Lettera a una professoressa (e a un professore)

05-09-2019 - Notizie

Lettera a una professoressa (e a un professore) 

 

"Repubblica" si rivolge a insegnanti e studenti con una serie di interventi, consigli, messaggi che si ispirano a Don Milani. Il primo è su una letteratura più "umana"

di Stefano Massini

Cara professoressa (e caro professore), non cadono in questi giorni particolari anniversari dell’esperienza di Barbiana. Nessuna mostra all’orizzonte né libri in uscita. Chi se ne importa: più disinteressato suonerà questo mio scriverti, a pochi giorni dalla prima campanella, in un’epoca contraddittoria che scredita la scuola ma stende tappeti d’oro agli influencer, ai life- coach, e a dorate schiere di maître-à-penser in salsa digitale. Come dire: siccome ho tanta sete, evviva il bar e abbasso l’acquedotto. Temo sia il doloroso punto di partenza: in una società che elargisce dal basso (a suon di like) lo status di guida, non si è più disposti a riconoscere all’insegnante – come figura pubblica - il ruolo antico di formare. Per cui, cara professoressa, la tua debolezza di oggi sta in ciò che ti corazzava ieri: l’essere emanazione dello Stato, incarnare valori e riti di un sistema che ai tempi di don Milani era fin troppo coeso, mentre adesso è l’ombra esanime di sé.

Sembra incredibile, ma l’insegnante del 2019 ha più chance di essere seguito se riesce a far dimenticare che il 27 del mese è la collettività a pagarlo (poco, ahimè). È una delle conseguenze della crisi della delega: se si mette in dubbio la stessa democrazia rappresentativa, sostituendo il parlamento con il sondaggio online, è inevitabile che ci si chieda perché nelle strutture pubbliche non puoi sceglierti da solo l’insegnante o il medico. E invece no, invece è bellissimo che almeno in questo la società vinca sullo strapotere dell’individuo. Ma è una trincea, in cui voi insegnanti combattete ogni giorno, mentre scricchiolano – dovunque - i meccanismi fondanti che da singoli individui creano una comunità.

Un passo indietro: nel ’67, la prof a cui scrivevano i ragazzi di Barbiana era la faccia introflessa di un’Italia in grisaglia, classista, refrattaria al nuovo, la stessa che relegava la Pubblica Istruzione a indiscusso dicastero democristiano, e nell’insegnante leggeva una via di mezzo fra il celerino e il guardiano di museo, detentore di un’identità nostalgica e reazionaria. Oggi è tutto diverso. Tramontata la frattura fra i cosiddetti figli del popolo e dei padroni, ne è emersa fra i banchi un’altra fra vincenti e perdenti, ganzi e sfigati, con l’aggravante che il marchio di categoria è spesso irreversibile, nutrito com’è di presunte diversità genetiche (la razza, l’orientamento sessuale). Ne deriva che ora più che mai l’aula è un laboratorio sociale in cui creare l’anticorpo ai virus, ed è qui che ogni cattedra diviene un avamposto di civiltà, un presidio di igiene sociale che corregga sul nascere l’idiozia conclamata per cui vivere è iscriversi a un rodeo, dove i deboli vanno fuori pista. Che poi cosa sarebbe mai la debolezza? Servirebbe davvero insistere in classe su certe zone d’ombra delle patrie lettere: la bulimia alimentare del Leopardi, gli attacchi di panico del Manzoni, la sua balbuzie, tutti esempi di come l’anima di un "cagasotto" possa resistere nei secoli, mentre i gradassi dell’epoca sono polvere e vermi. È una forma di giustizia di cui esser grati alla letteratura. Così come dovremmo esserle grati per svelarci l’anticamera del presente, il suo background inconscio: per dirla con Umberto Eco, noi cerchiamo nei classici il perché siamo come siamo. E in effetti, cara professoressa, c’è un po’ di Dante e di Foscolo dentro ciascuno dei tuoi allievi. Ognuno di loro ha in sé, necessariamente, echi del passato. Si tratta di consapevolizzare questa riconoscenza, o se vogliamo questo debito di identità.

