Notre-Dame

08-05-2019 - Notizie

«Prima che bruci Parigi» di Alberto Caccaro

Mondo e Missione - 18 aprile 2019

Come il rosone della cattedrale di Notre-Dame procede a cerchi concentrici, così anche la fede ci riporta “al centro” per ricordarci dell’umanità comune che ci unisce, soprattutto in vista della Pasqua.

 

« … Finché ancora tempo, mio amore

e prima che bruci Parigi

finché ancora tempo, mio amore»[1]

 

Notre-Dame, Parigi, la Francia, l’Europa, il mondo intero, sembrano essere i cerchi concentrici propagatisi dall’incendio del 15 aprile scorso. Per molti solo retorica, parole sulla bocca di giornalisti che nella fretta del loro mestiere, devono sempre strappare lacrime e audience. Eppure sento che quanto è accaduto a Parigi non riguarda solo quell’edificio sacro semi-distrutto dalle fiamme, ma l’intera città. Non solo la città, ma la nazione. Non solo la nazione, ma l’Europa. Non solo l’Europa, ma il mondo intero. E, più ancora, non solo la religione, ma l’umanità tutta intera. Non solo la storia, ma l’Eternità.

Lungi da me ogni retorica, l’essere forzatamente solidale con il popolo francese oppure europeista a tutti i costi, da clima elettorale. In simili circostanze, un impeto del cuore mi impone di andare alla vera posta in gioco che per certi versi e paradossalmente, è stata illuminata da quelle stesse fiamme che sembravano volerla distruggere.

Ebbene, hanno senso quei cerchi concentrici se sono intesi come il propagarsi di un Mistero che da un centro arriva a toccare l’umanità intera. Non mi sarei permesso di chiamare in causa il poeta turco Nâzim Hikmet se lui per primo in una sua lirica non avesse tirato in ballo Notre-Dame e il suo rosone. Finché c’è ancora tempo e «prima che bruci Parigi» – scrive Nazim in una sua intensa poesia d’amore – «vorrei una notte di maggio / una di queste notti / sul lungosenna Voltaire / baciarti nella bocca / e andando poi a Notre-Dame / contempleremmo il suo rosone / e a un tratto serrandoti a me /.di gioia paura stupore /.piangeresti silenziosamente / e le stelle piangerebbero / mischiate alla pioggia fine».

Vorrei anch’io in questi giorni andare fino a Notre-Dame e contemplarne il rosone. Perché lì, proprio al centro di ciò che temevamo potesse essere compromesso insieme a tutto il resto, abbiamo lei, la Madonna in trono con il Bambino.[2] E da quel punto, in un succedersi di immagini che hanno al centro il Mistero dell’Incarnazione, il rosone si allarga a cerchi concentrici (!) lasciando alla luce del sole di illuminare la navata centrale fino all’altare, proiettando i colori e la grazia del Cielo. È bene ricordarlo in questi giorni di fiamme, di fumo e di lacrime.

Ché quell’apparente retorica dei cerchi ci porta piuttosto al centro e dal centro, da Notre-Dame, da una donna con il suo bambino, si allarga e ci porta all’umanità intera, vera posta in gioco per la quale quel bambino è nato e quella cattedrale è stata costruita. Ci sono volute quelle fiamme per tornare a parlarne. Per ridirci che non avremmo avuto quel luogo sacro se prima Qualcuno, nella pienezza del tempo, non si fosse messo in gioco per l’umanità. Grazie a quella donna che ha partorito perché ha creduto.

Icona di cultura e di storia per tutto ciò che in essa è avvenuto, Notre-Dame è stata costruita e andrà ricostruita per quella stessa posta in gioco e per quella donna che ha partato in grembo la Salvezza. Inutile negarlo, è stato commovente udire il canto spontaneo dell’Ave Maria, “Je vous salue Marie…”,[3] di molti parigini e non, che di fronte al bruciare di ogni speranza, hanno cercato, lassù al centro del rosone, sopra la galleria dei re e in asse con il portale centrale, lei, la Madonna in trono con il suo bambino.

