Rete di Quarrata – Lettera Giugno 2019

12-06-2019 - Notizie

Carissima, carissimo,

nelle elezioni europee, l’effetto moltiplicatore più devastante per la democrazia l’ ha esercitata il M5S. Esso ha pagato l’aver fornito la manovalanza per l’erezione al trono di Salvini e aver offerto lo sgabello ai suoi piedi, e averlo fatto senza calcolo, il che è ancora piu grave che farlo per un calcolo sbagliato. Sventatezza politicamente imperdonabile; ma essa aveva una causa che la rendeva inevitabile: il disprezzo dellla politica come arte, come cultura, come professione, con la conseguenza di una incapacità dei giovani del M5S di capire la politica, di riconoscerla, proprio nel momento in cui dovevano farla.

La democrazia non perdona gli errori, gli sgarri, li fa pagare ad usura. Essa ha un effetto moltiplicatore, e come moltiplica straordinariamente i rapporti positivi immessi nel corpo sociale, così moltiplica il negativo della cattiva politica e del maldestro pensiero.

Non è politica stabilire di farla a termine per non contaminarsi.

Non è politica chiudere occhi, orecchi e cuore a tutto il resto, purché passi il reddito di cittadinanza.

Non è politica non cambiare politica dopo la scudisciata del voto.

E ora, se si può, si torni alla politica, cioè ai problemi veri su cui non si è votato, perché taciuti in una campagna elettorale dedita a tutt’altro, sono i veri nodi della situazione presente: il clima, il commercio selvaggio, il denaro sul trono, le armi messe sopra a tutto, l’epidemia della povertà, l’esclusione, il diritto a migrare, i profughi in fuga da guerre, da fame e dal degrado ambientale, le donne negate, il diritto perduto, la Costituzione stracciata, il furto di futuro, l’uomo digitale, potenziato è programmato dalla tecnica, perché oggi si sta affermandola rete digitale, che erroneamente, strategicamente e furbescamente ci viene chiamata da chi la gestisce con potere: rete sociale. Sociale è comunicazione tra persone, pensare e confrontarsi insieme, dialogando a partire dalla ricchezza delle differenze.

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La lobby del petrolio contro Greta. Il rapporto di InfluenceMap denuncia l’ipocrisia dei giganti del petrolio che  dal 2015,  ogni anno hanno investito 200 milioni di $ per frenare le politiche ambientali e ostacolare la legislazione internazionale in materia di difesa del clima. Queste compagnie si chiamano BP, Schell, ExxonMobil, Chevron e Mobil. BP è quella che ha investito di più, 53 milioni di $ all’anno. Seguono le americane Shell (49 milioni di $), Exxon-Mobil (41 milioni di $), Chevron (29 milioni di $), e la francese Total 29 milioni di $). Dal 2015 per promuovere la loro falsa immagine “verde” hanno speso 197 milioni di $.

Queste 5 compagnie hanno realizzato nel 2018 un fatturato di 55 miliardi di dollari, anno record in materia di emissioni di gas serra, ma che candidamente sostengono di abbracciare i principi sul clima di Parigi del 2015. Penso che dovremmo boicottare queste cinque compagnie petrolifere.


Pochi giorni fa, il Brasile è stato attraversato da una delle maggiori manifestazioni pubbliche degli anni più recenti. In più di 240 città brasiliane, studenti, professori, funzionari pubblici e la popolazione in generale, son stati in strada ed in piazza per manifestare il loro disappunto per le misure proposte dall’attuale governo contro l’educazione e nell’irrispettosa non autonomia delle Università pubbliche.


I vescovi brasiliani, riunitisi ad Aparecida, nel loro “messaggio al popolo brasiliano” hanno denunciato “l’opzione per un liberalismo esacerbato e perverso che va contro le politiche sociali e favorisce ancor di più le diseguaglianze”. Denunciando che le riforme proposte dal governo e già in andamento, come quella del lavoro e della previdenza, hanno aumentato la disoccupazione, (13 milioni di disoccupati e 29 milioni di lavoratori precari). Hanno denunciato le minacce che pesano sopra il popolo indigeno e l’aggravamento della crisi etica, politica ed economica. Come anche la grave crisi ecologica e i programmi di esplorazione del governo sull’Amazzonia. Davanti a questa situazione, è incredibile constatare come i poveri resistono e insistono nella lotta per la Vita. Le organizzazioni sociali, indipendentemente dall’essere perseguite, si rafforzano ed uniscono nella lotta.

