Paolo VI e Romero

13-10-2018 - Notizie

Paolo VI e Romero, santi il Papa del dialogo e il vescovo dei poveri

I cardinali Becciu e Rosa Chavez ricordano i due beati che saranno canonizzati da Francesco domenica 14 ottobre: luci nelle oscillazioni della storia

 La Stampa, 11 ottobre 2018  di Salvatore Cernuzio   -    Città del vaticano

Il Papa e il vescovo. Roma e El Salvador. I cardinali e i contadini. Le critiche e l’omicidio. Sono luoghi, contesti e livelli totalmente differenti quelli in cui si è consumata la vicenda terrena di Paolo VI e monsignor Oscar Arnulfo Romero, intrecciati tuttavia da una trama sottile che è l’aver «dato la vita per amore alla Chiesa», concludendo la propria esistenza come martiri. Un martirio “bianco” quello del Pontefice che soffrì per gli attacchi e le contestazioni ricevute «da destra e da sinistra», anche dai suoi stretti collaboratori, per scelte come la pubblicazione dell’Humanae vitae o l’aver escluso i cardinali ultraottantenni dal Conclave e per la “lentezza” nell’applicazione della riforma voluta dal Concilio, tanto da far esclamare al cardinale Pironio: «Credo che sia il Papa che ha più sofferto in questo secolo». Quello del vescovo fu invece un martirio “rosso”, rosso come il sangue versato su un altare mentre celebrava la messa nella cappella di un ospedale e un colpo di pistola sparato da un sicario degli “squadroni della morte” gli ha trapassato il petto.  

Domenica 14 ottobre Papa Francesco li proclama entrambi santi della Chiesa universale, in una cerimonia in piazza San Pietro che prevede la partecipazione di oltre 70mila pellegrini. In vista di questo evento sono i due cardinali Angelo Becciu, prefetto delle Cause dei Santi, Gregorio Rosa Chavez, ausiliare di San Salvador, tra le persone più vicine a Romero, a fare un ritratto dei due - ancora per poco – beati, in una conferenza in Sala Stampa vaticana scandita da aneddoti, ricordi, cenni biografici. E anche dalla proiezione di alcuni minuti di un inedito documentario dove è Romero negli ultimi anni della sua vita a parlare davanti alle telecamere di una Tv svizzera incaricata di seguirlo per una settimana (il documentario è stato diffuso all’epoca solo in tedesco e, dopo quarant’anni, tradotto in spagnolo per la canonizzazione). 

In particolare è una scena a sintetizzare la forza profetica e la fede dell’arcivescovo salvadoregno, in cui un giornalista gli domanda: «Ha paura di essere ammazzato come è stato ammazzato padre Rutilio Grande?» (il sacerdote del Salvador assassinato nel 1977 mentre si recava a celebrare la messa, ndr). «Paura propriamente no, certo un timore prudenziale ma non una paura che mi inibisce, che mi impedisce di lavorare», risponde Romero nel filmato. «Sono in tanti a dirmi che devo stare un po’ attento, che non devo espormi… ma io sento che sto camminando nel compimento del mio dovere, che mi muovo liberamente per essere un pastore delle comunità. Dio è con me e se qualcosa mi succede, sono disposto a tutto». 

Parole che hanno suscitato grande emozione tra i giornalisti in sala. Emozionato era pure il cardinale Becciu nel condividere i ricordi su Paolo VI, «il Papa della nostra gioventù», e nel riportare la gioia dello stesso Francesco per la celebrazione di domenica: «Mi disse all’inizio del suo pontificato che sperava e pregava di poter canonizzare Paolo VI».  

Il porporato ha quindi offerto «alcuni flash», come ha detto, della vita e del pontificato di Montini entrambi caratterizzati dalla «umiltà» e dalla «capacità di soffrire». Paolo VI «bastava vederlo per capire la sua umiltà, non artificiosa ma naturale» espressa in gesti come baciare la terra dei luoghi che visitava o i piedi del metropolita di Calcedonia Melitone nella Cappella Sistina. «Un senso di umiltà che lo portava a mettersi spontaneamente in ginocchio davanti a Dio e agli uomini» ha detto Becciu, ricordando la lettera alle Brigate Rosse per la liberazione dell’amico Aldo Moro: «Vi supplico in ginocchio…». 