Lasciamo alle autorità competenti e ai tecnici l’onere di indagare su quanto accaduto. Sull’eventualità che l’incendio sia stato doloso o meno, sull’entità dei danni e sulle possibilità di ricostruire le parti distrutte dalle fiamme. Ciò che a me preme a pochi giorni dalla Pasqua e ricordare con Charles Péguy che «la fede è una cattedrale radicata sul suolo di Francia». Tutt’altro che morta, viva.

E se «viene un giorno, viene un’ora» in cui nulla basta più. Allora bisogna «rivolgersi direttamente a colei che è al di sopra di tutto. (…) La sola che possa parlare con l’autorità di una madre. Rivolgersi arditamente a colei che è infinitamente pura. Perché è anche infinitamente dolce. (…) Infinitamente accogliente. Accogliente come il prete che sulla soglia della chiesa va incontro al neonato fin sulla soglia. Il giorno del suo battesimo. Per introdurlo nella casa di Dio. A colei che è infinitamente ricca. Perché è anche infinitamente povera. A colei che è infinitamente alta. Perché è anche infinitamente discendente. A colei che è infinitamente grande. Perché è anche infinitamente piccola. Infinitamente umile. Una giovane madre. A colei che è infinitamente giovane. Perché è anche infinitamente madre. (…) A colei che è infinitamente gioiosa. Perché è anche infinitamente dolorosa. (…)

A colei che è tutta Grandezza e tutta Fede».[4] « … Finché ancora tempo, mio amore / e prima che bruci Parigi».

 

[1] Poesia di Nâzim Hikmet, Parigi 1958, in https://www.youtube.com/watch?v=OO_P1dOOOuU

[2] http://www.therosewindow.com/pilot/Paris-N-Dame/W-rose-Frame.htm

[3] https://www.youtube.com/watch?v=71xsPsVOe4Y

[4] C. Péguy, I misteri, Milano 2007, 193.

 

Il miliardo di euro per Notre Dame? Generosità o marketing? di Lorenzo Maria Alvaro

vita.it - 23 aprile 2019

I grandi marchi di moda e lusso francesi fanno a gara a chi mette a disposizione più milioni per la ricostruzione della Cattedrale. Ed esplode la polemica sul perché questa generosità non ci sia su questioni sociali più rilevanti. «È molto cinico ma và detto: da un punto di vista di marketing è molto più conveniente usare Notre Dame che pensare ad azioni in favore di senzatetto o poveri che hanno molto poco appeal e sono estranei all'immaginario cui appartengono quelle aziende» sottolinea Rossella Sobrero di Koinetica

        

Le donazioni per il restauro di Notre Dame dopo l’incendio sono stati un vero e proprio tzunami. Protagonisti grandi industriali, ma anche privati più o meno facoltosi in Francia e all'estero. La famiglia Pinult, azionista di maggioranza del gruppo Kering, ha donato 100 milioni di euro. La Disney, che nel 1996 ha firmato il film animato "Il gobbo di Notre-Dame" e che sta lavorando a una seconda versione in live action del capolavoro di Victor Hugo, contribuirà con 5 milioni di dollari a ai lavori per la ricostruzione. La miliardaria brasiliana Lily Safra, vedova del banchiere Edmond Safra, una delle 20 donne più ricche al mondo, ha inviato un assegno da 20 milioni di euro. Il Gruppo Lvmh , a capo di marchi del calibro di Fendi, Bulgari, Christian Dior, Bulgari, DKNY, Cèline, Guerlain, Givenchy, Kenzo, Loro Piana e Louis Vuitton, ha messo sul piatto ben 200 milioni di euro così come il gruppo L'Oreal, insieme alla famiglia Bettencourt Meyers e alla fondazione Bettencourt Schueller. L'Ile de France, la regione di Parigi, ha invece stanziato 10 milioni di euro. Iniziative anche dall’estero. Negli Usa, infatti, si è già attivata la French Heritage Society, un'organizzazione con sede a New York dedita proprio alla conservazione dei tesori architettonici e culturali francesi, che ha lanciato una pagina web di raccolta fondi. Altri 100 milioni arrivano anche dalla società petrolifera Total. Non si sa ancora a quanto ammonterano ma sono annunciate donazioni da Apple e Nissan. Intanto il governo francese ha lanciato la campagna di raccolta fondi che conivolge come collettori il Centre des Monuments Nationaux, la Fondation Notre-Dame, la Fondation du Patrimoine et la Fondation de France. Le donazioni potranno beneficiare di sconti all'imposta sul reddito pari al 75% fino a 1000 euro donati e al 66% oltre quella soglia.

