Perché la natura ci guida ancora

18-07-2020 - Notizie

Perché la natura ci guida ancora

Idea fallace - Persiste nella società occidentale l’idea che tutto quello che è “naturale” sia più buono, più giusto, più sano e più sicuro per noi uomini. E per questo motivo anche più morale

di Gilberto Corbellini | Il Fatto Quotidiano 17 Luglio 2020

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Tra le controversie politico-culturali che in questo frangente di storia dell’occidente accendono maggiormente le passioni, un posto di rilievo lo occupa il problema di giudicare cosa è “naturale”, ovvero la questione se quello che crediamo “naturale” sia tale e perché, e se cose o scelte giudicate “innaturali” sarebbero in quanto tali dannose o moralmente sbagliate.

Le discussioni sulle cause della pandemia in corso e le minacce rappresentate da agenti infettivi d’origine selvatica fanno, per esempio, riferimento agli interventi umani ai danni della biodiversità naturale e qualcuno, addirittura, sostiene che quanto sta accadendo sarebbe una vendetta della “natura” per lo sfruttamento e la distruzione dell’ambiente. Nessuno può negare che un numero significativo di infezioni emergenti che hanno minacciato le popolazioni umane nell’ultimo mezzo secolo derivino da contatti più frequenti tra l’uomo e i parassiti, soprattutto virus, che colonizzano animali che vivono in ecosistemi naturali, aggrediti da attività economiche umane. Una questione forse non di oggi, se pensiamo che l’arrivo della Peste Bubbonica nel Trecento coincideva con il massimo dell’attività di deforestazione in Europa. Resta da vedere se possa avere qualche effetto la moralizzazione colpevolizzante di un processo che è molto “naturale” e vede l’uomo usare, come ha sempre fatto nella preistoria e nella storia, le capacità di cui è naturalmente dotato per agire sull’ambiente allo scopo di migliorare la propria condizione.

Non è solo nella sfera dei fatti ecologici che entra il gioco il richiamo alla “natura”. Sono decenni che si discutono questioni definite dai politici “eticamente sensibili”, come la creazione e uso di organismi geneticamente modificati in agricoltura, la fecondazione medicalmente e geneticamente assistita inclusa la gestazione per altri, la clonazione riproduttiva e terapeutica, lo statuto morale dell’embrione umano o il diritto di disporre autonomamente della propria vita e, quindi, di rifiutare trattamenti salvavita (o di chiedere l’eutanasia), etc. In questi casi, la questione era ed è se una persona ha il diritto di decidere in autonomia e sulla base di valori personali la propria esistenza, nel senso di ricercare per sé e per chi ama (prescindendo dal genere e quindi ignorando anche il pregiudizio che solo l’amore eterosessuale sia naturale) e senza danneggiare altri, un benessere concreto, ignorando cosa è considerato comune sentire – su base religiosa o solo morale – “naturale”. L’idea che tende a prevalere è che esistano delle condizioni “naturali” che riguardano la sfera riproduttiva e l’inizio della vita – con chi e come si concepisce un figlio, se lo si possa far nascere senza gravi malattie, etc. – o la fine della vita – quanto sia legittimo rifiutarsi di morire “naturalmente” se questo comporta sofferenza e perdita di dignità, chiedendo quindi ai medici un aiuto a morire come forma di cura – che devono essere accettate anche da chi, con validi motivi, non le considera tali. Queste pratiche “naturali” sostanzierebbero, per alcuni, dei valori morali e civili che darebbero in modo esclusivo un senso “autentico” all’esistenza umana.

È stato detto, dimostrato e ribadito in quasi tutte le salse che non c’è niente di più culturale dell’idea di “natura”. Nondimeno ci sono altrettante prove del fatto che non c’è niente di più difficile da sradicare della credenza che esistano situazioni che sono, per definizione, naturali o più naturali di altre. Un’idea che in sé non avrebbe nulla di problematico se, per motivi che dipendono dalla nostra… naturale psicologia, non viaggiasse normalmente in compagnia del pregiudizio per cui quello che è considerato “naturale”, per ciò stesso viene giudicato più buono, più giusto, più sano e più sicuro. La natura funziona per noi, intuitivamente, come un riferimento normativo.

Se sia corretto, sul piano strettamente logico, fare appello alla natura come criterio normativo, è una questione risolta già nel 1874 da John Stuart Mill. Il termine “Natura”, scriveva Mill, viene usato con due significati principali: da un lato per denotare “l’intero sistema di cose esistenti, a cui si attaccano tutte le loro proprietà”, dall’altro “indica come le cose sarebbero, senza l’intervento umano”. Secondo il primo significato, “la dottrina per cui l’uomo dovrebbe seguire la natura è priva di senso, poiché l’uomo non ha il potere di fare nient’altro che seguire la natura; ovvero tutte le sue azioni sono compiute in obbedienza a una o più leggi fisiche o mentali della natura”. Nel secondo senso, “la dottrina per cui l’uomo dovrebbe seguire la natura, o in altre parole, dovrebbe rendere il corso spontaneo delle cose il modello delle sue azioni volontarie, è altrettanto irrazionale e immorale. Irrazionale, perché qualsiasi azione umana, qualunque sia, consiste nel modificare e ogni azione utile nel migliorare il corso spontaneo della natura. Immorale, poiché il corso dei fenomeni naturali è pieno di tutto ciò che quando commesso dagli esseri umani è piuttosto degno di orrore, per cui chiunque si sforzasse nelle sue azioni di imitare il corso naturale delle cose sarebbe universalmente visto e riconosciuto come il più malvagio degli uomini”.

Poco da aggiungere, se non cercare di capire perché, nonostante quello che scriveva Mill nei Three Essays on Religion, pubblicato un anno dopo la sua morte, l’idea di Natura continui ad alimentare scelte e giudizi irrazionali. Probabilmente perché è naturale, nel primo senso di Mill, fare appello alla natura. Anche se è illogico. Ma è solo una dei tanti modi illogici di ragionare che la “natura” ha cablato nel nostro cervello. Quasi centocinquant’anni dopo, è ancora più evidente che l’appello alla “natura” è un argomento fallace, che fa leva sulla credenza inverosimile e scientificamente insensata che esista un “ordine” naturale dato, in quanto tale armonico e quindi da apprezzare o conservare. Quello che esiste nel mondo, in generale, uomo incluso, è in continuo cambiamento, e in modi che sono indipendenti da ogni presunta volontà umana. Le aspirazioni dominanti che ci guidano come esemplari di una specie naturale sono riprodurci, manipolare il prossimo e migliorare le condizioni di vita personali e dei propri parenti/amici; aspirazioni che normalmente prescindono dal fatto che per realizzare tali condizioni si interferisca con la “natura” e sia necessario farlo. Del resto, non ci interroghiamo certo se stiamo o meno interferendo con la natura quando usiamo occhiali, assumiamo antibiotici, navighiamo in rete con uno smartphone, brevettiamo invenzioni, facciamo trapianti di organi, usiamo automezzi o aerei, illuminiamo e riscaldiamo le abitazioni, costringiamo i nostri figli ad andare a scuola.