Un uomo, poi, «capace di soffrire». «La sua faccia era sempre austera – ha ricordato il prefetto dei Santi - qualcuno diceva è triste, non manifesta gioia… Prima del Conclave un cardinale disse al suo segretario, don Macchi: “è un bravo arcivescovo, diventerà Papa, ma gli consigli di sorridere un po’ di più”. Non era l’uomo del sorriso ma, più che una gioia esterna, la sua era una serenità profonda nel cuore». Questa «difficoltà caratteriale era anche conseguenza della coscienza del male, del peccato, e delle sofferenze intorno». Quelle che Montini subì da giovane conoscendo i totalitarismi, che visse durante gli anni difficili del ’68 quando venivano occupate, anche da cattolici, chiese e cattedrali («Una cosa mai vista!») e che durante il suo pontificato furono provocate dalle critiche del cardinale Suenens, grande amico tanto da volerlo al fianco durante un Angelus, che lo accusava di non essere andato avanti nel processo di riforma richiesto dal Concilio o dalle contestazioni del cardinale Tisserant per il motu proprio che abbassava l’età dei cardinali per l’accesso al Conclave. Il Pontefice fu «attaccato da destra e sinistra» e lui portava «nel suo intimo» queste sofferenze «per amore alla Chiesa» per la quale chiese preghiere fino a poche ore prima della morte, ha sottolineato il cardinale Becciu.  

Paolo VI, tuttavia, ha proseguito, fu anche «uomo del dialogo». Con la celebre enciclica Ecclesiam Suam «invitava ad avere una nuova mentalità nei rapporti e nell’apertura verso tutte le categorie e realtà sociali ed ecclesiali». Fu anche autore di documenti storici come la Populorum Progressio e l’Humanae vitae, quest’ultima scritta «pur sapendo di diventare impopolare» ma nella consapevolezza di «dover rispondere alla propria coscienza e farla prevalere sull’applauso». Paolo VI, insomma, è stata «una luce nonostante le oscillazioni della storia che si è accesa e non si spegnerà mai più», ha concluso Becciu. 

Prendendo la parola, Rosa Chavez, il primo vescovo ausiliare a ricevere la porpora, ha illustrato invece gli eventi che scandiscono la “settimana di Romero a Roma” che vede la partecipazione di centinaia di salvadoregni. Essa si concluderà lunedì 15 ottobre con un’udienza speciale in Aula Paolo VI con il Papa che, in quell’occasione, confermerà anche una sua eventuale visita in El Salvador in occasione della Gmg di Panama del gennaio 2019. «A noi vescovi – ha detto il cardinale – il Santo Padre ha confidato che gli piacerebbe l’idea di visitare il nostro Paese. Gli abbiamo chiesto di recarsi almeno alla tomba di Romero. “No no, anche qualcos’altro, anche di più. Magari una messa…”, ci ha risposto. E al nuovo nunzio ha detto: “Pregate per il Papa perché possa baciare la terra del Salvador”. Lunedì avremo forse una risposta».  

Il cardinale ha poi parlato di Romero e del suo assassinio che, ancora oggi, rimane oscuro in alcuni dettagli. Ad esempio il legame tra gli “squadroni della morte” e i militari argentini come risulta da una lettera allora inviata dalla nunziatura di Buenos Aires, tramite il nunzio in Costarica, allo stesso Romero, in cui il vescovo veniva avvertito una settimana prima della sua morte (lui appuntò questo annuncio sui suoi diari). 

Oscar Arnulfo Romero è stato il «santo di quattro Papi», ha detto il porporato: Paolo VI che «fu per lui guida e maestro»; Giovanni Paolo II che durante la sua visita nel Salvador, a dispetto di una parte del clero che definiva Romero una figura troppo «politicizzata», «entrò nella cattedrale dove era stato ucciso e disse che era un santo»; Benedetto XVI che lo definì «un grande testimone della fede, e infine Papa Francesco che ha “sbloccato” la causa di beatificazione e che già da cardinale lo indicò come «un santo e un martire», aggiungendo: «Se fossi Papa lo canonizzerei». 

