddero tante illusioni.

Il Paese in rovina, le coscienze esasperate nella ricerca di qualcosa a cui aggrapparsi, il domani incerto nebuloso. Idee umanamente e storicamente condannate, contro sistemi che avevano forzatamente agganciato a un carro in folle corsa verso la rovina il destino di 45 milioni di vite. E i ragazzi lasciarono le case e andarono sui monti. Lasciarono la loro giovinezza che non aveva e non avrebbe mai più trovato la sua stagione. Videro la morte e uccisero, seppero la crudeltà e l’amore, la disperazione e la speranza. Offrirono i loro vent’anni per avere una certezza, una fede che li sollevasse. La trovarono in un nome: libertà. Li sostenne nei giorni duri; li animerà se dovranno ancora combattere perché nessuno tolga – agli uomini di vent’anni già vecchi – quella libertà che fu spesso la sola fiamma per riscaldare la loro inesistente giovinezza”.                     

 

                                                                                                                   di Enzo Biagi |  Il Fatto Quotidiano 25 aprile 2017