CAROLA, LA VITTORIA DEL CUORE

06-07-2019 - Notizie

La gip di Agrigento sconfessa Salvini

CAROLA, LA VITTORIA DEL CUORE

di Gad Lerner

 

 C’è un giudice ad Agrigento. Anzi, una donna giudice per le indagini preliminari (da tre anni la componente femminile è maggioritaria nella magistratura italiana): si chiama Alessandra Vella. Ha dato prova di autonomia e impermeabilità alle correnti furibonde sobillate nell’opinione pubblica da un potere esecutivo che, senza averne diritto, invocava la galera per la comandante della Sea-Watch 3. Alessandra Vella ci ha ricordato che la democrazia italiana si fonda ancora, per fortuna, sulla divisione costituzionale dei poteri, con ciò restituendo al nostro Paese un’onorabilità che rischiava di perdere di fronte ai suoi partner europei. Del resto anche l’Europa è donna, da oggi, più di ieri. Vorrà pur dire qualcosa.

La gip non si è limitata a smantellare l’inverosimile versione dell’approdo a Lampedusa, secondo cui — non si sa bene per quale pulsione masochistica — Carola Rackete avrebbe volontariamente cercato di speronare e affondare la motovedetta della GdF, con l’intenzione di nuocere ai cinque militari a bordo. Di più, essa ha riconosciuto che fino allo stremo delle forze la giovane comandante è stata coerente all’adempimento di un dovere: salvare delle vite umane, dei naufraghi che aveva raccolto in mezzo al mare e che molto probabilmente, senza il suo intervento, sarebbero affogati. Poche ore prima il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio — già oggetto di un minaccioso soliloquio via Facebook di Salvini — aveva chiarito che non esiste alcuna prova di legami fra le Ong del soccorso in mare e gli scafisti. Altro che “taxi del mare”.

Infine, la sentenza che ha rimesso in libertà Carola Rackete, in attesa che l’indagine giudiziaria segua il suo corso, ha ribadito che secondo le convenzioni del diritto del mare Lampedusa era il porto sicuro d’approdo più vicino. Non certo la Libia, dove i migranti erano stati illegalmente detenuti, né la Tunisia che non applica le norme internazionali dell’asilo politico.

Nessuna rodomontesca invettiva del ministro Salvini può mascherare, stavolta, la sua completa disfatta politica. Il suo vocabolario zeppo di parolacce (la più in voga del momento è: «Mi sono rotto le palle») affoga nel ridicolo. A poco gli serve coniare nuovi epiteti: dopo “sbruffoncella”, ieri è toccato a “la ricca fuorilegge”, come se Carola Rackete avesse agito a tutela di chissà quale interesse materiale. Perfino l’ultima sua promessa vendicativa, il decreto di espulsione dal territorio nazionale, dovrà fare i conti con le normative che regolano il corso della giustizia ordinaria.

Come un disco rotto, dopo la sentenza, visibilmente alterato, nonostante il sorriso d’ordinanza, Salvini ha ripetuto che anche la gip Alessandra Vella «magari si sarà bevuta un bicchiere di vino» con l’imputata e che dovrebbe levarsi la toga per fare politica con la sinistra.

Un’ossessione, la sua, contro lo stato di diritto che il successo elettorale lo induce a vivere come una prigione.

La prigione che lui voleva infliggere a una donna libera e coraggiosa, la cui scelta di disobbedienza civile è risultata coincidere con il dettato della legge. A seguire, le patetiche ironie di Salvini sui «professoroni» e sui «soloni» da cui mai e poi mai prenderebbe lezioni (viva l’ignoranza), si sono estese fino a colpire — udite, udite — i «leaderini europei che pensano di poterci trattare come una colonia». Sta parlando di Merkel e Macron, il mitomane. Che non si rende conto di come gli si rivolti contro, stavolta, il ritornello de «la pacchia è finita». C’è solo da augurarsi che la pacchia finisca presto per lui, perché è senz’altro vero che «l’Italia ha rialzato la testa». Ma ieri ad Agrigento l’ha rialzata contro Salvini, finto patriota, riabilitando un’idea di giustizia che mette la salvezza delle vite umane, non importa di quale nazionalità, in cima ai nostri valori.

 

                                      La Repubblica, 3 luglio 2019