Comunità di Bose, Bettazzi...

06-06-2020 - Notizie

Comunità di Bose, Bettazzi l’ultimo vescovo del Vaticano II: “Enzo Bianchi fa bene a chiedere al Vaticano le prove, deve potersi difendere”

Il vescovo emerito di Ivrea, storico leader di Pax Christi: "Le difficoltà con gli emeriti ci sono sempre state. Lo dissero anche a me di allontanarmi da Ivrea. Ma nel caso di padre Bianchi sapevo che erano d'accordo con il nuovo priore per vivere ancora insieme, così come ha insistito la comunità"

di Alex Corlazzoli | 28 Maggio 2020

“Non riesco a darmi una ragione di quello che sta accadendo alla comunità di Bose. Enzo Bianchi fa bene a chiedere al Vaticano di conoscere le prove delle loro mancanze e di potersi difendere da false accuse”. A parlare è monsignor Luigi Bettazzi, 96 anni, vescovo emerito di Ivrea e amico della comunità. E’ l’unico vescovo cattolico italiano oggi vivente che ha preso parte al Concilio Vaticano II ed è stato fondamentale nella nascita e nella crescita della comunità. Nel 1968 è stato nominato presidente nazionale di Pax Christi, movimento cattolico internazionale per la pace, e nel 1978 ne è diventato presidente internazionale, fino al 1985 vincendo per i suoi meriti il Premio Internazionale dell’Unesco per l’Educazione alla Pace. Oggi vive ad Albiano di Ivrea, a pochi chilometri da Bose, che fino a qualche anno fa frequentava abitualmente.

Monsignor Bettazzi, cosa sta accadendo alla comunità di Bose?
Io credo che abbia ragione Enzo a chiedere al Vaticano le ragioni di una simile scelta. Le difficoltà con gli emeriti ci sono sempre state. Anche a me dissero che sarebbe stato meglio che mi allontanassi da Ivrea. Ma nel caso di Bose so che il nuovo priore Luciano Manicardi e il fondatore, Bianchi, erano d’accordo nel continuare a vivere insieme. Anzi sembra che la comunità stessa abbia insistito con Enzo perché restasse.

Quale soluzione si può prospettare dopo una sentenza definitiva e inappellabile come quella emessa dalla Santa Sede?
Mi auguro che si possa trovare un accordo. Questa vicenda sarebbe dovuta accadere nel silenzio ma non è stato così. Serve che il fondatore e il priore ritrovino una sintonia. Tra l’altro Enzo vive da tempo nel suo eremo, si ritrova con i fratelli e le sorelle per la preghiera ma non ci sono motivi per uno scontro. Credo che a questo punto l’intera comunità abbia diritto a sapere quali colpevolezze hanno Bianchi, Lino Breda, Goffredo Boselli e la sorella Antonella Casiraghi.

Non le sembra che vi sia un tentativo di “romanizzare” Bose messo in atto da ambienti contrari al Papa?
Non so, guardi. In queste ore ho sentito dire di tutto, si è parlato anche di investimenti ma son tutti pensieri senza fondamenta. E’ vero che la comunità si è allargata, ha sedi in Umbria, in Toscana, in Puglia ma questo è perché tanti cristiani sono vicini a Bose e la sostengono. Qualcuno mi ha detto che stavano per acquisire un edificio a Roma ma non mi sembra comunque un motivo valido per arrivare ad un simile provvedimento.

Ha sentito padre Bianchi?
Non l’ho ancora fatto. Ero molto amico di Enzo ma è troppo tempo che sono lontano. Ciò che mi sconcerta è l’aver reso pubblico tutta questa vicenda. Son convinto che si tratti dei soliti problemi tra l’emerito e il suo successore. D’altro canto lo stesso Enzo quando ha lasciato l’incarico da priore aveva detto: “Oggi i giovani non li capisco più”.

Resta una ferita all’interno della Chiesa?
“Certo. Bose è una comunità gradita a tutti soprattutto per i contatti con l’Oriente e gli ortodossi. Aspettiamo di vedere che succede. Se Enzo e gli altri dovessero andarsene, non c’è dubbio che dovrebbero trovare un posto dove essere autonomi e dove non creare troppi problemi”.

