Bose, un “bene comune” ecclesiale

19-06-2020 - Notizie

Bose, un “bene comune” ecclesiale

di Luciano Guerzoni

 

in “www.adista.it” del 5 giugno 2020

L’accettazione - “seppure in spirito di sofferta obbedienza”- da parte del fondatore della comunità monastica di Bose, Enzo Bianchi, e degli altri tre confratelli, di “tutte le disposizioni contenute nel Decreto della Santa Sede del 13 maggio 2020”, non risolve il mistero(Melloni) e la reticente opacità di quanto accaduto. Né risponde alla diffusa attesa di capire. Anzitutto la dimensione umana. A Bose, in oltre un cinquantennio, un centinaio di giovani - donne e uomini di nazionalità, culture e confessioni diverse - hanno dato vita, dopo un lungo e severo noviziato e nell’incondizionata sequela del progetto e del magistero del fondatore, a una quotidiana, intensa, esemplare fraternità di vita. Accogliente e gioiosa nell’ospitalità e nell’ascolto. Negli ultimi tempi, però, nel contesto delle dimissioni da priore del fondatore e dell’elezione del nuovo priore, Luciano Manicardi, è proprio il clima fraterno che progressivamente si è incrinato, con “gravi disagi e incomprensioni”. La comunità è internamente ferita nella sua costitutiva dimensione relazionale, con sofferenza di tutti. Al punto che, dall’interno stesso del monastero, ci si appella all’autorità pontificia per un intervento dirimente. Una chiamata incauta, certo, ma rivelatrice. Non ci si appella al Papa per dissapori o tensioni, quand’anche acuti, dell’ordinaria convivenza. Né la condizione monastica esime dall’umana fragilità. C’è l’impossibilità, di fatto, del nuovo priorato e della seconda generazione di monaci - verosimilmente per la compresenza nella comunità dell’ex priore e fondatore (e che fondatore !) - di dar corso alla non celata intenzione di aggiornare l’originario e consolidato progetto. Commentando per la comunità, in una lettura domenicale continuativa, il testo della regola monastica, il priore Manicardi ne illustra il paragrafo 16 (dedicato alle “crisi”, ai tempi in cui “la comunità conosce giorni cattivi”) focalizzandone l’enunciato secondo cui “queste crisi invero sono salutari”, nella loro natura di “prova” che chiede alla comunità un “rinnovamento”, un “ricominciamento”, un “adeguamento alla situazione personale nuova che ora viviamo, alla nuova fase anagrafica ed esistenziale in cui siamo entrati”. Se non un manifesto programmatico, l’indicazione chiara di un’esigenza condivisa e, nei fatti, frustrata. E’ la sostanza del contrasto: “l’esercizio dell’autorità, la gestione del governo e il clima fraterno”. L’ intervento della Santa Sede prende avvio con la “visita apostolica” al monastero - dal 6 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020 - di tre inviati pontifici e la loro relazione, “elaborata sulla base del contributo delle testimonianze liberamente rese da ciascun membro della Comunità”. Si conclude, il 13 maggio, con due atti. Il  decreto della Segreteria di Stato, che dispone - accogliendo l’indicazione della più gran parte dei membri della comunità - la “separazione” dalla stessa del fondatore e di tre confratelli. Lo accompagna una lettera del card. Parolin al priore che impegna la comunità in un processo di revisione complessiva, indicandone dettagliatamente ambito, modalità e obiettivi. Ad opera di un’apposita commissione - promossa dal priore, con la vigilanza di un delegato pontificio, ad nutum Sanctae Sedis, dotato di pieni poteri - si dovranno rivedere gli statuti della comunità e la sua forma giuridica di “Associazione di fedeli”, per adeguarli alla tradizione monastica e al diritto canonico, fatta salva la successiva approvazione dell’autorità ecclesiastica. Nonostante la mancata pubblicità degli atti, lesiva del senso comune del diritto, il provvedimento pontificio è giuridicamente legittimo, sia perché le associazioni di fedeli, quand’anche “private”, sono soggette al governo e alla vigilanza ecclesiastica (cann. 323 e 305 Cic), sia per la natura propria del “decreto singolare” (cann. 49-58), sia per i poteri attribuiti alla Segreteria di Stato (can. 41). Ma il problema non è giuridico, su cui pur molto ci sarebbe da dire, bensì ecclesiologico. Dal grave vulnus allo spirito ecumenico (Larini), insito nel pronunciamento autoritativo della S. Sede su una comunità di cui sono membri a pieno titolo anche non cattolici, fino all’estraniante emarginazione della silente chiesa italiana e del suo episcopato. 2 A meno di una sapiente capacità di resilienza del priore e della comunità, l’esito è la normalizzazione dell’esperienza di Bose, con la probabile trasformazione da “Associazione privata di fedeli” in “Istituto di vita consacrata”, sottoposto non più all’ordinario diocesano ma alla Congregazione pontificia dei religiosi. La fine della “ extra- ordinarietà” di Bose, sia come unicità dell’innovativa figura istituzionale - nell’irriducibile “laicalità” voluta dal suo fondatore - sia come straordinaria esperienza di inveramento del Vaticano II sul fronte

 

monastico, liturgico, ecumenico. La palla di neve incautamente lanciata è rotolata in valanga. Ci si è variamente interrogati sulla posizione del Papa, fino a supporre che una manina vaticana abbia confezionato il dossier per colpirne la credibilità. Ma vale, in diritto e in fatto, la presunzione che un provvedimento a firma del cardinale Segretario di Stato, stretto collaboratore di Francesco, e “approvato in forma specifica dal Papa”, li abbia visti entrambi consapevoli. Del monastero di Bose si trattava, non di ordinaria amministrazione. E’ sfuggito a tutti gli attori che Bose, per l’unicità del carisma che ha storicamente incarnato nella chiesa post-conciliare, è da considerare alla stregua di un “bene comune” ecclesiale, cioè di tutti i fedeli, della chiesa e dell’intera cristianità. Come tale, indisponibile e non alterabile da alcuno. Né si è percepito che, nel cattolicesimo italiano, c’è una “generazione Bose” (Faggioli) comunque incancellabile.