LA FEDE DEL CORONAVIRUS

26-04-2020 - Notizie

 

 

LA FEDE DEL CORONAVIRUS   di Giuseppe Magnolini, parroco

 

Sono parroco in quattro piccole comunità nella diocesi di Brescia e precisamente in Alta Valle Camonica; le mie comunità unite assommano a circa 2200 abitanti e, per ora, il virus non è ancora entrato in modo violento nella nostra vita: qui, a differenza di altre zone della nostra provincia, abbiamo pochi casi, quasi tutti in via di guarigione. Ovviamente anche da noi sono entrate, ormai da un mese, le varie norme per poter arginare l’epidemia e queste hanno riguardato, giustamente, anche le celebrazioni religiose e di culto. È stata sospesa ogni celebrazione, incluse quelle dei matrimoni e dei funerali, ogni tipo di riunioni o incontri e così ci siamo trovati in un deserto liturgico, secondo me molto importante, proprio in un tempo come quello della Quaresima che per noi cattolici è sempre stato vissuto e visto come il tempo liturgico più forte e più impegnativo. Personalmente penso che questa sia un’occasione propizia e, direi, provvidenziale per rileggere la nostra spiritualità cattolica molto impregnata di ritualismo e di devozionismo per chiederci che cristiani vogliamo essere e soprattutto su cosa costruire la nostra fede. Ho cercato, in questi giorni, di inviare tramite i social, ogni giorno, una riflessione sulla Parola di Dio, di raggiungere le persone sole con una telefonata e, poi, di invitare i miei fedeli a ritornare alla lettura in casa della Parola come lampada ai nostri passi incerti e faticosi di questo periodo. Alcuni mi hanno sottolineato la loro sofferenza per non poter partecipare alla celebrazione domenicale o addirittura feriale, altri hanno capito che il nostro essere discepoli di Gesù non è solo vivere dei riti, ma viverlo nella nostra esperienza quotidiana. Personalmente ritengo proficuo questo tempo che è stato svuotato da tante cose: penso solo a tutte le celebrazioni della settimana santa, ai vari riti quaresimali: abbiamo fatto un po’ di digiuno necessario che ci ha portato, se lo vogliamo, a condividere anche l’emarginazione dalla Cena del Signore; purtroppo nella chiesa di Roma sono ancora troppi quelli che, per regole umane e non certo divine, non possono accostarsi al banchetto; per un gioco della vita siamo passati dall’altra parte della barricata. Questo è una scuola di vita, e potrebbe essere una scuola di cristianesimo.   Noi presbiteri siamo stati invitati dai vescovi a celebrare ugualmente, da soli, a porte chiuse, ed a vivere momenti personali di devozioni varie: personalmente, mi sono adeguato all’invito dei vescovi per quanto riguarda la celebrazione domenicale che ho anche reso visibile tramite il web, ma mi permetto di dire che la cosa mi è sembrata un pochino assurda, perché non si è trattato della sola preghiera. Abbiamo sempre detto che la celebrazione eucaristica ha valore perché c‘è il popolo di Dio che vi partecipa, che fa la chiesa, che non ha senso celebrare da soli, e poi mi viene proposto questo...; una visione molto tridentina del presbiterato e anche della Cena del Signore, dove ciò che vale è il prete. Mi sono chiesto: ”ma se io sono prete per una comunità e non per me stesso, se la comunità non può esserci, come in questo caso, non c’è eucaristia, si adottano altre forme, ma non si celebra da soli... che senso ha?” Mi ha confortato molto leggere un articolo apparso sulla rivista Il Regno della teologa Simona Segoloni dal titolo, molto significativo: ”Senza presbitero no, senza popolo sì“, dove anche lei sostiene che dietro a tutto ciò c’è una visione molto tridentina e che dovremo, al termine di questa emergenza, parlarne, ma (questo è il mio pensiero) penso che non avverrà nessun ripensamento, purtroppo... Anche altre forme devozionali proposte non mi sono sentito in coscienza di adottare, come ad esempio uscire per le strade con crocefissi o reliquie per invocare la grazia della cessazione della pandemia, con tutto il rispetto per chi ci crede; io non ci credo, anzi mi sembra che stiamo alimentando una fede troppo infantile e che non stiamo aiutando i nostri fedeli a diventare adulti, non stiamo dando loro un cibo solido, ma questo è un peccato dei pastori, iniziando da chi sta al vertice. Non voglio assolutamente fare polemica, ma è ciò che credo ed è quello che in questo tempo ho sperimentato. Per me, questa era un’occasione per ripartire, per mostrare cosa è veramente l’essenziale della nostra fede in Gesù, e ho paura che, come chiesa di Roma, abbiamo perso un’opportunità importante. Non biasimo chi ha bisogno di segni, o di devozioni, ma permettetemi di dire che questo, però , è lontano anni luce dal messaggio di Gesù. Quindi nelle mie comunità cerco di costruire, anche ai tempi del coronavirus, una fede che parta dalla Parola, che cerchi l’Eucaristia come celebrazione di popolo, di comunità riunita e non come gesto privato del prete, una fede che sfoci in gesti d’amore e soprattutto che parli all’uomo e alla donna del terzo millennio con gesti e significati che possono essere compresi oggi e che non potevano esserlo nel Medioevo.

                           

                                                                         GIUSEPPE MAGNOLINI, Parroco.
Ospitalità eucaristica - numero 17, Aprile 20