UN PARROCO SARDO A MONS. VIGANO'

07-09-2018 - Notizie

LETTERA DI UN PARROCO SARDO A MONS. VIGANÒ’

 

"Egregia Eminenza, Viganò
le scrivo dalle pagine di un giornale "di periferia"; quelle periferie tanto amate sia dal Signore (cresciuto a Nazareth, al suo tempo paesino di montagna) sia dall'attuale Pontefice, Papa Francesco.
Chi le scrive è un prete che ha studiato a Roma e che ha avuto molte possibilità di trovare uno spazio "comodo e adeguato" per imboscarsi in uno dei tanti uffici e dicasteri che l'enorme apparato della Curia Romana offre.
Ma ho scelto, già dal 1986, di andare nelle periferie della Sardegna, tagliandomi così le gambe ad ogni possibile "carriera".
Se il Signore vuole altro da me, inventerà Lui le strade perché io faccia altro e altrove.
In questi anni che sono trascorsi (32!) ho visto accadere di tutto dentro il clero. Sono rimasto fermo e zitto al mio posto cercando di dare. Ho gioito e gioisco perché abbiamo un Papa come Francesco.
È veramente umano e non è ipocrita (in senso greco! Non è attore, non recita il ruolo). È se stesso e - per quanto è sincero - talvolta scivola in linguaggi da parroco e - visto che io parroco lo sono - mi sento meno solo.
Lo sento vicino.
Invece, a Lei, la sento lontano.
A parte che dovrebbe accontentarsi di essere arrivato a settantasette anni e di aver fatto una vita più che comoda e riverita... Le chiedo: cosa vuole ancora? Io sono prete di campagna per scelta, ma crede davvero che non sia capace di vedere nelle sue accuse a Papa Francesco altri motivi ed altre intenzioni?
Lei accusa Papa Francesco di silenzio.
Ma si rende conto che Lei può essere accusato della stessa accusa, visto che si sveglia dopo cinque anni? Visto che ha dormito per cinque anni, nelle prossime undici pagine ci racconta di cosa ha sognato? Si vergogni.
Davanti a tutti noi preti che sputiamo sangue ogni giorno, in solitudine: voi giocate a fare i prelati, serviti e riveriti in tutto.
Così viziati di potere che non vedete altro, corrosi di gelosia per il troppo tempo a disposizione, mai sazi del ricevuto e sempre a guardare "i posti che contano" occupati dagli altri.
Son sicuro che Papa Francesco è capace di friggere un uovo e lavarsi i calzini da solo.
Di Lei no; di Lei ho solo la certezza che pur di cavalcare un suo capriccio fatto "per il bene della Chiesa" è capace di rivangare letame altrui.
Io sono nella Chiesa: cosa ha fatto Lei di bene per me e per i parrocchiani con cui vivo? Niente. In lingua sarda, Lei è un "imboddiosu": uno che prende una matassa che non è sua e fa nodi al filo; costringendo così la filatrice a perdere tempo nello scioglierli per continuare a tessere...
Il lavoro andrà avanti, ma avremo perso tempo grazie all'imboddiosu di turno.
Grazie a Lei abbiamo perso - per l'ennesima volta - faccia e tempo.
Guardando Lei mi voglio altro e altrove".

 

Don Francesco Murana, Parroco di Milis, Diocesi di Oristano

 

(L'Unione Sarda, 29 agosto 2018)  

"Caso Viganò, una vendetta interna"

