Migranti - rassegna stampa

14-06-2020 - Notizie

Documento. Accordo Malta-Libia: insieme daranno la caccia ai migranti. Con i soldi Ue

 AVVENIRE -  giovedì 4 giugno 2020

 

Centrali operative e pattugliamenti congiunti. Fonti Onu: è una regolazione dei respingimenti illegali. Intanto Frontex smentisce l’inchiesta di Malta sulla “Strage di Pasquetta”

 

Dopo la scoperta degli accordi segreti con Tripoli, siglati tre anni fa, Malta ha deciso di uscire allo scoperto negoziando un memorandum siglato dal premier Robert Abela, fresco di archiviazione per le accuse di respingimento, e il presidente libico Fayez al Sarraj.

I due Paesi daranno insieme la caccia ai migranti nel Mediterraneo, ma con nuovi fondi Ue da destinare a Tripoli.

E’ prevista la creazione di "centri di coordinamento" nel porto di Tripoli e a La Valletta che saranno operativi da luglio. In realtà le operazioni congiunte andavano avanti da anni, ma adesso sono state ufficializzate. Le strutture congiunte "forniranno il sostegno necessario alla lotta contro l'immigrazione clandestina in Libia e nella regione del Mediterraneo", si legge. Inizialmente Malta finanzierà interamente l’attivazione delle centrali operative, ognuna delle quali sarà guidata da tre funzionari dei rispettivi governi. Fin da subito, però, il premier Abela si impegna a ottenere dall’Ue fondi aggiuntivi da destinare alla cosiddetta Guardia costiera libica, che verrà ulteriormente equipaggiata.

Nessuna menzione si fa riguardo alla necessità di ristabilire il rispetto dei diritti umani nei campi di prigionia libici. L’unico scopo, come del resto è sempre stato in questi anni anche per Italia e Ue, è quello di trattenere i profughi in cattività, a qualunque costo. "L'UE ha la responsabilità di raggiungere un accordo globale con la Libia", c’è scritto nell’accordo che, di fatto, appalta a Malta e Libia il controllo dell’intero Canale di Sicilia, ad esclusione delle ultime 12 miglia territoriali dalla costa di Lampedusa. Malta, lo stato più piccolo dell'Unione Europea (Ue) per dimensioni e popolazione, si è lamentato da tempo di essere costretto ad assumere da solo la responsabilità dell'arrivo dei migranti dalla Libia, un paese in guerra che secondo l’Onu in alcun modo può essere ritenuto un “porto sicuro”.

Nelle settimane scorse una nuova serie di inchieste giornalistiche internazionali ha permesso di accertare che non solo Malta ha messo in mare da tempo una flottiglia di “pescherecci fantasma” incaricati di intercettare i barconi e ricondurli in Libia, ma che spesso le Forze armate dell’isola equipaggiano i gommoni, anche con motori nuovi, affinché raggiungano le coste siciliane.

Nei giorni scorsi il Tribunale dell’isola aveva archiviato il procedimento contro il premier laburista Robert Abela e il capo delle forze armate, accusati della morte di 12 migranti nella “strage di Pasquetta”. Forte di questa “assoluzione”, Abela si è recato a Tripoli per sigillare l’intesa con il presidente al-Sarraj. Ma proprio uno dei punti chiave utilizzati dal giudice Joe Mifsud per cestinare le accuse, ieri è stato categoricamente smentito dall’agenzia Ue Frontex che ha risposto per iscritto alle domande di Avvenire. Secondo il magistrato, infatti, il coordinamento dei soccorsi in qualche misura era attribuibile non a Malta ma a Frontex che aveva individuato con un suo aereo i barconi. Da Varsavia, rispondendo con una nota ad “Avvenire”, l’agenzia ha precisato che “è il centro di salvataggio appropriato, non Frontex, a decidere se chiedere assistenza a qualsiasi nave della zona. E Frontex non aveva navi vicino a quest'area”. La responsabilità di intervenire, dunque, era di innanzitutto di Malta che invece per giorni ha ignorato gli Sos e ha poi inviato un motopesca quando oramai 7 persone erano affogate e altre 5 sono morte di stenti durante il respingimento dalle acque maltesi verso la Libia.

