Lo sgombero di Castelnuovo

06-02-2019 - Notizie

Lo sgombero di Castelnuovo è tutto quel che un “buon padre di famiglia” non farebbe mai

linkiesta.it - 23 gennaio 2019

500 migranti trasferiti non si sa dove dalla sera alla mattina, 100 famiglie senza stipendio, bambini che devono abbandonare la scuola. Tutto per risparmiare due soldi, e far vedere che “la pacchia è finita”. Non c'è diligenza, in questo. Solo sfacciato calcolo elettorale, sulla pelle degli ultimi

               

«Ho fatto quel che avrebbe fatto un buon padre di famiglia». La usa spesso, Matteo Salvini, questa formula presa in prestito dal diritto romano. La usa per dire che fa le cose con un occhio al portafogli, per rimarcare i suoi valori tradizionali e per affermare che in lui non c’è nessun astio e nessuna acrimonia contro i destinatari delle sue intemerate. Quando usa la cinghia, la usa per il bene dei figli. Come il buon padre di famiglia, per l’appunto.

L’ha usata anche ieri, per parlare della chiusura del Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo al Porto, alle porte di Roma, il secondo più grande d’Italia, con i 550 ospiti. Il buon padre di famiglia dice che costava 6 milioni di euro all’anno, che era inutile, che i migranti poteva essere smistati altrove «coi soldi degli italiani». Fin qui il ragionamento non fa una piega, anche se per uno Stato come l’Italia con una spesa pubblica da 1000 miliardi circa, 6 milioni sono l’equivalente di un nichelino in tasca. Lo 0,0006%, per la precisione di tutto quel che spendiamo ogni anno. Pochino.

Ma il buon padre di famiglia, per quello 0,0006, ha deciso che bisognava dare un preavviso di sole 48 ore, come non si fa nemmeno con chi occupa abusivamente una casa o uno stabile. E ha deciso pure che andava mandato l’esercito a sgomberare, come se ci trovassimo di fronte a un covo di terroristi e non a una struttura gestita da religiosi, una realtà che da più parti era definita d’eccellenza nell’accoglienza e nella messa al lavoro dei richiedenti asilo, apprezzata dalla comunità locale, che dava lavoro a più di cento persone del territorio.

No. Il buon padre di famiglia di questo non si è preoccupato. Lui, che si dice tanto attento al lavoro e alla sua dignità, non ha avuto alcun riguardo per più di cento famiglie che da domani devono campare con uno stipendio in meno, e a cui nessuno aveva detto niente sino a 48 ore prima. E non si è preoccupato nemmeno di comunicare ai richiedenti asilo scacciati ieri dove debbano andare, tant’è che hanno preso tutti la strada per la Stazione Termini, ignari del loro destino, profughi per due volte nel Paese dove avrebbero dovuto cessare di esserlo. E non si è preoccupato nemmeno dei titolari di protezione umanitaria, che sono stati scacciati e basta e che per effetto del decreto sicurezza da domani sono clandestini in strada. E nemmeno dei bambini, che hanno dovuto lasciare la scuola dalla sera alla mattina.

Tutto questo, il buon padre di famiglia pare l’abbia fatto per gli italiani, suoi figli prediletti. L’ha fatto nel nome della loro paura, della loro ostilità verso lo straniero, del loro astio verso l’invasore che viene da lontano a levare il pane di bocca agli ultimi. Peccato che questa mossa geniale - la prima di una lunga serie, pare di aver capito - produrrà più insicurezza, coi richiedenti asilo per strada, e pure più marginalità e più povertà, con centinaia di lavoratori disoccupati e un piccolo indotto locale prosciugato. Ma come con Riace, come con i bandi Sprar, l’obiettivo del buon padre di famiglia è uno solo: distruggere tutte le buone pratiche di accoglienza, tutte i casi di integrazione riuscita. Così da poter giustificare la maniere forti di fronte al disordine da lui stesso generato. Perché il buon padre di famiglia, nella sua più cristallina accezione paternalista, ha un solo desiderio: essere indispensabile per i suoi figli. O, tradotto in politichese, fare il pieno di voti alle prossime elezioni.