 

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Il sì sofferto del fondatore della comunità. A breve la partenza, la destinazione potrebbe essere anche all'estero

     Luciano Moia,  mercoledì 3 giugno 2020

«Anche Gesù taceva». Sono le parole via twitter con cui Enzo Bianchi , ex priore di Bose, ha commentato la sua decisione di accettare il provvedimento della Santa Sede. «Giunge l’ora in cui solo il silenzio può esprimere la verità, perché la verità va ascoltata nella sua nudità e sulla croce che è il suo trono». E ancora: «Gesù per dire la verità di fronte a Erode ha fatto silenzio. Jesus autem tacebat sta scritto nel Vangelo». Riferimenti che raccontano la sofferenza profonda di un uomo di 77 anni che dopo aver dedicato tutta la vita alla costruzione di un progetto fondato sulla Parola, prende atto che è arrivato il momento di lasciarlo. Ma per permettere nuova crescita e nuovi sviluppi.

Una consapevolezza che Bianchi aveva già espresso lucidamente nel comunicato diffuso la settimana scorsa, all’indomani dell’annuncio del decreto della Segreteria di Stato: «Comprendo che la mia presenza possa essere stata un problema». Con un chiaro riferimento alle tensioni vissute negli ultimi mesi a Bose, per l’irrisolto problema dell’«esercizio dell’autorità». Ora però, la coraggiosa per quanto dolorosa accettazione del provvedimento vaticano, consente alla comunità di voltare pagina.

L’accordo raggiunto nella domenica di Pentecoste e perfezionato lunedì mette d’accordo tutti. Proprio alla luce dello spirito di fraternità che segna fin dalla fondazione – 55 anni fa – la vita di Bose, sarebbe sbagliato pensare che ci siano vincitori e vinti. L’ex priore Enzo Bianchi e i tre confratelli, a cui un decreto vaticano ha imposto l’allontanamento, hanno trovato l’intesa con il delegato pontificio, padre Amedeo Cencini. Nei prossimi giorni l’accordo sarà perfezionato. Bianchi ha accettato di allontanarsi da Bose a “tempo indeterminato” e raggiungerà la località che gli sarà indicata.

Dove andrà? Varie le ipotesi, in Italia ma anche all’estero. E potrebbe trattarsi anche di una sede non monastica. Per i due fratelli Goffredo Boselli e Lino Breda il periodo di lontananza sarà di cinque anni, ma in una località diversa. Stesso tempo di “assenza forzata”, ma con una destinazione ancora diversa, per Antonella Casiraghi, la sorella compresa nella stessa decisione vaticana. L’intera comunità riunita ha appreso lunedì sera la notizia con un sospiro di sollievo. Non tanto perché l’ex priore e gli altri confratelli abbiano scelto di allontanarsi secondo le indicazioni della Santa Sede, sulla base di un documento “approvato in forma specifica dal Papa”. Quanto per la possibilità che questa incomprensione possa essere ricomposta in tempi ragionevoli. Non si tratta infatti di un allontanamento permanente.

Nessun siluramento, nessuna volontà di “cacciare” Enzo Bianchi dalla realtà che lui stesso ha ideato e costruito. Ma la richiesta di un tempo di riflessione, in una località diversa, per permettere a tutti di ritrovare serenità e di ridefinire gli obiettivi connessi al carisma di Bose. La speranza di tutti è che questo periodo si possa chiudere, secondo le modalità e i tempi che saranno definiti con l’aiuto della Segreteria di Stato, per riavviare tutti insieme un percorso di fraternità di nuovo importante e sereno.

Ci vorrà probabilmente tempo per rimarginare una ferita che rischiava di danneggiare l’immagine di Bose, confondere i tanti amici della comunità e, soprattutto disorientare i fratelli delle diverse confessioni cristiane che ormai da decenni guardano alla piccola realtà del Biellese come a un faro di speranza nel segno dell’unità. Con questa volontà di pace si è mossa la Segreteria di Stato.