Nella nota un portavoce dell’agenzia Ue precisa poi che “Frontex gestisce operazioni congiunte, nonché la sorveglianza pre-frontaliera, che veniva eseguita dall'aereo in questione”. Secondo questa ricostruzione, che avrebbe meritato maggiore puntiglio investigativo anche per accertare eventuali responsabilità esterne a Malta, “in linea con il diritto internazionale, Frontex ha avvisato i centri di soccorso competenti dell'avvistamento di una nave che riteneva necessitasse di assistenza”, si legge ancora. Parole che hanno un significato preciso e costituiscono un’accusa verso chi era stato informato e doveva prestare quell’assistenza negata per giorni. Le autorità italiane hanno apposto il segreto alle comunicazioni intercorse. Silenzio che potrebbe essere presto scardinato da indagini giudiziarie. Lo stesso per Malta, che neanche nell’atto conclusivo dell’inchiesta ha voluto rendere pubbliche le comunicazioni con Roma e con Frontex che a sua volta ribadisce ad Avvenire che “è il centro di salvataggio appropriato, non Frontex, a decidere se chiedere assistenza a qualsiasi nave della zona. Tuttavia, desidero sottolineare qui che Frontex non aveva navi vicino a quest'area”.

Il memorandum sta creando non poco dibattito nei vertici della Marina militare italiana. A Tripoli, infatti, si trova la nave Gorgona, ufficialmente incaricata di assistere la cosiddetta guardia costiera libica per conto di Roma. E certo i marinai italiani non vogliono finire a fare gli addetti alla manutenzione delle motovedette donate dall’Italia ma che tra pochi giorni si coordineranno con Malta. «Mentre l’obiettivo dichiarato nell’accordo vi è il benessere del popolo libico e di quello maltese, il benessere delle principali vittime, cioè migranti, richiedenti asilo e rifugiati, non viene mai menzionato», ha commentato sul portale cattolico Newsbook il giudice maltese Giovanni Bonelli, già membro della Corte europea dei diritti dell’uomo. «Si potrebbe pensare - aggiunge - che questo memorandum si riferisca all'estrazione di minerali, non a degli esseri umani».Fonti delle Nazioni Unite contattate da “Avvenire” hanno reagito a caldo considerando l’intesa come una «regolamentazione di fatto dei respingimenti illegali».

Negli anni scorsi più volte Avvenire ha documentato, anche con registrazioni audio, il collegamento diretto tra la Marina italiana e la Guardia costiera libica. Ma ora Malta si spinge oltre, ufficializzando una alleanza operativa che inoltre rischierà di causare conflitti con l’operazione navale europea Irini a guida italiana. Fonti delle Nazioni Unite contattate da Avvenire hanno reagito a caldo considerando l’intesa come una “regolamentazione di fatto dei respingimenti illegali”.Tornano in mare le navi delle Ong, sbarchi in aumento già ad aprile e maggio

La Mare Jonio e la Sea Watch 3 si trovano nell'area di ricerca e soccorso davanti alla Libia. A maggio e aprile sbarchi raddoppiati rispetto allo stesso mese del 2019

   di Andrea Gagliardi                                                                                                                                       

Malgrado i porti italiani restino chiusi come conseguenza dell’emergenza coronavirus, le navi delle Ong tornano in mare. Il 9 giugno la Mare Jonio della Mediterranea Saving Humans, ha mollato gli ormeggi dal porto di Trapani per iniziare una nuova missione nel Mediterraneo centrale. Ne ha dato notizia la stessa Ong stigmatizzando «i tanti mesi di ingiusto sequestro» prima dello stop forzato dovuto all'emergenza Covid-19. La Mare Jonio si unisce alla Sea Watch 3, la nave della Ong tedesca Sea Watch che il 6 giugno (dopo tre mesi di stop causa lockdown) ha lasciato il porto di Messina e si è diretta nell'area di ricerca e soccorso davanti alla Libia