Una promessa mantenuta, quindi, la canonizzazione di domenica che Rosa Chavez ha definito «uno tsunami che avrà conseguenze in tutto il mondo», a partire dal suo Paese che solo adesso comincia a «conoscere chi era veramente» questo uomo «timido, timidissimo» che, «pur essendo di natura conservatore», divenne «progressista» per la realtà di violenza e persecuzione che lo circondava e che lo spinse a reagire. «Dio me lo chiede», amava ripetere lo stesso Romero. Oggi, ha aggiunto il cardinale, «è nostro compito seguire il suo esempio». Tutti, anche «le tante persone che lo hanno perseguitato in vita e che ora si Canonizzazioni. Domenica sette nuovi santi. Ecco chi sono (con Paolo VI e Romero)


Giacomo Gambassi   -  AVVENIRE ,  venerdì 12 ottobre 2018

Con loro santi due preti e un laico italiano e due religiose. Il libretto della celebrazione presieduta da papa Francesco

Papa Paolo VI e l’arcivescovo martire Oscar Arnulfo Romero santi insieme. La loro canonizzazione avverrà domenica 14 ottobre in piazza San Pietro nel corso del Sinodo dei vescovi dedicato ai giovani.

Migliaia i pellegrini in arrivo dalla Lombardia.

Oltre a Giovanni Battista Montini (1897-1978) e al presule salvadoregno (1917-1980), il Pontefice proclamerà santi lo stesso giorno due preti e un laico italiani e due religiose (una tedesca e una spagnola): il lombardo don Francesco Spinelli (1853-1913), fondatore dell’Istituto delle Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento; il campano don Vincenzo Romano (1751-1831), parroco di Torre del Greco in provincia di Napoli; il giovane operaio abruzzese Nunzio Sulprizio, la tedesca suor Maria Caterina Kasper (1820-1898), fondatrice dell'Istituto delle Povere Ancelle di Gesù Cristo; e la spagnola suor Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù (1889-1943), fondatrice della Congregazione delle Suore Misioneras Cruzadas de la Iglesia.

Paolo VI, il Papa che guidò in porto la barca del Concilio

Paolo VI, al secolo Giovanni Battista Montini (1897-1978), il Pontefice bresciano di Concesio che ha guidato la Chiesa universale dalla cattedra di Pietro dal 1963 al 1978, il grande timoniere del Concilio Vaticano II che grazie a lui giunse in porto, il Papa della Populorum progressio e dell’Humanae vitae ma anche della travagliata fase che visse la Chiesa nel dopo Concilio e del dramma del rapimento e dell’uccisione dell’amico Aldo Moro, il successore di Pietro che abbracciò il patriarca ecumenico di Costantinopoli Atenagora I e visitò la Terra Santa poco dopo l’elezione al soglio pontificio, il formatore di un’intera classe dirigente italiana, l’uomo che guidò l’arcidiocesi di Milano (1954-1963) e volle il quotidiano Avvenire proprio cinquanta anni fa, era stato beatificato il 19 ottobre 2014 da papa Francesco.

Venerabile dal 20 dicembre 2012 dopo che papa Benedetto XVI ne aveva riconosciuto le virtù eroiche, sarà santo per il miracolo attribuito alla sua intercessione della guarigione di un feto, al quinto mese della gravidanza, nel 2014. La madre, S. M., della provincia di Verona, era a rischio di aborto per una patologia che avrebbe potuto compromettere la vita del piccino e della donna stessa. La signora fu convinta da un’amica, che era in contatto con un dottore devoto di Paolo VI, a recarsi a pochi giorni dalla beatificazione di Montini a Brescia, nel Santuario delle Grazie, per pregare il Papa. I successivi controlli medici attestarono la completa guarigione del feto. La bambina è nata e oggi sta bene. Il miracolo, come quello della beatificazione, riguarda la vita nascente. Una sorta di messaggio “soprannaturale” del Papa dell’Humane vitae (enciclica definita profetica da papa Francesco durante il volo di ritorno dalle Filippine, nel gennaio 2015), di cui ricorre proprio quest'anno il cinquantennale.