Il conteggio quindi parla di circa 700 milioni certamente già raccolti ma si immagina che i fondi raggiungeranno e supereranno agilmente il miliardo di euro. Questo a fronte di un bisogno che secondo Michel Picaud, presidente della associazione “Friends of Notre-Dame de Paris”, si assisterebbe per i lavori di restauro di Notre Dame intorno ai 150 milioni di euro. Al netto del fatto che alcuni esperti ritengano sia più verosimile il doppio di questa cifra è evidente come la raccolta abbia ampiamente superato qualsiasi soglia, anche pessimistica, immaginata per il recupero della cattedrale.

Cifre neanche mai lontanamente avvicinate da nessuna raccolta fondi fino ad oggi. Nessun disastro ambientale, dagli tzunami ai terremoti, ha visto muovere cifre così significative. Soprattutto da parte di aziende. Anche se per l’incendio di Notre Dame non ci sono state vittime.

«Una spiegazione può certamente essere il regime premiante rispetto alle donazioni che ha la Francia», sottolinea Rossella Sobrero, esperta di CSR e fondatrice di Koinètica, prima realtà in Italia dedicata in modo esclusivo alla responsabilità sociale d’impresa.

In effetti in Francia le donazioni godono di deduzioni molto marcate, il che significa che il sistema francese incoraggia le donazioni. In generale, non soltanto per Notre-Dame. La legge Aillagon, che prende il nome del ministro della Cultura che c’era quando è stata introdotta, nel 2003 (Jean-Jacques Aillagon, gollista chiracchiano), stabilisce il regime delle donazioni a patto che vengano fatte a organismi riconosciuti dallo stato come “difensori dell’interesse collettivo”. Le persone fisiche beneficiano di una riduzione d’imposta sui redditi pari al 66 per cento del totale della donazione, sempre dentro al limite del 20 per cento del reddito imponibile. Per i redditi più alti, che beneficiano dell’imposta Ifi (la tassa sui beni immobiliari) introdotta da Macron, la detrazione arriva fino al 75 per cento dell’ammontare della donazione. Per le aziende, il credito d’imposta è del 60 per cento della donazione con un plafond previsto dello 0,5 per cento del giro d’affari dichiarato in Francia. In Italia le erogazioni liberali dirette alle onlus sono regolamentare dal d.l. 14/03/2005, che prevede il 10 per cento di deducibilità dal reddito imponibile con un massimo di 70 mila euro. È possibile anche seguire la strada delle detrazioni (le due strade sono alternative) che è prevista dal Tuir, e che è pari al 26 per cento per le donazioni fino a 30 mila euro, ma per i redditi medio-alti non è appetibile, cioè non è incoraggiante.

Aillagon ha proposto di definire Notre-Dame “tesoro nazionale” in modo da portare la detraibilità al 90 per cento. Il governo definirà le regole di questa donazione in settimana, e ci saranno differenze per le donazioni inferiori e superiori ai 1.000 euro in modo da incoraggiare i contributi più ridotti che però allargano la rete della solidarietà, un po’ come avviene nelle campagne elettorali americane: tanti contributi piccoli sono sintomo di consenso e di vivacità di una candidatura più che i grandi contributi (che hanno comunque un tetto, e che sono comunque necessari).

Ma per Sobrero, «la vera spiegazione non è questa». A confermarlo c’è il fatto che sia Pinault che il gruppo Lvmh, che hanno messo sul piatto da soli 400 milioni di euro, hanno già annunciato che non si avvarranno di deduzioni e detrazioni.

«Bisogna fare un discorso ahimé più cinico», sottolinea la fondatrice di Koinetica, «in questo modo le aziende stanno cercando consenso. Un'azione legata ad un'icona del Paese dà loro la possibilità di fidelizzare e pubblicizzare il proprio impegno sociale. Questa esigenza, lo testimoniano tutte le ricerche, l'ultima delle quali è stata pubblicata da Ipsos, è data dalla richiesta sempre più esplicita dei consumatori che le aziende abbiamo questo engagment con il territorio e la società, che abbiano un ruolo attivo in ambito sociale».

