ACCOLGIENZA UN PROCESSO ANCORA INCOMPIUTO

27-04-2017 - Notizie

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

ACCOLGIENZA UN PROCESSO ANCORA INCOMPIUTO

La chiusura, sia pur non totale, della rotta balcanica ha concentrato sulla rotta del Mediterraneo centrale la maggior parte degli arrivi via mare dei migranti forzati. Allo stesso tempo, il ripristino dei controlli alle frontiere interne dell’Europa fa sì che la maggior parte dei migranti che arriva nel nostro continente resti in Italia. Nel corso del 2016 sono sbarcate in Italia 181.436 persone, di cui 25.772 minori non accompagnati. Le richieste di protezione internazionale presentate nel nostro Paese nel corso dell’anno sono state 123.000.

 

Ormai tutti i richiedenti asilo allo sbarco vengono distribuiti in tutte le regioni d’Italia e il sistema di accoglienza nazionale ha registrato alla fine del 2016 un totale di presenze pari a 176.554 persone. La maggior parte di questi posti però continua ad essere offerta da centri di accoglienza straordinaria (CAS) che non sempre prevedono lo stesso livello di servizi mirati all’integrazione e soprattutto non prevedono un coinvolgimento diretto dei Comuni in cui si trovano.

 

Il Centro Astalli, che gestisce sia centri di accoglienza straordinaria (a Trento, Vicenza, Grumo Nevano - NA) che centri SPRAR (a Roma, Trento, Vicenza, Palermo), auspica che la rete SPRAR, che alla fine del 2016 accoglieva appena 23.822 persone, diventi al più presto l’unico sistema di accoglienza per richiedenti e titolari di protezione internazionale, affinché a tutti gli accolti possa essere garantito un efficace supporto all’integrazione, secondo standard uniformi.

 

 

Aumentano le difficoltà di accesso alla protezione

 

Allo stesso tempo, notiamo che il percorso di chi arriva in Italia è sempre più difficile. Spesso incontriamo persone che, ritrovandosi escluse, per un motivo o per l’altro, dai percorsi ordinari per la domanda d’asilo e l’accoglienza, sono sempre più disorientate e faticano a trovare ascolto e risposta ai loro bisogni. L’accesso alla protezione è ostacolato da oggettive difficoltà di comprensione del funzionamento del sistema per le persone arrivate da poco e spesso gravemente traumatizzate, complicato dal fatto che le procedure amministrative continuano a non essere uniformi.

 

Alcune di esse, inoltre, sono cambiate, senza tener del tutto conto delle conseguenze per gli interessati: si pensi ad esempio all’introduzione di codici fiscali provvisori, che ostacolano l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale proprio ai richiedenti protezione internazionale, che ne hanno pienamente diritto e più di altri urgenza di usufruirne. Tra l’altro l’emersione della vulnerabilità nelle fasi della primissima  accoglienza è sempre più difficile, a causa dei numeri elevati di arrivi simultanei e dell’organizzazione delle procedure immediatamente successive allo sbarco, che poco spazio lasciano all’attenzione individuale.

 

Un altro elemento di preoccupazione riguarda più specificamente la procedura d’asilo: dall’esperienza delle persone che si rivolgono ai nostri servizi vediamo che la probabilità di vedersi riconoscere la protezione internazionale nell’ultimo anno si è ridotta, anche se i motivi della migrazione forzata non appaiono sostanzialmente diversi dagli anni precedenti.

 

Sembra anzi crescere la vulnerabilità delle persone che accompagniamo e proprio per chi è più traumatizzato sembra difficoltoso accedere a un adeguato orientamento alla procedura. Anche per questa ragione ci appare grave e pericolosa l’accelerazione e la semplificazione dei ricorsi a fronte di un diniego in prima istanza, che rischia di ridurre ulteriormente il numero delle persone che riescono a vedere riconosciuto il proprio diritto alla protezione.

 

 

Diritti non sempre esigibili producono precarietà e marginalità

 

Continuano a essere molti gli ostacoli che impediscono a richiedenti e titolari di protezione internazionale di fruire effettivamente di diritti che pure sarebbero loro garantiti per legge. Uno dei primi scogli è l’iscrizione anagrafica, che rappresenta uno dei presupposti necessari per avviare e proseguire qualsiasi percorso d’inclusione sociale, poiché consente alle persone l’accesso effettivo ai diritti sociali. Derivano dalla residenza diritti e servizi come l’assistenza sociale, l’iscrizione nelle liste per l’assegnazione dell’alloggio di edilizia pubblica, il rilascio della carta d’identità e di altre certificazioni anagrafiche necessarie, ad esempio, al conseguimento della patente o al ricongiungimento familiare.