Così tra il 6 dicembre 2019 e il 6 gennaio 2020 i visitatori apostolici – l’abate Guillermo Leon Arboleda Tamayo, suor M.Anne Emmanuelle Devéche, abbadessa di Blauvac e lo stesso padre Cencini – hanno ascoltato a lungo, spesso per intere giornate, tutti i membri della comunità. Anche sulla base della loro relazione, la Santa Sede ha emanato il decreto che, lo scorso 13 maggio, ha deciso l’allontanamento temporaneo di Enzo Bianchi e degli altri tre confratelli. Una decisione accolta dell’ex priore con profonda sofferenza. “Siamo disposti, nel pentimento, a chiedere e a dare misericordia”, aveva dichiarato mercoledì scorso in un comunicato. E misericordia, nell’ascolto paziente e nella disponibilità ad accogliere le sue considerazioni fino all’accordo finale, è stata impiegata con autentico spirito di fraternità senza ricorrere agli strumenti ultimativi del diritto canonico.

Sarebbe stato davvero spiacevole infatti che la decisione di perseverare nella non obbedienza fosse sfociata in un decreto di dimissioni dalla comunità da parte della Santa Sede. Scelta che, pur prevista dalle norme, nessuno ha mai davvero preso in considerazione. E alla fine la buona volontà dimostrata da entrambe le parti è stata premiata.

Bose ora può ripartire. Può mettere da parte le incomprensioni “per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità e la gestione del governo”, può ritrovare il clima fraterno e rimettere a punto le linee portanti per un processo di rinnovamento. Certo, le questioni sul tappeto sono tante e importanti, a cominciare dalla configurazione giuridica di Bose che, a oltre mezzo secolo dalla fondazione e nonostante la statura internazionale conquistata, è rimasta un’associazione privata di fedeli che dipende dal vescovo locale.

Enzo Bianchi accetta la decisione del Papa: se ne va dalla Comunità di Bose

Con lui, «in spirito di sofferta obbedienza», lasciano i fedelissimi Goffredo Boselli e Antonella Casiraghi. Lino Breda aveva già dichiarato il suo addio al momento della notifica del Vaticano

domenico agasso jr Pubblicato il 01 Giugno 2020

 

 

CITTÀ DEL VATICANO. Dopo vari tentativi di dialogo e una nota in cui assicurava di non avere contestato «il legittimo priore» suo successore, Enzo Bianchi si ritira dalla disputa interna e, «in spirito di sofferta obbedienza», accetta la decisione del Papa: lascia la Comunità di Bose che ha fondato nel 1965. Con lui, «in spirito di sofferta obbedienza», se ne vanno i fedelissimi fratel Goffredo Boselli e suor Antonella Casiraghi. Fratel Lino Breda aveva già dichiarato il suo addio al momento stesso della notifica.

Lo comunica il Monastero nel biellese, in Piemonte.

«All’indomani della solennità della Pentecoste – si legge sul sito - la Comunità di Bose ha accolto la notizia che il suo fondatore, fr. Enzo Bianchi, assieme a fr. Goffredo Boselli e a sr. Antonella Casiraghi hanno dichiarato di accettare, seppure in spirito di sofferta obbedienza, tutte le disposizioni contenute nel Decreto della Santa Sede del 13 maggio 2020. Fr. Lino Breda l’aveva dichiarato immediatamente, al momento stesso della notifica».

L'allontamento di Enzo Bianchi da Bose non è una sorpresa, tutto nasce da un'ispezione del 2014

 

A partire dai prossimi giorni, dunque, «per il tempo indicato nelle disposizioni, essi vivranno come fratelli e sorella della Comunità in luoghi distinti da Bose e dalle sue Fraternità».

Monache e monaci di Bose chiedono «ai nostri amici e ospiti che ci hanno accompagnato con la preghiera e l’affetto in questi giorni difficili», di non «cessare di intercedere intensamente per tutti noi ovunque ci troviamo a vivere». L’invito è a pregare per «ciascuno di noi, e per la Comunità nel suo insieme, perché possa proseguire nel solco del suo carisma fondativo: fedele alla sua vocazione di comunità monastica ecumenica di fratelli e sorelle di diverse confessioni cristiane, continui a testimoniare quotidianamente l’evangelo in mezzo agli uomini e alle donne del nostro tempo».

