VOLARE CON I PIEDI PER TERRA

17-08-2019 - Notizie

VOLARE CON I PIEDI PER TERRA   di Lidia Maggi

 

Queste sono le leggi che tu esporrai davanti a loro: 

se compri uno schiavo ebreo, egli ti servirà per sei anni, 

ma il settimo anno se ne andrà libero, senza pagare nulla. 

(Esodo 21,1-3)

 

Le dieci parole rappresentano per il popolo dei fuggitivi la carta costituzionale di riferimento per vivere un'esistenza liberata in una terra diversa da quella conosciuta fino ad allora e, per il momento, soltanto promessa. Tra le righe di quelle parole essenziali echeggia la lingua del sogno:un'utopia che, pur rivolta a un gruppo umano specifico, da voce alle segrete speranza di una vita buona, che appartengono ad ogni società umana. Il fatto stesso di essere state rivelate nel deserto, in un contesto di extra territorialità rispetto alle ristrette limitazioni nazionali, depone a favore del respiro universale di queste parole. E tuttavia, allora come oggi, i valori costitutivi devono poi essere tradotti in leggi specifiche. Una casa ha bisogno di fondamenta.  Ma se ci si fermasse a queste, non sarebbe una casa abitabile. Il respiro della voce udita da Mosé nelle dieci parole intende animare corpi che si muovono nella grigia pianura del quotidiano, tra grovigli di situazioni ambigue. La limpidità della carta costituzionale deve tradursi in codice, in indicazioni di percorso lungo gli ambigui tracciati della vita comune. Da qui in poi, il libro dell'Esodo, perlopiù, sposa il linguaggio del codice per illuminare situazioni che Israele dovrà affrontare nella terra promessa. Già questa mossa letteraria risulta interessante: il Sinai non è solo il momento glorioso in cui si dà voce alla speranza di una realtà radicalmente nuova, cui seguirà, inevitabilmente, la stagione delle contrattazioni e dei compromessi. Il Sinai osa dire, nel momento fondatore, sia le dieci parole solenni, sia gli innumerevoli dettagli di una casistica minuziosa. Tenere insieme, in tensione, le due dimensioni della legge, collocandole entrambe nel momento rivelativo del Sinai, esprime il carattere della parola biblica, per la quale non si dà utopia senza farsi carico della concretezza, come viceversa non vi è appello al realismo senza riferimento all'ideale costitutivo. Leggere le indicazioni che seguono immediatamente la proclamazione delle dieci parole fa un certo effetto: l'aria rarefatta del monte sembra esaurita e il respiro si fa più affannoso nel deserto. Ma se, nel leggere, proviamo e non sciogliere la tensione che intenzionalmente il racconto stabilisce tra le parole precedenti e queste, forse, riusciamo ad identificare l'area tipica del paesaggio biblico. Non senza ironia le prime indicazioni del codice affrontano la questione della schiavitù. Ma come-penserà chi legge-l'epopea di Israele non aveva decretato la soppressione della schiavitù? E allora perché il codice prevede rapporti tra padroni e schiavi, come se Israele dovesse riprodurre le medesime relazioni oppressive patite in Egitto?Siamo sempre di nuovo nella terra del "Mors tua, vita mea"? Finché si tratta dei suoi, il Dio biblico lotta e si presenta come il liberatore; con gli altri invece chiude un occhio. 

E se, invece dietro i dettagli del codice, scorgessimo la sapienza pedagogica di un Dio che conosce il cuore umano e sa che anche il nuovo può prendere forma solo a partire dal materiale precedente? Che l'uscita dall'Egitto non avviene magicamente e che le vite non cambiano mai in un batter d'occhio? Certo, il testo che leggiamo, evidentemente, rispecchia la vita sedentaria di Israele nella terra di Canaan ed è stato successivamente retroproiettato al momento fondativo del Sinai. Ma appunto, questa mossa letteraria ci costringe ad uscire dal semplice schema che contrappone gloriosi inizi ai successivi tradimenti. L'esistenza libera è fatta della stessa materia della vita umiliata. La differenza sta nella lavorazione. Ecco allora, che con sapienza realistica il Dio biblico prova a lavorare un' umanità per la quale è del tutto normale che ci siano deboli e forti schiavi e liberi. Prova ad arginare la violenza che continua a dettare legge nei cuori umani, mettendovi un argine, come la ben nota legge del taglione (21,24-25) che non sopprime la violenza ma impone un principio di proporzionalità, affinché il farsi giustizia non si traduca in una vendetta infinita. o come la legge del settimo anno, che impone la liberazione dello schiavo (21,2): uno shabbat di giustizia che intende trasfigurare non solo l'anima ma l'intera società. 

Da qui in avanti il testo dell'Esodo appare un terreno scivoloso: più palude che deserto. Ma non è così la vita di ogni persona? Una parola che intende essere "vera" deve sapersi muovere nelle paludi della vita. A noi che la leggiamo, è chiesto non solo di sospendere l'incredulità ma anche di cogliere il movimento sotteso, insieme alla presenza di un Dio che non compare più sulla scena per liberare con braccio potente gli oppressi ma si nasconde dietro i dettagli di un codice, preoccupato di tradurre nel concreto il sogno della liberazione. 

 

Lidia Maggi 

Rocca 1/08-2019