IL PESO DEGLI APPLAUSI

20-08-2018 - Notizie

 IL PESO DEGLI APPLAUSI    di Marco Travaglio | Il Fatto Quotidiano  -  19 agosto 2018

Di solito gli applausi ai funerali suonano sguaiati e stonati, rispetto ai doveri del silenzio e del raccoglimento. Ogni tanto però, specialmente nei funerali di Stato dopo le grandi tragedie nazionali, seguiti dalle tv e dalla stampa, chi batte le mani ai morti e anche a qualche vivo lo fa per dire qualcosa che mai più avrà occasione di dire o, se l’avrà, non troverà nessuno ad ascoltarlo. Accadde ai funerali per le migliaia di vittime del terrorismo nero e rosso, ma anche delle incapacità e/o complicità istituzionali. Accadde nel 1992-‘93 alle esequie di Falcone, di Borsellino, degli uomini delle scorte e delle altre vittime delle stragi politico-mafiose (ci andò di mezzo il presidente Scalfaro, sottratto al linciaggio dal pm Ayala, applauditissimo come i magistrati superstiti raccolti attorno al vecchio Caponnetto). Accadde alle messe di suffragio dopo i tanti terremoti e alluvioni aggravati dalle colpe dello Stato: applausi alle bare, alla protezione civile, ai vigili del fuoco, ai volontari, fischi e improperi ai rappresentanti delle istituzioni. É accaduto ieri a Genova, ma con un fatto senza precedenti da tanti anni: la gente ha accolto con un boato di applausi il presidente Mattarella, il premier Conte e i suoi vice Di Maio e Salvini, fischiando invece i pd Martina e Pinotti (visti, a torto o a ragione, come simboli di una stagione da archiviare e di un partito incredibilmente più angosciato dal crollo del titolo Atlantia che da quello del ponte).

Certamente è una buona notizia che una volta tanto, e in un momento di così forte smarrimento, gli italiani si stringano attorno alle proprie istituzioni e se ne sentano rappresentati senza vergognarsene. Per rimarginare lo “squarcio” di cui ha parlato il cardinal Bagnasco, i punti di riferimento istituzionali e il rapporto fiduciario fra governanti e governati sono decisivi, soprattutto se i governanti si stanno meritando quel consenso con una reazione pronta e seria alla catastrofe del ponte Morandi: l’avvio della revoca della concessione ai prenditori di Autostrade-Atlantia-Benetton (gli imprenditori sono un’altra cosa) per le loro gravi inadempienze e le loro criminali omissioni (tacendo, per carità di patria, le macabre grigliate di ferragosto). Fossimo in Conte, in Di Maio e in Salvini, però, eviteremmo di dormire sugli allori e sugli applausi come se fossero dovuti ed eterni. Anzi, ne saremmo sinceramente sgomenti per il carico di responsabilità che comportano. Se la sciagura del ponte fosse accaduta non 70 giorni, ma sette mesi dopo la nascita del governo giallo-verde, molti applausi si sarebbero trasformati in fischi e insulti.

E qualcuno magari avrebbe gridato “ridateci il puzzone”, lo slogan qualunquista dei primi anni 50, quando il truce ricordo del fascismo era già stato cancellato dalle prime vergogne della partitocrazia antifascista. La standing ovation al premier e ai suoi vice dipende certamente dalla loro gestione risoluta e intransigente della tragedia. Ma ancor più dalla loro estraneità – almeno percepita – all’Ancien Régime. Ora, col passare dei mesi e delle prime scelte inevitabilmente divisive, quell’alone di estraneità evaporerà. E con esso una parte del consenso plebiscitario che oggi li accompagna fra due ali di folla plaudente. Il che non esclude affatto che il presunto “primo governo populista d’Italia” resti molto popolare. Ma è improbabile che continui a piacere a così tanti italiani. Il consenso di chi piace perché “prima non c’era” è effimero e passeggero. E nessuno lo sa meglio di Matteo Renzi: il suo bagno di folla lo ebbe nel maggio 2014, meno di tre mesi dopo la sua salita a Palazzo Chigi, quando sulle ali della rottamazione e degli 80 euro stravinse le elezioni europee col 40,8% dei voti. Dopodiché divenne rapidamente lui stesso establishment, e in forme e modi talmente simili a quelli dei predecessori che aveva giurato di rottamare, da esservi accomunato da tutti e poi travolto dall’ondata generale di discredito. Ma lo sanno benissimo anche i giallo-verdi, finora vissuti di rendita raccattando gli scontenti di una lunga stagione che ha visto “gli altri” al governo e 5Stelle&Lega solitari all’opposizione.

Ora, se non vogliono finire come Renzi, anziché bearsi della luna di miele, dovrebbero preoccuparsene seriamente. E poi evitare gli errori di chi li ha preceduti. Sentirsi addosso l’immane responsabilità di chi è visto come l’ultima spiaggia prima del naufragio. E puntare non sul consenso immediato degli annunci, della campagna elettorale permanente, degli attacchi a chi c’era prima, delle sparate demagogiche e xenofobe (alla Salvini) o facilone e pressapochiste (alla M5S). Ma su quello più solido e stabile dei fatti e degli atti concreti, anche quando sul breve termine portano impopolarità: limitando le esternazioni, dicendo la verità, evitando promesse irrealizzabili e cambiando anche stile comunicativo. Ieri, entrando nella sala del funerale, Di Maio ha smesso il consueto sorrisetto spavaldo e Salvini, compunto, lievemente curvo e financo silente, pareva quasi un ministro. Quello è il contegno istituzionale che si conviene agli uomini di governo: non solo ai funerali, ma sempre. Imparino da Mattarella, che lo indossa da sempre, e da Conte, che l’ha subito assorbito. Così come il presidente della Camera, Roberto Fico, che chiede “scusa a nome dello Stato” pur non avendo personalmente nulla da farsi perdonare. La stagione “anti-sistema” è finita, perché ora il “sistema” sono loro. E sta a loro dimostrare che è un sistema nuovo, diverso e migliore. Chi ieri li applaudiva si aggrappava disperatamente all’ultimo brandello di ponte, cioè di Stato, rimasto in piedi fra tante macerie e tanti morti. Ma la sua fiducia è tutt’altro che infinita. Come la sua pazienza.