Nelle stesse ore Bianchi ha lanciato un tweet eloquente: «Giunge l’ora in cui solo il silenzio può esprimere la verità, perché la verità va ascoltata nella sua nudità e sulla croce che è il suo trono. Gesù per dire la verità di fronte a Erode ha fatto silenzio. “Jesus autem tacebat!” sta scritto nel Vangelo».

Nei giorni scorsi tra chi aveva consigliato a Bianchi di assecondare la volontà del Vaticano c’era il gesuita padre Bartolomeo Sorge: resistere e ribellarsi alla decisione del Pontefice sarebbe «un errore fatale», ha dichiarato. A questo punto Enzo Bianchi «deve accettare con amore la sofferenza della prova. La ribellione e la resistenza sarebbero un errore fatale perché in questi casi si accetta la croce anche senza capirne le ragioni. Bianchi deve fare le valigie». Padre Sorge, pur non conoscendo il caso in tutte le sue pieghe e implicazioni, vede la firma di Dio: «Quando la Chiesa interviene, si bacia la mano della Chiesa che è la nostra madre e non ha nessun interesse di massacrare un figlio. Poi si vedranno i frutti, le botte prese sono l'autenticazione dell'opera di Dio. Ecco perché a padre Bianchi consiglio di fare le valigie subito e di andare dove lo mandano, e di farlo con gioia».

Pedofilia nella Chiesa, così denunciava padre Bianchi: "Ci voleva più tempestività"

 

Il Gesuita riconosce che siamo davanti a un colpo che provoca sofferenza. Ma, anche sul piano umano, «il Papa in un momento in cui è tanto attaccato si priva di un suo difensore. Anche questo è un segnale, non un caso, e lo dice un gesuita che fu “soppresso” con l'eliminazione dell'ordine». Ricordando la soppressione della Compagnia di Gesù per opera di Clemente XIV nel 1773, padre Bartolomeo Sorge afferma che «nella Chiesa avvengono fatti dolorosi, come quello accaduto a padre Bianchi o a noi Gesuiti, che non annullano il bene fatto. Il punto è che la questione va vista con l'occhio della fede perché solo con l'occhio storico non si può capire. Quel che padre Bianchi ha fatto di bene come l'insegnamento per il rinnovamento conciliare della Chiesa o quel che ha fatto sul piano ecumenico, anche con le intuizioni e la promozione del dialogo tra cattolici e protestanti, è un apporto grandissimo che non si cancella».

Padre Sorge invita dunque l'ex priore ad accettare la prova pure se comporta sofferenza: «Quando arriva un colpo gravissimo come questo, che sarà sfruttato da tante parti basti pensare a quanti lo definiscono eretico, a mio modo di vedere si compie un disegno. Per me le prove sono la firma di Dio che autentica le sue opere. La firma è la croce. E anche se non conosco le cause concrete, il fatto che la Chiesa intervenga con l'autorizzazione specifica del Papa per me è la firma di Dio. La Comunità di Bose dovrà ora correggere alcune cose e “rifondarsi”, un po' come abbiamo fatto anche noi Gesuiti che poi nel tempo abbiamo avuto cinquecento tra santi e canonizzati».

 

 

Caro Enzo Bianchi anche i santi hanno sofferto e obbedito

da  Padre Maurizio Patriciello

 

“Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista alla prossima generazione”. Penso che questa verità possa aiutarci a gettare uno sguardo anche nelle cose della Chiesa. Parafrasando, possiamo dire che l’uomo di Chiesa tenta di interpretare la volontà di Dio alla luce della sua fede, della sua storia, delle sue sensibilità. Per forza di cose ogni uomo – quindi anche l’uomo di fede – ha uno sguardo limitato. Fosse anche un profeta ciò che intravede non gli è mai completamente chiaro; per questo ha bisogno dell’imprimatur della Chiesa, che avanza con passo lento, sereno, illuminato dallo Spirito.