Ancora: nel ’67 la missione era offrire al proletariato l’uso consapevole delle parole, condizione basilare per l’inclusione democratica, laddove oggi si tratta semmai di istruire i giovani sui contesti dell’esprimersi, essendovi sui social fin troppo diritto di tribuna. Se Lorenzo Milani sognava una prof che dicesse «insegno a tutti a parlare, perché se parli ti salvi», io vorrei sentire invece «vi insegno quando e se parlare, perché spesso è meglio tacere». Chiamatela, se volete, ecologia espressiva. Dopodiché, crucialmente, si tratta di riplasmare il senso stesso del verbo imparare, messo in crisi da un dilagante consumismo cognitivo: a cosa serve immagazzinare conoscenze, se poi ognuno è connesso al web e all’istante ottiene risposte dai motori di ricerca? Peccato che il sapere non sia un bancomat o la preparazione a un quiz, bensì la creazione di un terreno fertile, la cui importanza vitale sta nell’appartenere interamente alla persona. Non si va a scuola per fornirsi di un know-how, bensì per strutturare una propria idea del mondo e di se stessi nel mondo, perché non esiste libertà più vera di quella che ti conferisce il senso critico.

Dunque la posta in palio non è più la fatidica maturità dell’allievo quanto la sua autonomia di essere pensante, connesso o no, dotato o no di smartphone, cioè realmente padrone di sé come scrive Nicholas Carr. Cos’è questo, se non un nuovo statuto umanistico? Cara professoressa, spetta a voi irradiarlo, ed è una missione a mio vedere entusiasmante. Quanto a noi, non c’è compito più importante che sostenere, da fuori, senza mezzi termini, senza esitazioni, la battaglia giornaliera di chi sale in cattedra, dalle elementari ai licei, dagli istituti professionali alle scuole serali, perché l’educazione è il baluardo oltre cui c’è il buio. Lo dirò, quindi, confidando di esser seguito da molti: non siete soli.

Buon lavoro, cara professoressa (e caro professore).

 

La Repubblica 3 settembre  2019

 

 

Le 10 regole (più 2) per un insegnante

Dopo l’articolo di Stefano Massini continua la serie di interventi ispirati a Don Milani sulla scuola e rivolti ai docenti. Qui parla uno di loro

 

di Eraldo Affinati

Cara professoressa (e caro professore), insegnare potrebbe essere il mestiere più bello del mondo. Bisogna stare attenti a non farlo diventare un piccolo inferno. Dipende solo da noi. Forse lo spunto più prezioso che ci ha lasciato don Lorenzo Milani, al di là di tutte le strumentalizzazioni e gli equivoci, è stato proprio questo: la scuola, quando è vera, corrisponde all’intensificazione della vita; non dovrebbe mai essere separata dall’esistenza. In tale prospettiva ho elaborato dodici consigli per la mitica professoressa: quella che, ancora oggi, quando arriva il giorno degli scrutini, fa la media matematica delle interrogazioni che trova sul registro e poi assegna il suo voto.

1. Far brillare gli occhi degli studenti.

Il docente non dovrebbe essere uno spartitore di traffico concettuale posto al centro dell’aula a dirigere le operazioni. Anche questo, ma non solo. Quando Ottavietto alza la mano per saperne di più (non per andare al bagno): ecco, lì ti giochi tutto.

2. Premiare il movimento prima che il traguardo.

Ci saranno sempre Pierino e Gianni: entrambi hanno recitato la lezione ottenendo la sufficienza. Questo vuol dire «fare le parti uguali fra diseguali» perché Pierino, figlio di una coppia istruita e benestante, è partito avvantaggiato rispetto a Gianni, che non aveva mai letto un libro prima di frequentare la scuola. Bisognava dare otto a Gianni (o Mohamed) e sei a Pierino. Attenzione: non stiamo parlando di medici e ingegneri, bensì di quindici-sedicenni alcuni dei quali, se perdono l’autostima, fanno presto a lasciare la scuola.