 

Dispiace prendere atto che a Roma la Pubblica Amministrazione abbia intrapreso un percorso di revisione del sistema di iscrizione anagrafica delle persone senza dimora (categoria che comprende anche i molti che vivono in un alloggio irregolare o abusivo, in sub-affitto, in occupazioni o con rapporti di locazione non regolari) che rischia di escludere nel prossimo futuro molte più persone dall’effettivo esercizio del diritto di residenza.

 

La mancata esenzione dal ticket sanitario per gli inoccupati continua a rendere difficile l’accesso alle cure mediche e a scoraggiare i percorsi di prevenzione. Anche nel 2016 numerosi rifugiati regolarmente iscritti al Servizio Sanitario Nazionale, ma impossibilitati a sostenere il costo di farmaci e visite mediche, sono stati costretti a chiedere assistenza all’ambulatorio del Centro Astalli.

 

Promuovere la coesione sociale passa soprattutto attraverso percorsi effettivi di inclusione, che rendano esigibili i diritti specialmente per chi, come i rifugiati, rischia maggiormente di restare ai margini. Il Centro Astalli, che da sempre collabora con le istituzioni in una logica di sussidiarietà, per rendere i servizi pubblici più accessibili e adeguati ai bisogni reali delle persone, non può che esprimere preoccupazione quando ostacoli, burocratici o organizzativi, finiscono per allontanare coloro che avrebbero più urgenza di sentirsi inclusi e accolti.

 

 

Servono maggiori investimenti per l’integrazione

 

Per la maggior parte dei rifugiati, ma in particolare per quelli più segnati dai traumi della fuga e del viaggio, per le madri sole e per i nuclei familiari numerosi, i percorsi verso l’autonomia si confermano faticosi. Lavoro e casa sono evidentemente le esigenze più pressanti: nel 2016 è aumentata molto la richiesta al servizio di ricerca lavoro e la lunga lista di attesa per l’inserimento nel progetto di comunità di ospitalità (oltre 200 colloqui realizzati) conferma che il bisogno è grande e che, ovviamente, riusciamo a farvi fronte solo in parte.

 

Numerosi fattori, inoltre, possono interrompere il processo di inclusione sociale faticosamente avviato: il diniego della protezione internazionale, ma anche il mancato rinnovo del titolo di soggiorno, la perdita del lavoro, un incidente, una malattia. Per chi, come la maggior parte dei rifugiati, è privo del sostegno di una rete familiare e sociale, ciascun inciampo può avere conseguenze molto gravi. Nel 2016, tra le 502 persone vulnerabili assistite dal centro SaMiFo, è aumentato il numero di migranti forzati che vivono in Italia da tempo e, ancora segnati da un equilibrio precario, sviluppano criticità patologiche conseguenti al fallimento del loro percorso di integrazione.

 

Sempre più urgente è una pianificazione organica e un investimento strategico per l’integrazione dei rifugiati, che veda l’impegno non occasionale di tutte le istituzioni competenti. Offrire opportunità di formazione e riqualificazione professionale adeguate alle risorse di ciascuno, evitare che competenze preziose vadano perse in tempi di sospensione esageratamente lunghi, oltre a restituire dignità ai migranti darebbe la possibilità al nostro Paese di riconoscere e valorizzare il contributo che queste persone possono dare al bene comune.

 

 

È urgente cambiare la narrazione sui rifugiati

 

Ospitalità, apertura, valorizzazione della diversità, scoperta reciproca: questi gli ingredienti che è necessario promuovere coraggiosamente in un contesto avvelenato da messaggi di odio e discriminazione. Siamo sempre più convinti dell’urgenza di raccontare un’Europa accogliente, aperta, positiva e molto distante da quella che ci viene descritta dalla politica. Mai come in questo momento è importante comunicare efficacemente le esperienze positive e creare occasioni di incontro sereno tra cittadini e rifugiati.

 

La scuola continua a essere il contesto ideale in cui portare avanti questa azione di informazione e sensibilizzazione, a partire dall’esperienza concreta dei ragazzi, che vivono la pluralità ogni giorno, nelle loro classi: accompagnare sapientemente questo incontro con strumenti adeguati, prevenendo sul nascere stereotipi e xenofobia, è un investimento non rimandabile [...].

 

(articolo tratto da centroastalli.it)