PERSEGUIRE LA PACE

01-10-2018 - Notizie

PERSEGUIRE LA PACE

 

(Riflessioni in occasione del “2 ottobre, nascita di Gandhi, giornata della nonviolenza” istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite).

di Gabriele Sala

 

 

Oggi, quando si parla di pace, si intende perlopiù una condizione di assenza di guerra, di mancanza di conflitti sociali, religiosi, famigliari o tra vicini di casa.

“La pace – secondo Barach Spinoza, filosofo olandese vissuto nel XVII secolo - è una virtù, uno stato d'animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia”.

La pace, quella vera, è quella che viene da Dio e che Gesù ci ha donato: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi…”, cioè, questa pace non è quella del quieto vivere, la falsa pace che Gesù dice di essere venuto a togliere dalla terra.

La falsa pace è quella nella quale, molto spesso, oggi siamo portati a confidare: quella delle mediazioni diplomatiche, o della bravura delle cancellerie di tutto il mondo. Anche i dittatori dicono di volere la pace, ma questa non si identifica con quella che sognano i loro perseguitati politici. Credere di poter ottenere la pace solo con le nostre forze “è un equivoco che potremmo designare come l’eresia del pelagianesimo della pace” (Don Tonino Bello).  

Ma se è da Dio che viene la vera pace, questo non può costituire un alibi per il nostro disimpegno; sappiamo che essa non ci è stata donata una volta per tutte, ma va perseguita e costruita giorno per giorno, partendo da noi stessi, ricercando quali sono gli ostacoli che si possono frapporre tra noi e gli altri: invidie, gelosie, desiderio di sopraffazione, sete di potere, timore di perdere dei privilegi, paura per ciò che non si conosce, per chi è diverso da noi per cultura, religione, colore della pelle o altro; perseguire la pace è come giocare una partita di calcio che non si conclude mai con il fischio dell’arbitro, ma che richiede sempre ulteriori tempi supplementari, si gioca ad oltranza, e il risultato finale lo sperimenteremo solo in vista del Regno.

E poi, non si può chiedere a Dio la pace e non denunciare la vergognosa vendita di armi a Paesi in guerra (penso alle bombe costruite dalla RWM a Domusnovas, in provincia di Carbonia-Iglesias e destinate all’Arabia Saudita per il conflitto che dal marzo 2015 si combatte in Yemen); lo scandalo dei novanta esemplari di F35 (che saranno acquistati dallo Stato italiano al prezzo di 130 milioni l’uno più le spese per il loro mantenimento), il cui acquisto è palesemente in contrasto con l’art. 11 della nostra carta costituzionale, che non prevede che l’Italia risolva problemi internazionali con azioni di guerra, ma che non sono certo utili in “missioni di pace”; l’offesa alla dignità dell’uomo compiuta in Siria sulla pelle di 6 milioni di uomini, donne e bambini, costretti ad abbandonare le proprie case pur rimanendo nel Paese,  agli altri 5,6 milioni di profughi che hanno dovuto cercare rifugio nei Paesi vicini (Turchia, Libano, Giordania, Egitto, Iraq), agli oltre  350 mila morti,  per non parlare delle centinaia di migliaia di rifugiati alla ricerca di una nuova terra dove chiedere asilo; le tragedie dei tanti focolai di violenza nel mondo alimentati dalle leggi dominanti del mercato.

 

"Se potessimo cancellare l'Io e il Mio dalla religione, dalla politica, dall'economia, eccetera, saremmo presto liberi e porteremmo il cielo in terra". In questa frase del Mahatma Gandhi (di cui ricorrono proprio in questi giorni i 149 anni dalla sua nascita) è racchiusa una verità sconvolgente: per cambiare radicalmente il mondo, ricostruendolo su basi solide, dobbiamo non pensarci come un universo chiuso, come un "io", ma bisogna guardare agli altri come se avessimo davanti a noi un nostro fratello, un nostro genitore, un nostro amico al quale vogliamo davvero bene; dobbiamo privarci del "mio" perché il possesso egoistico delle cose crea dipendenza da cose vuote, che non hanno lo stesso valore del prossimo, di chi ha il nostro stesso viso e la nostra stessa anima.

A volte l'egoismo può coinvolgere tutta una società, un’intera nazione che si considera superiore ad altri popoli, etnie, culture: in questo si ritrovano le cause di tutte le guerre. Una superiorità che ci fa credere che nel nostro futuro ci sia qualcosa di luminoso, una inebriante sensazione di libertà; ma questa sensazione, del tutto effimera, viene presto offuscata dal presentimento della perdita: chi non appartiene al nostro gruppo è visto come il nemico, una minaccia alla nostra sicurezza, ai nostri privilegi, dalla quale difendersi ricorrendo anche alla violenza, alla “guerra preventiva”, che spesso richiama altra violenza, altro sangue, altri morti…

 

“L'‪egoismo è la manifestazione più grande dell'‪‎ignoranza. Chi non considera l'altro non considera nemmeno sé stesso”. (Marco Trevisan)

 

Ma se da un lato egoismo ed ignoranza possono costituire una grave minaccia alla pace, dall’altro sarebbe da ingenui o da sprovveduti non accorgersi del fatto dietro alle guerre ruoti il grande mondo degli affari. Che il “dio denaro” sia causa di guerre sembra una verità del tutto evidente. Innumerevoli i vantaggi economici: industria bellica, acquisizione di nuove terre da coltivare, accesso alle risorse idriche o alle materie prime, espansione dei propri mercati, mire neocolonialistiche con manodopera a basso costo.