Ecco perché è un buon investimento spendere 200 milioni per Notre Dame. «L'obiettivo è fidelizzare i consumatori, dimostrare il legame dell'azienda con il territorio e l'interesse er i simboli distitntivi di quella comunità. Questo senza contare che quello che è successo va a toccare una sfera emotiva ed emozionale molto forte», sottolinea Sobrero.

Eppure altre tragedia, con ricadute molto più drammatiche in termini di vite umane perse, non hanno visto questa corsa all'intervento. Sobrero ha le idee chiare: «Dobbiamo dirci le cose come stanno anche se sono sgradevoli: la commozione in quei casi era troppo distribuita. Uno zunami che fa 130 mila decessi non ha segni distintivi riconoscibili e forti. Non ha elementi simbolici forti. E quindi dal punto della comunicazione non aveva lo stesso impatto».

La Fondation Abbè Pierre, che da decenni si occupa di lotta all'emarginazione, nonostante la nobiltà della causa della ricostruzione della Cattedrale, su Twitter ha lamentato la poca disponibilità dei grandi gruppi nell'ordinaria lotta alla povertà: «400 milioni per Notre-Dame, grazie Kering, Total e Lvmh per la vostra generosità. Siamo molto legati al luogo dei funerali dell'Abbé Pierre. Ma siamo anche molto legati alle sue battaglie. Se poteste dare l'1% ai bisognosi, saremmo soddisfatti».

 

Notre Dame e la cattedrale dei volti di Mauro Armanino

Nigrizia - 17 aprile 2019

Sappiamo cosa sono le ceneri e le distruzioni di chiese. Il 16 e 17 gennaio del 2015 Zinder, la prima capitale del Niger e il giorno seguente Niamey, l’attuale capitale del Niger, sono state colpite dal fuoco distruttore di fanatici.

Conosciamo il dolore della distruzione di chiese, luoghi di culto, di incontro, di identità e di presenza per comunità esili e fragili in un contesto di egemonia culturale islamica. Alcune chiese erano state appena inaugurate o restaurate, con la partecipazione dei fedeli e aiuti esteriori. L’attacco di bande di giovani guidati da adulti era stato colto come un tradimento della fiducia riposta nel dialogo quotidiano coi vicini.

Tutto è partito in fumo in poche ore quel sabato mattina. Persino la cattedrale di Niamey, dedicata a ‘Nostra Signora del Soccorso’, era stata difesa per un paio d’ore dai militari e salvata dalla distruzione. Sappiamo cosa significhi la desolazione di altari profanati, tabernacoli carbonizzati e statue ridotte a pezzi informi di legno. Siamo consapevoli della perdita e addolorati per quanto di prezioso si è perduto.

Non dimentichiamo, non possiamo farlo, che quanto è accaduto alla cattedrale di Parigi accade quotidianamente nell’altra Cattedrale. Donne, bambini, giovani, adulti e anziani, autentiche Cattedrali, bruciati da bombe, droni armati, sofisticati mezzi di distruzione e armi leggere. Volti sfigurati e dilaniati dal fuoco e dalle bombe, in Libia, nello Yemen, in Siria, in Palestina, in Afghanistan e chissà in quanti altri sconosciuti luoghi di tortura.

Ci sembra essere questa la Cattedrale reale, quotidianamente è profanata con la complicità di tanti costruttori e venditori d’armi. L’altra cattedrale, quella di pietra, di legno e di storia illustre e quotidiana dovrebbe essere della prima immagine. Lo stesso scandalo, lo sgomento, la tristezza e il senso della perdita di un bene prezioso dovrebbe essere rivolto, almeno con la stessa intensità, alla Cattedrale impastata di terra e di cielo, alla Cattedrale umana, alla Cattedrale dei volti.

Inizieranno, anzi sono già iniziate le raccolte per ricostruire quanto è andato perduto. Ricchi e poveri, credenti e non, uniranno le forze finanziarie e morali per ridare alla cattedrale di Parigi il posto che le spetta nella fede e nell’immaginario culturale della Francia e non solo.

Questo non può che rallegrare e allo stesso tempo indurre a domandarsi che fare della Cattedrale delle vittime per la quale Dio ha dato la vita. È infatti quest’ultima, a forma di croce, che Lui ha scelto di abitare e di cui non si parla.