Dal 12 al 14 luglio prossimo, a Natal si riuniranno 5.000 giovani, rappresentanti del Movimento Fé e Politica di tutto il Paese per elaborare una piattaforma su cui contrastare le azioni e le leggi che il governo Bolsonaro sta mettendo in atto per creare sempre più disuguaglianza tra ricchi e poveri, per realizzare una società subalterna al potere economico e finanziario.


Da alcune decadi, il cammino per la liberazione si è rafforzato con la testimonianza di donne e uomini che hanno dato la loro vita nella lotta. Molti di questi e queste martiri, erano cristiani e cristiane, e morirono per la loro consacrazione nella missione condividendo con i più poveri la fedeltà al Vangelo, vissuta in situazioni di conflitto. Diedero la loro vita per i loro fratelli che soffrivano. Altri di questi uomini e donne, assassinati nella lotta per la giustizia, sebbene non fossero stati legati a nessuna chiesa o religione, sono martiri, come testimoni del progetto di giustizia e liberazione. Come affermò Gesù nel vangelo: siano benedetti/e perchè furono perseguitati/e per causa della giustizia (Mt 5, 1- 12).


Celebriamo in queste settimane la memoria di vari fratelli e sorelle che diedero la loro vita per la causa della giustizia. Fra altri che diedero la vita per la giustizia, ne voglio ricordare uno, la cui memoria è molto cara a tutti noi. Nel giorno 10 di maggio 1986 a Imperatriz (MA), fu assassinato padre Josimo Tavares davanti alla porta del vescovato, era fortemente impegnato con la lotta dei lavoratori. Ricordo ancora quando alla fine degli anni ‘80 la invitammo a Quarrata sua madre, una donna esilissima, dolce, mite che parlava di Josimo come se fosse ancora in vita.


In Brasile ed in vari paesi del continente, al di là dei e delle martiri della lotta per la terra, la lotta degli indios per la loro liberazione, della difesa della natura e dei diritti umani, le comunità hanno convissuto diariamente con gli assassinii dei giovani delle periferie, con il traffico di droga che ne porta tanta sofferenza, rischi, violenza... Ogni volta di più, i martiri non sono più questa o quella persona, ma popoli interi crocifissi.

Questo significa concretamente appoggiare progetti politici impegnati con la gente più povera e con più criticità in relazione al capitalismo dominante che, come dice Papa Francesco, “questo sistema uccide”.

Credere insieme a chi soffre ed agli oppressi, da senso e forza per vivere insieme e lottare .

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Antonio

 

ULTIMISSIME dal Brasile

Il manifesto – Internazionale di Claudia Fanti

La trama dei giudici per escludere Lula dal voto

Brasile. «The Intercept» svela come Sérgio Moro, oggi ministro della Giustizia di Bolsonaro, incalzava i colleghi. Tre reportage per confermare la natura politica dell’ inchiesta «Lava Jato»

 

Edizione del 11.06.2019

Mancavano quattro giorni alla presentazione della denuncia contro Lula per il caso dell’appartamento di tre piani a Guarujá, il famoso triplex, e il coordinatore della task force della Lava Jato a Curitiba, Deltan Dallagnol, era macerato dai dubbi sulla solidità dell’impianto accusatorio contro l’ex presidente. E non su aspetti marginali, ma proprio sul punto centrale: sul fatto cioè che Lula avesse ricevuto l’appartamento in cambio di favori all’impresa di costruzione Oas relativamente ad alcuni contratti con la Petrobras.

«Diranno che lo stiamo accusando in base alla notizia di un giornale e a deboli indizi, scriveva ai colleghi: «Sono preoccupato per il collegamento tra Petrobras e arricchimento e (…) per la storia dell’immobile».

C’È QUESTO E MOLTO ALTRO nei tre esplosivi reportage pubblicati domenica dal sito The Intercept a proposito della reale natura dell’operazione Lava Jato – spesso e impropriamente paragonata a Mani Pulite – e dei suoi protagonisti, a cominciare da Dallagnol e dall’ex giudice di prima istanza a Curitiba Sérgio Moro, oggi degno ministro del governo Bolsonaro.