Ma ad esse si devono aggiungere anche le cause politiche (gli uomini al potere scatenano le guerre per rafforzare la loro posizione e ridurre al silenzio l’opposizione attraverso il controllo dei mezzi di stampa e la repressione di ogni critica; interessi strategici per il mantenimento del controllo di determinate aree territoriali).

 

La pace, come ho detto, deve innanzitutto nascere dentro di noi, ma deve poi sapersi tradurre in gesti concreti, azioni in grado di modificare e rimuovere il sostrato sul quale poggiano tutti i conflitti.

Per uscire da questo circolo vizioso è quindi necessario mettere in atto strategie che consentano di arrivare ad una pace stabile e duratura.

Non, quindi, una resa incondizionata, che priva un popolo dei propri diritti e, in definitiva, della propria libertà; non una integrazione che porta alla negazione della propria identità, ma un processo di conoscenza reciproca, rispetto, sguardo lungo sull’altro.

Una strategia che ha dimostrato, per la prima volta nel 1906, tutta la sua efficacia è quella messa a punto dal Mahatma Gandhi, indignato per il trattamento e le discriminazioni subite dai suoi connazionali, immigrati in Sud Africa, da parte delle autorità britanniche. Il Mahatma lottò per il riconoscimento dei diritti dei suoi compatrioti lanciando, a livello di massa, il suo metodo di lotta basato sulla resistenza nonviolenta, “satyagraha: una forma di non-collaborazione radicale con il governo britannico, concepita come mezzo di pressione di massa. Gandhi giunse all’uguaglianza sociale e politica tramite le ribellioni pacifiche e le marce. Alla fine, infatti, il governo sudafricano attuò importanti riforme a favore dei lavoratori indiani (eliminazione di parte delle vecchie leggi discriminatorie, riconoscimento ai nuovi immigrati della parità dei diritti e validità dei matrimoni religiosi).

In questo modo, quindi, l’affermazione dei propri diritti passa attraverso una nonviolenza attiva, cioè un metodo di azione che coniuga la coerenza interna del pensare, sentire e agire con la coerenza sociale di trattare gli altri nel modo in cui si vorrebbe essere trattati.

Attualmente, la nonviolenza attiva trova la sua concreta espressione nel “sumud”, la resilienza attuata dagli abitanti dei villaggi palestinesi delle colline a sud di Hebron per opporsi pacificamente alle ingiustizie. Sumud in arabo significa risolutezza, determinazione. Per un palestinese, sumud, è un concetto ancora più radicato; è attaccamento alla terra, è testimonianza con la propria esistenza di un sopruso che continua dal 1948. “Resistere per esistere” ripeteva sempre Hafez Huraini, leader del Comitato popolare non violento delle South Hebron Hills. Ai soprusi  e alle aggressioni di cui sono vittime, oltre le persone, anche cose, animali (avvelenamento delle pecore; distruzione dei campi coltivati; sradicamento degli ulivi; abbattimento di abitazioni con le ruspe, con ordini di demolizione firmati senza preavviso; arresti immotivati di giovani pastori, accusati di essersi avvicinati troppo con le pecore alla recinzione della colonia che peraltro è illegale, come tutte le colonie, non solo per la Corte di Giustizia Internazionale, ma anche per l’Alta Corte di Giustizia Israeliana), essi rispondono con marce per la pace, continua ricerca del dialogo, sostegno agli israeliani colpiti dai razzi qassam lanciati da Gaza. Il sumud, è la capacità di affrontare e superare gli eventi traumatici e le difficoltà; per cui alla demolizione di una casa rispondono ricostruendola, al danneggiamento di un campo di ulivi rispondono piantumandone di nuovi, alle minacce dei coloni rispondono con le denunce.

 

Oggi, noi abbiamo l’esigenza di combattere l’ignoranza e il pregiudizio (suo figlio naturale) e credo che gli strumenti più efficaci di cui disponiamo siano l’informazione e la testimonianza, in tutte le sedi possibili: la Scuola, in primis, ma anche nelle sedi di Associazioni, Partiti, nelle Chiese e nei vari gruppi pastorali, Centri di Ascolto del Vangelo, ecc. perché, come cristiani, siamo chiamati a farci promotori di verità e di pace.

Ma come persone di pace, abbiamo anche altri strumenti a disposizione, ancora più potenti, se saremo in grado di raggiungere un numero elevato di persone: il boicottaggio di coscienza. Si tratta di interrompere l’acquisto di merci e prodotti provenienti da aziende o Paesi che promuovono guerre e ingiustizie; pretendere che la nostra Banca ci informi dove investe i nostri soldi, se finanzia produttori di armi convenzionali o atomiche…

 

E poi, come dice Padre Alex Zanotelli nel suo libro “Inno alla vita”, riprendendo un discorso di Kaj Munk, un pastore danese barbaramente ucciso dai nazisti nel 1944, ci vuole anche un po' di “santa collera, la temerarietà che scaturisce dalla conoscenza di Dio e dell’umanità. La capacità di indignarsi quando la giustizia è bandita e la menzogna furoreggia sulla faccia della Terra…”