Vivere accanto a un santo non è per niente semplice; pur avendo i piedi ben piantati a terra, egli sembra camminare su un altro pianeta. Entriamo in un campo particolare, un campo dove la logica umana, dopo aver fatto il suo dovere, si accorge di non bastare. C’è l’uomo, c’è il santo, c’è la Chiesa. Una Chiesa che, dopo aver annunciato e vissuto il vangelo, sa di doverlo consegnare alle future generazioni. Le incomprensioni che ebbe padre Pio con Agostino Gemelli, i dubbi che nutriva sulla sua vita mistica san Giovanni XXIII, sono stati per lui motivo di sofferenza immensa, sofferenza accolta nello spirito dell’obbedienza e che sono la prova che il frate del Gargano non era un mitomane, un fanatico, un illuso ma un santo. E proprio perché santo, trovava in Dio la forza di baciare la mano di quella Chiesa che lo avrebbe un giorno invocato dopo averlo bastonato.

Penso al dolore che accompagna in questi giorni il caro Enzo Bianchi. Quando diede inizio all’esperienza di Bose aveva poco più di 20 anni, l’età in cui la maggior parte dei giovani, ancora fa i capricci a casa. La sua chiamata ha avuto il sigillo del tempo, della Chiesa, dei cristiani non cattolici, del mondo laico. Bianchi non è una persona qualsiasi; nessuno di coloro che hanno dato vita a ordini religiosi, congregazioni, movimenti ecclesiali era una persona qualsiasi. Non poteva esserlo di certo Chiara Lubich, una ragazza che dal niente, in piena Seconda guerra mondiale, dà vita al movimento dei Focolarini. Non erano persone qualsiasi Francesco d’ Assisi, Ignazio di Lojola, Giovanni Bosco. Non lo erano Giovanni Paolo II, Madre Teresa di Calcutta, Benedetto XVI. Non lo è papa Francesco.

Costoro sono dei giganti del pensiero, della fede, della carità, della Chiesa. Nessuno oserebbe affermare il contrario. Le personalità forti s’impongono; quando parlano, agiscono, decidono lo fanno con autorevolezza. Un’autorevolezza che, pur non volendo, potrebbe, a lungo andare, essere d’intralcio al cammino ordinario di una comunità. Il profeta vede lontano, è vero, per questo deve esercitare in modo eroico le virtù della pazienza e dell’umiltà, ben sapendo che i poveri mortali, hanno lo sguardo più corto. Don Primo Mazzolari è stato un profeta, certamente; ma quanto ebbe a soffrire da parte della Chiesa che amava e serviva con lealtà e trasparenza. Oggi ci verrebbe da dire che la Chiesa del suo tempo fu miope. È vero? Sì e no. Don Mazzolari, padre Pio, Chiara Lubich, madre Teresa, erano destinati a oltrepassare il confine della propria morte, dovevano arrivare lontano e dare, perciò, garanzie inoppugnabili anche alle future generazioni.

Negli anni che verranno, nessuno potrà mai insinuare, riguardo a padre Pio, che la Chiesa del suo tempo brigò per creare un santo a tavolino per ingannare gli ingenui. I santi sono stati, e sempre saranno, come Gesù, trampolini di lancio o pietre d’ inciampo. La prova del nove per una grande personalità della Chiesa, non è tanto la cultura, l’intelligenza, la realizzazione di grandi progetti, ma la carità vissuta nell’obbedienza e nell’umiltà. Io credo che Gesù, che a Enzo Bianchi ha voluto molto bene, lo stia preparando per un salto più alto dei tanti che ha fatto in questo mezzo secolo. Enzo lo sa, ce lo ha insegnato tante volte: la fede non vive di rendita. Si cammina, si corre, si avanza per strade che non sempre abbiamo previsto.

L’anziano cardinale Ratzinger non vedeva l’ora di ritornare in Germania per il meritato riposo. Tutto era già pronto per il viaggio. Lo Spirito Santo decise diversamente. Chinò il capo. Obbedì. Divenne papa Benedetto. Nessuno tenti di imbrigliare la fantasia di Dio. Grazie, fratel Enzo. Hai camminato, hai corso, hai lottato, hai aperto strade inesplorate, adesso il Signore ti chiede di staccarti dalla terra e di volare. Hai le vertigini? Buon segno. Abbassa la testa e ripeti ancora una volta il tuo sì.