«Nei confronti di questo grande Papa – ha affermato Francesco durante il rito di beatificazione – di questo coraggioso cristiano, di questo instancabile apostolo, davanti a Dio non possiamo che dire una parola tanto semplice quanto sincera ed importante: grazie!». Francesco aveva ricordato le parole scritte da Montini in alcune annotazioni personali, dopo la chiusura del Concilio: «Forse il Signore mi ha chiamato e mi tiene a questo servizio non tanto perché io vi abbia qualche attitudine, o affinché io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che Egli, e non altri, la guida e la salva».

Romero, il martire che fu voce dei poveri in Salvador

Era la sera del 24 marzo 1980 quando Oscar Arnulfo Romero (1917-1980), arcivescovo di San Salvador, celebrava la Messa nella cappella dell’ospedale per malati terminali, dove viveva, per essere sempre vicino ai poveri. Uno sparo lo colpì sull’altare mentre consacrava l’ostia. Morì qualche minuto più tardi, all’età di 63 anni. La vigilia, in un’omelia in cattedrale, monsignor Romero aveva chiesto ai militari di non uccidere, anche se questo avesse significato disobbedire agli ordini. Il Paese era in preda a una terribile guerra civile, che avrebbe fatto 80mila mila morti su quattro milioni di abitanti, segnata dalla presenza di una destra sanguinaria che finanziava gli “squadroni della morte” per assassinare gli oppositori. Romero era un pastore che aveva a cuore il suo popolo. Possedeva il carisma della parola e della predicazione. Vedeva l’ingiustizia sociale del Paese, l’amara condizione dei salvadoregni, gli effetti della miseria sulla salute dei contadini. Si schierò per la giustizia, per una migliore distribuzione delle ricchezze. Davanti a qualsiasi tipo di violenza chiedeva con fermezza il rispetto delle leggi. I suoi oppositori, dopo aver tentato invano di farlo destituire da arcivescovo, gli aprirono la strada verso il martirio. Romero sapeva di essere in pericolo, ma restò con il suo popolo.

Meticcio, di piccola statura, come la maggioranza dei salvadoregni, di formazione conservatrice, cresciuto nel rispetto dell’autorità, era nato a Ciudad Barrios nel 1917. Da seminarista studiò a Roma dal 1937 al 1943, città per cui ebbe sempre un grande affetto come centro della cattolicità. Nominato vescovo ausiliare di San Salvador nel 1970 da Paolo VI, divenne arcivescovo di San Salvador nel 1977. Fu il contatto quotidiano con i fedeli, a cui Romero non s’è mai sottratto, a fargli prendere coscienza dell’iniquità del sistema sociopolitico dell’epoca, che “scartava” la maggior parte dei cittadini. Ben presto divenne “voce dei senza voce”, cioè dei poveri, grazie alle sue ampie omelie fatte di spiegazione dei passaggi biblici e d’informazioni sui fatti della settimana. Suo malgrado, l’arcivescovo divenne l’uomo più influente del Salvador. Romero era uomo di pace Disse un giorno: «Se Cristo avesse voluto imporre la Redenzione con la forza delle armi o con quella della violenza non avrebbe ottenuto nulla. È inutile seminare il male e l’odio».

Riconosciuto il suo martirio, ossia la sua uccisione in odium fidei, è stato proclamato beato in una solenne celebrazione in San Salvador il 23 maggio 2015. Il miracolo attribuito alla sua intercessione che lo porterà alla canonizzazione ha al centro una donna del Salvador, Cecilia Flores, che era alla sua settima gravidanza e che per una gravissima complicanza rischiava di morire dopo la nascita del piccolo. Il marito, trovando una Bibbia della nonna con un’immagine dell’arcivescovo, aveva invocato l’aiuto del presule. La mattina successiva, in clinica, l’uomo scoprì che gli organi interni della moglie avevano ricominciato a funzionare.

«Il martirio di monsignor Romero – ha detto Papa Francesco concludendo a braccio il discorso ai partecipanti al pellegrinaggio da El Salvador in Vaticano nell'ottobre 2015 – non fu solo nel momento della sua morte, ma iniziò con le sofferenze per le persecuzioni precedenti alla sua morte e continuò anche posteriormente, perché non bastava che fosse morto: fu diffamato, calunniato, infangato. Il suo martirio continuò anche per mano dei suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato. Lapidato con la pietra più dura che esiste nel mondo: la lingua».