3. Scoprire la maschera della risposta esatta.

Michelino è stato bravo, ha risposto bene. Il giorno dopo però si è già dimenticato tutto. A cosa gli è servito aver superato il test?

4. Non gettare mai nel cestino le risposte sbagliate.

Romoletto resta quello che non sa mettere la acca al posto giusto: il futuro analfabeta funzionale. Su di lui dobbiamo concentrare il massimo dell’attenzione. Chi vorrebbe liberarsene continua a credere, come lamentava il priore, che la scuola sia l’ospedale dove curare i sani.

5. Evitare la finzione pedagogica.

Cara professoressa, se fai finta di spiegare, magari perché sei stanca, i tuoi studenti ti restituiranno la finzione. Ecco a cosa serve Romoletto: a rompere l’incantesimo.

6. Non essere schiava del risultato.

Diceva Michel De Certeau che uno scolaro (vale anche per i figli) ti porta sempre in un luogo che non prevedi. Devi andare all’appuntamento a cui lui ti ha convocato, anche se può risultare doloroso e spiazzante.

7. Evita le domande trabocchetto.

Altrimenti dette le domande illegittime: fatte apposta per indurre l’alunno all’errore. Come se il migliore fosse quello che supera l’ostacolo e il peggiore chi non ci riesce. Al contrario: devi giocare sempre a carte scoperte. Vedrai, anche a te, piacerà molto di più.

8. Non aizzare la competizione.

I deboli hanno bisogno dei forti, ma vale anche il contrario. Il maestro del libro Cuore lo sapeva: lui, tanto bistrattato, almeno su questo aveva ragione. Una classe è una comunità in formazione. È necessario premiare i più meritevoli, ma non dobbiamo lasciare nessuno indietro. Non aspettare chi accumula ritardo, oltre che troppo facile, sarebbe gravissimo. Io la chiamo diserzione spirituale.

9. Alzare l’asticella.

Non devi mai accontentarti. Oggi più che mai bisogna ripristinare le gerarchie di valore che sembrano azzerate dalla rivoluzione digitale. È la tipica illusione ottica prodotta dalla civiltà del clic sulla tastiera. L’informazione rappresenta solo una condizione preliminare. Non esistono scorciatoie conoscitive. Per assimilare la tradizione occorrono applicazione, fatica, rigore e costanza. Ognuno ha le sue forme e i suoi tempi di apprendimento, ma tu devi portare tutti alla meta.

10. Incarnare il limite.

Non uso a caso questo verbo. Se a Valerio indicherai soltanto il precetto da rispettare, quale che sia, entrare in orario, stare attento, non rispondere in modo maleducato, ci sono buone probabilità che lui non ti ascolti, teso com’è a superare gli steccati, anche per mettersi alla prova. Se invece tu stessa mostrerai di vivere con la medesima rettitudine che pretendi dagli altri, ad esempio riconsegnando i compiti in classe già corretti il prima possibile, allora forse potrai avere maggiori soddisfazioni.

11. Valorizzare la comunità educativa.

Oggi chi insegna è molto più solo di quanto non fosse don Milani a Barbiana.

Ecco perché diventa importante coinvolgere le famiglie (tasto dolente), i colleghi, il dirigente, i territori. La professoressa può essere intraprendente e carismatica, ma ha bisogno di appoggio.

12. Accettare la sconfitta.

Una volta chiesero a don Milani quale sarà "il giorno glorioso" per chi fa l’educatore. E lui disse: quando ci prenderemo una bastonata. Arriva sempre un momento in cui il ragazzo acquista autonomia. Se ne va. Ti abbandona. Il nostro è "il mestiere dei fiaschi". Per questo assomiglia alla vita.

 

Repubblica 4 settembre 2019