Enzo Bianchi, ascesa e caduta di un monaco famoso: dalla boutade del primo cardinale laico al suo amico Papa che lo caccia da Bose

 

Enorme impatto mediatico, grande capacità di dialogo con le altre confessioni, vicinissimo a Papa Francesco. Che però che lo ha cacciato dalla comunità che ha fondato dopo un'ispezione durata un mese. Il motivo? Quello ufficiale parla di "gravi problemi su esercizio dell'autorità"

di Francesco Antonio Grana | 30 Maggio 2020

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Era stato profetizzato come primo cardinale laico dei tempi moderni. Una scelta a dir poco rivoluzionaria, che avrebbe fatto ripiombare la Chiesa cattolica indietro di diversi secoli. Ma che, nel 2017, fu ventilata come ipotesi più che fondata nel concistoro che Papa Francesco tenne il 28 giugno di quell’anno e nel quale impose cinque nuove berrette rosse. Sì, perché Enzo Bianchi non ha mai voluto intraprendere il cammino strettamente clericale con l’ordinazione sacerdotale, ma ha sempre preferito, fin dalla fine del Concilio Ecumenico Vaticano II, l’8 dicembre 1965, una strada totalmente diversa. Ovvero quella del monaco in dialogo principalmente con i credenti delle altre confessioni cristiane, in primis col mondo ortodosso. Così è nata e si è sviluppata la Comunità di Bose da lui fondata proprio come frutto del Vaticano II e che ora, dopo 55 anni di vita, rischia di essere ricordata per sempre come il luogo di uno dei principali scandali ecclesiali.

Perché seppur è vero che quella profezia di dare la porpora a Enzo Bianchi era totalmente infondata, come smentì nettamente all’epoca l’allora sostituto della Segreteria di Stato e oggi cardinale prefetto della Congregazione delle cause dei santi, Angelo Becciu, è innegabile che il fondatore della Comunità di Bose è tra i pensatori cristiani più stimati e ascoltati. E non solo tra i credenti. Un uomo con un seguito mediatico notevole e lo si sta notando proprio nel momento in cui il Vaticano, con un provvedimento di innegabile durezza, gli ha imposto di lasciare la Comunità che ha fondato. Un vero e proprio esilio deciso anche per altri tre componenti di quella realtà, molto vicini al fondatore: Goffredo Boselli, responsabile della liturgia, Lino Breda, segretario della Comunità, e Antonella Casiraghi, già sorella responsabile generale. Essi “dovranno separarsi dalla Comunità monastica di Bose e trasferirsi in altro luogo, decadendo da tutti gli incarichi attualmente detenuti”.

Si tratta di una decisione di una gravità che raramente ha avuto eguali, non solo nel pontificato di Francesco, ma nella storia recente della Chiesa cattolica. Quella cioè di imporre al fondatore di lasciare per sempre la sua creatura. Un provvedimento che nasce da una triplice condanna, cosa assai più inedita. La prima è quella della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, che ha prima effettuato una visita apostolica durata un mese, dal 6 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020, affidata all’abate Guillermo León Arboleda Tamayo, al padre Amedeo Cencini e all’abadessa Anne-Emmanuelle Devéche. La seconda condanna è arrivata dalla Segreteria di Stato vaticana, poiché il provvedimento che esilia da Bose Enzo Bianchi e gli altre tre religiosi reca la firma del cardinale Pietro Parolin. Nel decreto, però, il primo collaboratore di Francesco precisa che esso è stato “approvato in forma specifica dal Papa”, ed è questo il terzo e ovviamente più alto livello della condanna.