 

Salvare Notre Dame, ma anche nos frères               di Gabriele Sala

 

La mia sarà anche una voce controcorrente, perdonatemi, ma proprio non riesco a far parte del coro. Abbiamo visto tutti in diretta televisiva il terribile incendio alla Cattedrale di Notre-Dame di Parigi. E’ certamente un grave sfregio alla cultura mondiale, all’ingegno e alla creatività degli uomini, ma pare che l’edificio non abbia riportato danni strutturali, le opere d’arte al suo interno siano state portate in salvo e nessuna persona sia stata coinvolta nell’incendio, come contrariamente è avvenuto in molte altre circostanze analoghe.

 Macron ha dichiarato che la Cattedrale verrà riportata al suo antico splendore e, immediatamente, si è aperta una gara di solidarietà per raccogliere i fondi necessari alla ricostruzione. Alcuni grandi imprenditori nell’ambito della moda e del petrolio hanno devoluto centinaia di milioni di euro (anche se in passato, pare, non fossero stati così generosi nei confronti del fisco francese). Insomma, tutto lascia sperare che Notre-Dame tornerà presto ad essere l’opera d’arte come era stata pensata dall’architetto Jean d’Andely e realizzata con le braccia e il sudore di molti fabbri, muratori e carpentieri.

E’ ammirevole l’impegno e la generosità profusi per salvare quest’opera realizzata da mano d’uomo; ma mi chiedo perché non si metta altrettanto impegno e generosità per salvare le tante altre opere realizzate con mano di Dio: le migliaia di persone annegate nel Mediterraneo, o respinte se salvate dalle navi delle poche ONG che ancora, con coraggio, ancora solcano quel mare di morte, o torturate lungo le rotte balcaniche. Queste, specialmente se ci vogliamo considerare cristiani, sono opere di Dio, uniche, irripetibili!

Con i mezzi e la tecnologia di cui disponiamo, oggi siamo in grado di riprodurre perfettamente ogni opera d’arte, nei minimi particolari: ma non saremo mai in grado di ricreare un’esistenza di cui, volutamente, abbiamo rifiutato di prenderci cura (“Allora il Signore disse a Caino: «Dov'è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». Riprese: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!”) (Genesi 4, 9-10).

Mi chiedo: “Ma può un’opera d’arte, per quanto preziosa, valere più di una vita umana, per quanto povera e misera essa sia?”, “Potrebbe una madre, messa di fronte ad una scelta obbligata tra il perdere un figlio o la sua casa, per quanto bella ed accogliente essa sia, decidere di tenersi quest’ultima?” E Maria, madre di tutti i viventi, come può gioire per lo zelo di molti nel ricostruire una chiesa a Lei dedicata, vedendo migliaia di suoi figli lasciati morire nella più totale indifferenza, se non nel disprezzo o in un disumano cinismo?

Non ho mai visto Parigi, e mi sarebbe piaciuto visitare Notre-Dame. Però in Etiopia ho visto donne percorrere, con grande dignità, chilometri di piste polverose con una tanica d’acqua in testa per dissetare la famiglia; in Kenya, ho visto bambini sopportare in silenzio dolorose medicazioni per curare profonde ferite; in Palestina, pastori condurre, ostinatamente, le loro pecore al pascolo sulle loro terre, con il rischio di venire arrestati o attaccati da coloni israeliani più radicali e violenti; in Bosnia, giovani subire, dopo aver percorso migliaia di chilometri a piedi, provenienti da Afghanistan, Iran, Siria, Tunisia, ecc.. percosse, torture e ogni tipo di vessazione da parte della polizia croata e che, nonostante tutto, non rinunciano a ritentare di entrare in Europa, al prezzo delle loro stesse vite; o, come ho visto recentemente in un campo profughi siriano in Libano, dove fra tende improvvisate, si cerca di mantenere una parvenza di normalità, mandando i bambini a scuola: una scuola di lamiera, dove i bambini, ammassati come sardine in scatola, imparano a leggere e scrivere.

Ecco, per me queste sono le vere opere d’arte che meritano di essere protette e tutelate come autentico patrimonio di Umanità.

                                                                                      Gabriele Sala