Per Sea Watch prima missione dopo il lockdown
«Siamo finalmente in viaggio - ha scritto Sea Watch in un tweet il 6 giugno - nei tre mesi passati a Messina per adeguarci alle misure anti Covid 19, le istituzioni non hanno garantito i soccorsi in mare» e, dunque, «la nostra presenza è più che mai necessaria». Nella prima missione dopo il lockdown, «il nostro velivolo Moonbird ha individuato tre natanti in difficoltà con a bordo circa 200 persone poi respinte illegalmente in Libia» dalla Guardia costiera libica « con la complicità, ancora una volta, dell'Unione Europea – ha raccontato Giorgia Linardi, portavoce dell'organizzazione –. Le barche, infatti, erano state avvistate precedentemente da un dispositivo aereo di Frontex».

Nave di Mediterranea torna in mare
«Torniamo in mare in uno scenario mediterraneo sempre più inquietante, - ha incalzato Alessandra Sciurba, presidente di Mediterranea Saving Humans - in cui i governi europei rivendicano ormai la propria connivenza con le milizie di un paese in guerra come la Libia calpestando consapevolmente diritti fondamentali e vite umane. Essere in quel mare significa ancora una volta cercare di riaffermare dal basso che la vita di ogni persona conta. 'I can't breathe' è l'ultimo sussulto anche di ogni persona lasciata annegare per scelte politiche criminali»

Porti italiani chiusi

Resta il fatto che se da un lato in caso di salvataggi di migranti in mare, le Ong continueranno a chiedere un porto sicuro a Italia e Malta, queste ultime i porti li hanno chiusi. Per l'intera durata dell'emergenza sanitaria nazionale da Covid-19, ossia fino al 31 luglio 2020, i porti italiani non saranno più “place of safety” – il cosiddetto “porto sicuro” – requisito necessario per lo sbarco dei migranti soccorsi in mare. A stabilirlo è un Decreto firmato dai Ministri Infrastrutture-Trasporti e Affari Esteri, di concerto con quelli di Sanità e Interno. La norma, contestata dalle Ong, riguarda «i casi di soccorso effettuati da parte di unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell'area SAR italiana».

Sbarchi in crescita nel 2020

Intanto sono riprese le partenze, malgrado la pandemia. Si tratta di un trend di crescita costante rispetto all’anno precedente iniziato nel bimestre gennaio-febbraio, interrotto con lo scoppio del Covid a marzo e ripreso ad aprile e maggio, mesi in cui le navi delle Ong erano ferme in porto. A maggio gli sbarchi sono stati 1.654, il doppio dello stesso mese del 2019 (782). Mentre ad aprile (ancora in piena emergenza coronavirus) sono stati 671, a fronte di 255 dell’anno precedente.

L’ultimo naufragio a largo di Sfax
Dalle sole coste tunisine l’Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu calcola un aumento del 156% delle partenze, tra gennaio e oggi. Ed è di pochi giorni fa l’ultimo tragico naufragio davanti alle coste della Tunisia. Tra i cadaveri ripescati tante donne, una anche incinta, un paio di bambini piccoli, una decina di uomini; in tutto una cinquantina di persone, probabilmente tutti o quasi gli occupanti del barcone, che poteva contenerne a malapena una ventina, naufragato al largo di Sfax. Non si è salvato nemmeno il timoniere tunisino, forse l'organizzatore del viaggio che aveva per meta l'Italia, probabilmente Lampedusa, interrotto, forse dal mare in burrasca, poco dopo la partenza.