CITTÀ DEL VATICANO - Bocche cucite in Vaticano. Francesco non intende dire altro oltre il no comment pronunciato di ritorno da Dublino: «Giudicate voi», ha detto ai giornalisti. L'unica voce è quella del direttore dell'Osservatore Romano Gian Maria Vian che in un editoriale scrive: «È un caso di opposizione interna». Così la pensano anche nelle alte sfere: l'ex nunzio a Washington Carlo Maria Viganò asseconda un'opposizione al magistero di Bergoglio che ha radici in ambienti della destra cattolica, non solo americana ma anche italiana. Se il cardinale tradizionalista Raymond Leo Burke, che appoggia esplicitamente Viganò, è vicino a Steve Bannon (l'ideologo del populismo che ha portato alla vittoria Donald Trump), non è un mistero per nessuno che abbia anche legami con Matteo Salvini. Tanto che c'è chi legge l'uscita del dossier come una vendetta di ambienti che non sono riusciti a scalare posizioni di potere interne, non ultima la casella del sostituto in segreteria di Stato che Francesco ha consegnato al Venezuelano Edgar Peña Parra. Lotte interne mai sopite dai tempi di Vatileaks, insomma, come il libro "Lussuria" di Emiliano Fittipaldi testimonia. E che ora potrebbero riaccendersi con una nuova stagione di dossier e veleni.
«Il cardinale non parla», dice un'assistente di Tarcisio Bertone. Così Leandro Sandri e Angelo Sodano. Eppure, le accuse di Viganò sono circostanziate: Bergoglio sapeva dal 2013 della condotta immorale del cardinale statunitense McCarrick - ebbe rapporti omosessuali con seminaristi - ma non ha fatto nulla per fermarlo. Dice non a caso monsignor Jean-François Lantheaume, primo consigliere della nunziatura Usa, anch'egli tirato in ballo da Viganò: «Tutto vero».
Se così stanno le cose perché Francesco non entra nel merito?  Marcello Semeraro, vescovo di Albano e segretario del C9, dice: «Le parole del Papa sull'aereo sono state brevi, precise e compendiose, che significa complete. Non c'è bisogno di aggiungere altro». Spiegano fonti interne al Vaticano che la scelta del Papa ha un motivo preciso: rispondere significherebbe riconoscere di essere sul banco degli imputati, mentre è noto a tutti che non è per colpa di Bergoglio se il cardinale McCarrick si muoveva indisturbato ben prima della sua elezione. Viganò cita le restrizioni comminategli da Benedetto XVI. Dicono Oltretevere: «Evidentemente, non erano così restrittive se è vero che celebrava messa ovunque e passava spesso da Roma: in molti lo ricordano abbracciare proprio Joseph Ratzinger al saluto di commiato dalla curia romana pochi giorni dopo le dimissioni. Perché Benedetto non ha detto nulla?». Spiegano ancora: «La cosa più singolare è come Viganò scagioni del tutto Giovanni Paolo II il quale, nel 2001, perfettamente lucido di mente (morirà nel 2005), lo creò cardinale». Il diplomatico, di scuola Opus Dei, sostiene che la "colpa" dell'elezione cardinalizia non fu di Wojtyla, bensì del cardinale Sodano o di altri membri della curia. Giovanni Paolo II, è la tesi di Viganò, «era già molto malato» e quindi non prendeva lui le decisioni. Ma, si chiedono internamente, «lo era anche quando fece McCarrick vescovo e arcivescovo? Quando lo fece vescovo prima a Metuchen (1981), poi a Newark (1986) e infine a Washington (2001)».
Il punto più controverso del documento di Viganò è il passaggio in cui dice di aver informato nel 2013 Bergoglio dell'esistenza di un dossier su McCarrick presente nella Congregazione dei Vescovi. InVaticano non dicono che non sia vero. Sostengono però che non significa che il Papa abbia immediatamente compreso la gravità della situazione. Tanto che poi, a differenza dei predecessori, ha agito togliendogli la berretta cardinalizia. Racconta a Repubblica Francesco Lepore, giornalista, caporedattore di Gaynews, ed ex officiale della sezione "lettere latine" della segreteria di Stato: "Se Viganò fosse stato coerente avrebbe dovuto dimettersi negli anni cui era responsabile delle rappresentanze pontificie, in quanto lui stesso era venuto a conoscenza dei rapporti inviati dai nunzi Sambi e Montalvo».
Un'altra accusa di Viganò riguarda la nomina di Blase Cupich a Chicago del quale, dice, non può sfuggire «l'ostentata arroganza e sfrontatezza con cui nega che l'80 per cento degli abusi riscontrati è stato nei confronti di giovani adulti da parte di omosessuali in rapporto di autorità verso le loro vittime». Risponde Cupich: «Tutto quello che dico in merito si basa sulle conclusioni dello studio "Causes and Context" della John Jay School of Criminal Justice del 2011 secondo il quale i dati clinici non supportano l'ipotesi che i preti con un'identità omosessuale o coloro che hanno commesso un comportamento sessuale con adulti dello stesso sesso abbiano una maggiore probabilità di abusare sessualmente di bambini».

                                                                                                      Andrea Gualtieri e Paolo Rodari

(la Repubblica 28 agosto 2018)