Lettera al vescovo Derio Olivero

04-06-2020 - Notizie

                                           Lettera al vescovo Derio Olivero

Carissimo vescovo Derio,

grazie di cuore per questa lettera aperta in cui si percepisce tutta la Sua profonda partecipazione umana  personale. Non è una lettera tanto per scrivere, ma la trasmissione  di un pensiero meditato e sentito. E' riuscito a trasmetterci l'urgenza che prova di fronte ad una necessità di cambiamento della nostra società ed anche della nostra chiesa.

Urgenza e cambiamento. Urgenza di un cambiamento. E' proprio questo il cuore della Sua lettera: "Non dobbiamo tornare alla Chiesa di prima. O iniziamo a cambiare la Chiesa in questi mesi o resterà invariata per i prossimi 20 anni".

Non un cambiamento qualsiasi, perché si sa, non tutti i cambiamenti sono proficui e benefici, alcuni rimangono solo cambiamenti di facciata, ma il cambiamento delle relazioni. Quelle che sono il fondamento della vita, che la sostengono. Le relazioni che permettono di modificare, di migliorare e talvolta di salvare la vita.

Nella Sua lettera ci sono parole che rappresentano un progetto dirompente: non dobbiamo tornare alla Chiesa di prima e dobbiamo sbrigarci o si sarà chiuso un tempo, avremo perso un'opportunità unica per dare un volto nuovo alla nostra Chiesa.

Le diciamo che questa urgenza ci ha fatto respirare una boccata d'aria fresca. Lei caro Derio, riveste una carica ufficiale e sentire un invito così pressante dal nostro vescovo, da chi rappresenta sul nostro territorio la Chiesa ufficiale ci ha fatto pensare con gioia che finalmente, (finalmente!) si sta creando lo spazio per muovere i primi passi in una chiesa che chiede con urgenza il cambiamento. Che bello!

Le voci in questo senso sono sempre state numerose, tuttavia provenivano e venivano portate avanti da singole parrocchie, da singoli preti, che isolatamente si sgolavano ed investivano la propria vita per essere ascoltati e senza esserlo quasi mai.

La Chiesa però si sa, si muove con lentezza, non ama le modifiche, teme i cambiamenti. Qualsiasi proposta di novità rivolta alla Chiesa porta già con se la risposta: "Ci vuole pazienza. Con calma, queste cose non avvengono cosi in fretta. I tempi per queste cose non sono ancora maturi".

In questo modo sono passati gli anni, i decenni... i secoli. E siamo giunti ad un punto in cui persino un papa che dà voce concretamente al vangelo e parla liberamente di chiesa povera è sentito come una grande novità, come un cambiamento. Quanto dovremo ancora aspettare per i cambiamenti? Perché essi continuano a fare paura e occorre tacere per non essere chiesa "eversiva"?

Rubiamo le Sue parole: "La chiesa è ripiegata su se stessa e sulla sua organizzazione." Nella Sua lettera Lei lancia la pietra: cambiamento affinché nelle nostre comunità ci sia cura degli altri, in cui le relazioni siano vere. Ci permettiamo di aggiungere: e perché tutti siano uguali.

Come fare perché queste parole non siano solo intenzioni su cui tutti inevitabilmente non possono che essere d'accordo? Come sgombrare il campo dal dubbio che non si tratti di un vogliamoci bene, ma che invece sia un inizio concreto, un passaggio dall'intenzione ai fatti, la traduzione dell'intenzione in realtà? La strada da percorrere è quella della concretezza.

Non che la nostra voce sia più importante di altre ma riflettendo su tutto ciò e proprio perché Lei si è rivolto a tutti noi, ci permettiamo di fare la nostra proposta. Vorremmo partire dalle donne. Questa componente della Chiesa, presente, assidua. Questa componente così poco ascoltata così "diversamente uguale" all'interno della società e purtroppo anche della Chiesa. L'Italia è un paese in cui l'opinione pubblica ha ritenuto di dover creare l'espressione "quote rosa" per designare il diritto delle donne ad avere cariche decisionali all'interno delle istituzioni. Noi pensiamo che sia una vergogna. Nessuno mai ha pensato di chiamare quote azzurre i ruoli destinati agli uomini.

La chiesa ufficiale ci tiene sempre, nei grandi discorsi, a sottolineare il ruolo delle donne al suo interno, al valore che esse hanno nella catechesi, nella preghiera.

Facendo bene attenzione però a non superare certi limiti. E' sempre ben tracciata una linea di demarcazione che noi non possiamo oltrepassare dove è scritto a caratteri cubitali "Tu ti devi fermare qui". Chissà se nessun uomo della Chiesa ufficiale ha mai pensato concretamente: "Se non ci fossero le donne come sarebbe la nostra chiesa?" Chissà se qualcuno ha mai pensato:  "Se tutte le donne facessero sciopero all'interno della Chiesa?". Certo è una provocazione, ma riflettiamoci. Ci sentiamo di dire che sicuramente le chiese sarebbero più sporche, meno curate (perché sono in maggioranza le donne a svolgere questo servizio nelle parrocchie) ma soprattutto a messa mancherebbe il 70 % dei fedeli, per non dire poi tutti i bambini. Perché nella maggior parte delle famiglie sono le mamme che curano questo aspetto.

Non vogliamo addentrarci sul terreno teologico, che lasciamo a studiosi preparati, e restando sul pratico, partendo cioè dai piccoli passi, vorremmo giungere a due nostre piccole proposte

La prima è il permesso ufficiale all'interno della nostra diocesi che le donne leggano il Nuovo Testamento.

Non abbiamo infatti mai capito perché potessero leggere i Salmi, e tutto l'Antico Testamento ma assolutamente mai il Nuovo.

Quale è il problema? Come mai possiamo dare la Comunione, ma non leggere il Vangelo?

Non siamo forse tutti uguali davanti a Dio?

In realtà la domanda da porre sarebbe più radicale e cioè come mai le donne nella Chiesa Cattolica non possano presiedere la messa e l'eucarestia. Non possano diventare presbiteri. Lasciamo però qui da parte questo punto spinoso e che ci ridurrebbe all'immobilismo.

La seconda proposta concreta è che le donne nella nostra diocesi abbiamo uno spazio nella predicazione. Che esse possano dare un contributo concreto ed assumere la responsabilità delle meditazioni che vengono offerte alla comunità durante la messa.

E' tempo di passare all'opera, di compiere sì gesti concreti, ma ufficiali, che potrebbero essere presi ad esempio da altre parrocchie. Gesti ufficiali. Questo è il punto. Ci rivolgiamo quindi a Lei perché intervenga per avviare il cambiamento, per modificare questa realtà a nostro parere senza giustificazione plausibile. E' disposto a darci una mano? A mettersi dalla parte della componente femminile della Chiesa ad impegnarsi perché questi piccoli cambiamenti siano visibili nella nostra diocesi ed abbiamo una risonanza ufficiale?

Noi donne ci contiamo molto. Da sempre siamo costrette a rivolgerci agli uomini per ottenere ciò che dovrebbe essere legittimo e dovuto. Il diritto di voto ne è un esempio.

L'importante però è affrontare le difficoltà, superare gli scogli e camminare, andare avanti sul terreno dell'inclusione. Come Lei scrive nella sua lettera: "Non sprechiamo quest'occasione".

Caro vescovo Derio,

con l'augurio che la sua salute continui a migliorare e che Lei a poco a poco possa riacquistare le forze, La ringraziamo per la sua attenzione e per la Sua risposta.

Un caloroso e affettuoso saluto.

Manuela Brussino e Silvia Airaudo