Ma non è tutto. Bergoglio ha voluto che i provvedimenti fossero comunicati agli interessati da padre Amedeo Cencini, nominato delegato pontificio ad nutum Sanctae Sedis, con pieni poteri, accompagnato dall’arcivescovo José Rodriguez Carballo, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, e monsignor Marco Arnolfo, arcivescovo metropolita di Vercelli. La decisione così dura da parte del Papa è scaturita, stando alle motivazioni ufficiali comunicate proprio da Bose, “in seguito a serie preoccupazioni pervenute da più parti alla Santa Sede che segnalavano una situazione tesa e problematica nella nostra Comunità per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità del fondatore, la gestione del governo e il clima fraterno”. Ma è evidente che ciò che ha portato Francesco a prendere una decisione così drastica non può essere ridotto ai rapporti seppur burrascosi, per usare un eufemismo, tra Enzo Bianchi e il suo successore Luciano Manicardi. Quest’ultimo eletto nel 2017 priore di Bose, a seguito delle dimissioni del fondatore, dopo essere stato maestro dei novizi e successivamente vicepriore.

Dal canto suo, Bianchi si oppone ai provvedimenti decisi dal Papa e ciò non può che accrescere le difficoltà di una decisione che, tra l’altro, il Vaticano in un primo momento aveva cercato di tenere riservata proprio per tutelare l’immagine del fondatore di Bose. Nei sacri palazzi è ben noto il rapporto saldissimo che c’è sempre stato, fin dalla sua elezione al pontificato, tra Francesco e Bianchi. Il fondatore di Bose, almeno finora, è stato un grande sostenitore di Bergoglio e delle sue scelte. Così come non è un mistero che i due abbiano a lungo collaborato anche per la stesura di alcuni documenti importanti. I segni pubblici di stima del Papa nei confronti di Bianchi sono diversi e molto significativi. Nel 2014 lo nomina consultore del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani proprio per la sua capacità di entrare in dialogo con coloro che non fanno parte della Chiesa cattolica. Nel 2018 lo nomina uditore dell’assemblea generale del Sinodo dei vescovi sui giovani.

Dopo quell’esperienza, Bianchi scrisse parole molto eloquenti: “Ancora una volta sarà Papa Francesco a pungolarci. Abbiamo un Papa che è anche un profeta: fidiamoci!”. Sembra, però, che ora quella fiducia sia venuta meno, da ambo le parti. L’amarezza di Bianchi traspare nel comunicato che ha diffuso dopo la decisione di Francesco e anche nei tweet del suo seguitissimo profilo social. “Invano, – ha scritto il fondatore di Bose – a chi ci ha consegnato il decreto abbiamo chiesto che ci fosse permesso di conoscere le prove delle nostre mancanze e di poterci difendere da false accuse”. E ha aggiunto: “In questa situazione, per me come per tutti, molto dolorosa, chiedo che la Santa Sede ci aiuti e, se abbiamo fatto qualcosa che contrasta la comunione, ci venga detto. Da parte nostra, nel pentimento siamo disposti a chiedere e a dare misericordia. Nella sofferenza e nella prova abbiamo altresì chiesto e chiediamo che la Comunità sia aiutata in un cammino di riconciliazione”. Senza dimenticare il Papa: “Nella tristezza più profonda, sempre obbediente, nella giustizia e nella verità, alla volontà di Papa Francesco, per il quale nutro amore e devozione finale”.

Immediato è stato il dibattito mediatico che si è scatenato tra i fan e i critici di Bianchi. Dallo storico Alberto Melloni che dalle colonne di Repubblica ha ricordato che “nella prassi della Santa Sede si caccia da una casa religiosa chi si è macchiato di delitti turpi sostenuti da accuse e prove che oggi nessuno può o vuole più coprire. Enzo Bianchi viene punito con l’esilio da Bose senza alcuna accusa infamante”. Di parere decisamente opposto la storica Cristina Siccardi che ha definito il fondatore della Comunità di Bose “uno dei personaggi che ha contribuito a fare un gran male alla Chiesa, producendo tanta e tanta confusione nel clero e tra i fedeli”. Dal Vaticano finora non è stato diramato nessun comunicato ufficiale sulla questione. Solo L’Osservatore Romano ha pubblicato la notizia della defenestrazione di Bianchi limitandosi a riportare la nota diffusa da Bose. Ma è evidente che la Santa Sede non potrà restare ancora a lungo in silenzio. E non pochi scommettono che la prima mossa sarà del Papa.