E oltretutto i tre servizi, fanno sapere da Intercept, sarebbero solo l’inizio di una inchiesta giornalistica più ampia, basata su un’enorme quantità di materiali inviati da una fonte anonima – messaggi privati, audio, video, foto, documenti giudiziari -, riguardo non solo alla Lava Jato ma a «esponenti dell’oligarchia, dirigenti politici, gli ultimi presidenti e persino leader internazionali accusati di corruzione».

Ma già con quanto è stato pubblicato domenica tutto ciò che le forze democratiche hanno denunciato fino a perdere la voce trova inoppugnabili conferme: la supercelebrata Lava Jato non è stata altro che un’operazione politica e ideologica diretta a escludere Lula dalla competizione elettorale che avrebbe di sicuro vinto, aprendo così la strada al governo autoritario dell’attuale presidente.

Come dimostra Intercept, i pm della Lava Jato, in pubblico sempre molto decisi a definirsi imparziali e apolitici, esprimevano apertamente il desiderio di scongiurare la vittoria del Pt, concordando misure per raggiungere l’obiettivo. Fino al punto di tramare segretamente per impedire a Lula (come poi puntualmente verificatosi) di rilasciare un’intervista prima delle presidenziali per paura che avvantaggiasse Haddad.

E SE, AL MOMENTO dello scambio dei messaggi riportati il 20 settembre del 2018, sembrava che il «Piano A», quello di ribaltare la decisione giudiziaria, avesse «possibilità zero», il pm Januário Paludo suggeriva di limitare perlomeno l’impatto dell’intervista, trasformandola in una conferenza stampa aperta a tutti i giornalisti. Mentre Athayde Ribeiro Costa e Julio Noronha invitavano a premere affinché l’intervista fosse fatta dopo le elezioni: «In tal modo – scriveva Ribeiro Costa – sarebbe possibile evitarla senza disattendere il mandato giudiziario».

Nel frattempo, Dallagnol conversava con un’amica e confidente identificata su Telegram come «Carol PGR» a proposito dell’importanza della preghiera: «Sono molto preoccupata – scriveva l’amica – di un possibile ritorno del Pt, ma ho pregato molto perché Dio illumini la nostra popolazione».

MA I REPORTAGE SI SPINGONO anche oltre, mostrando come Sérgio Moro, nel momento stesso in cui offriva di sé l’immagine di imparziale e integerrimo arbitro della partita, collaborasse segretamente con la task force della Lava Jato per allestire l’impianto accusatorio contro Lula. I messaggi tra il magistrato e il coordinatore della task force inviati dalla fonte anonima abbracciano un periodo di due anni (dal 2015 al 2017), durante il quale Moro suggerisce cambiamenti nelle fasi delle operazioni («Forse sarebbe il caso di invertire l’ordine delle due programmate»), indica fonti e offre piste di indagine («la deputada Mara Gabrili mi ha mandato il testo qui sotto, date un’occhiata. È riservato»). A volte persino muovendo rimproveri a Dallagnol, neanche fosse il suo superiore gerarchico.

Addirittura, l’8 maggio 2017, due giorni prima che Lula deponesse per la prima volta dinanzi a Moro, il magistrato, dinanzi alla possibilità che l’interrogatorio fosse rimandato, invia un irritatissimo messaggio a Dallagnol: «Che storia è questa che volete rinviare? State scherzando?». Il giorno stesso la richiesta della difesa viene respinta.

E tutto questo avviene malgrado i timori interni al pool sull’assenza di un collegamento tra il triplex e gli atti di corruzione relativi alla Petrobras, senza il quale il caso non avrebbe potuto essere giudicato a Curitiba dall’affidabilissimo Moro. Tant’è che, ancora alla vigilia della presentazione della denuncia, Dallagnol commentava: «L’opinione pubblica è decisiva e questo è un caso costruito con prova indiretta e la parola di collaboratori contro un’icona passata indenne per il mensalão» (il primo scandalo esploso sotto il governo Lula).

IL GIORNO DOPO, il 14 settembre 2016, in una sala riunioni di un hotel di lusso a Curitiba, Dallagnol avrebbe presentato la denuncia illustrando il caso con un power point su cui si sarebbero riversate ondate di scherno. E pronunciato la sua memorabile frase: «Non abbiamo prove, ma abbiamo convinzioni».