Lo scoglio della pena di morte

04-08-2018 - Notizie

Cari amici e nemici,

confesso che, vecchio come sono, avevo pochissime speranze di sentir dire ufficialmente da un Papa che la pena di morte è sempre e comunque incompatibile con l’insegnamento di Gesù Cristo. Con un pizzico di narcisismo allego, per gli interessati, un breve stralcio sull’argomento dal mio libro: CON LA CHIESA OLTRE LA CHIESA (scritto verso la fine del secolo scorso e pubblicato da Cittadella nel 2002 con prefazione di Mons. Luigi Bettazzi). Speriamo ora che continui il cammino verso l’oltre ………

Con affettuosi auguri a tutti (ma proprio tutti tutti).

Antonio Thellung

 

Lo scoglio della pena di morte

Da: CON LA CHIESA OLTRE LA CHIESA, Cittadella ed. 2002 - (scritto nella forma di lettera a un amico)

 

 

 

 

 

Mi appare sempre più chiaro che la rivelazione divina produce necessariamente frutti divini (armonia e pace), e non può mai mettere gli uni contro gli altri, buoni o cattivi che siano. I malvagi bisogna convertirli, non combatterli o annientarli: se non ci si riesce si diventa tutti cattivi. Per questo è stato illuminante (almeno per me) riflettere a lungo sulla pena di morte. Abolita negli ordinamenti giuridici del Vaticano soltanto nel 1969 (oltre vent'anni dopo che era stata abolita in Italia e in molti altri paesi), continua tuttora a essere considerata moralmente lecita, sia pure in casi estremi. Recita infatti il Catechismo della Chiesa Cattolica: «l'insegnamento tradizionale della Chiesa ha riconosciuto fondato il diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte». Innanzi tutto, non ti pare sorprendente che la valutazione dei casi di estrema gravità sia lasciata a quella stessa legittima autorità che ha il diritto–dovere di infliggere la pena? Chi mai condannerebbe a morte senza motivi (da lui valutati) di estrema gravità?

In una enciclica successiva il Papa ha ripreso «il problema della pena di morte, su cui si registra, nella Chiesa come nella società civile, una crescente tendenza che ne chiede un'applicazione assai limitata ed anzi una totale abolizione» aggiungendo che «la misura e la qualità della pena.... non devono giungere alla misura estrema della soppressione del reo se non in casi di assoluta necessità.... Oggi però, a seguito dell'organizzazione sempre più adeguata dell'istituzione penale, questi casi sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti». Nello stesso senso, secondo la tesi che non sarebbe più necessaria pur restando moralmente lecita in casi di assoluta necessità, è stato parzialmente emendato il CCC, lasciando tuttavia valido il principio.

Immagino che starai chiedendoti, stupito, com'è possibile? Ma la risposta è semplice, anche se poco nota a livello di pubblica opinione. È lo stesso Papa a dire che «il comandamento non uccidere ha valore assoluto quando si riferisce alla persona innocente». Del resto un tempo nessuno si faceva scrupolo di sostenere che sui colpevoli è lecito infierire. Potrei citarti, come esempio, un piccolo estratto di un sorprendente commento di san Roberto Bellarmino alla parabola della zizzania: «mentre il Signore proibisce di distruggere i cattivi, non proibisce che l'uno o l'altro vengano uccisi, ma ordina che i buoni non cerchino di distruggere tutti i cattivi dovunque..... Così è la parabola generale, e così insegna che non avverrà mai prima della consumazione dei tempi, che tutti i cattivi vengano debellati».

I commenti li lascio alla tua fervida mente: a me preme solo sottolineare quanto siamo ancora lontani dal coraggio di essere coerenti con i ripetuti proclami che solo Dio è padrone della vita; dall'affermare senza riserve che la pena di morte non è mai lecita, che non uccidere vale per tutti, buoni o cattivi che siano.

 

 

Catechismo della Chiesa Cattolica, Lib.Ed.Vaticana 1992, n. 2266.

Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Evangelium Vitae, 1995, nn. 56.

CCC, Corrigenda di contenuti, settembre 1997, cfr. n. 2267.

EV n. 57. In accordo con quanto dice il CCC al n. 2261: «La Scrittura precisa la proibizione del quinto comandamento: "non far morire l'innocente e il giusto" (Es. 23,7)».

Roberto Bellarmino, De controversiis christianae fidei (1596) lib. III c. 21; citato da Alberto Bondolfi: Pena e pena di morte, ed. Dehoniane, Bologna 1985, pag. 249.