Tutti vedono, nessuno aiuta

28-07-2020 - Notizie

Tutti vedono, nessuno aiuta di Nello Scavo

Avvenire - 15 luglio 2020

Per 40 ore alla deriva in 60. Anche una motovedetta italiana si astiene dal soccorso La Guardia costiera: Malta aveva assicurato il suo intervento. Poi salvati in extremis

Passava di là un peschereccio, ed è andato oltre. Poi un mercantile. Infine, una motovedetta italiana. Ma nessuno li ha soccorsi. Hanno rischiato di morire in 57. Abbandonati per 40 ore alla deriva, mentre sulla rotta Roma-LaValletta si disputava l’ennesimo scaricabarile. Alcuni intanto erano caduti in mare. Non si sa ancora se ci sono dei dispersi.

Alla fine i superstiti sono stati salvati ieri dalla Guardia di finanza, in acque territoriali italiane, nonostante il soccorso fosse stato formalmente preso in carico da Malta il giorno prima. La Guardia costiera italiana ammette di essere arrivata nell’area (tornando dopo molto tempo a spingersi oltre le 24 miglia di acque contigue), ma di essersi poi allontanata per ordine del Coordinamento dei soccorsi di Roma dopo i contatti con le forze armate di Malta. La scena è stata ripresa da Moonbird, l’aereo di Sea Watch, testimone scomodo che tante volte in questi anni ha permesso di documentare anche il ruolo dei guardacoste libici nella gestione diretta del traffico di esseri umani.

Tutto è cominciato alle 11 di lunedì, quando il servizio di emergenza 'Alarm Phone' riceve la posizione di un’imbarcazione in pericolo e informa le autorità e l’equipaggio di Moonbird. L’aereo in effetti riesce a trovare il barcone. A poca distanza c’è un motopesca, secondo

Rispondendo alla richiesta di chiarimento di Avvenire, l’Ufficio relazioni esterne della Guardia costiera ha spiegato che l’unità italiana è intervenuta «a seguito di una richiesta dell’autorità maltese, coordinatrice delle operazioni di soccorso, a supporto di un’unità mercantile che riferiva la possibile presenza di migranti in acqua - già presente in zona, in assistenza all’imbarcazione di migranti». Al momento non è dato sapere se le persone cadute in acqua sono state recuperate o siano disperse. Il mercantile «non riferiva situazioni critiche ed era pronto ad effettuare il recupero dei migranti dall’imbarcazione». A questo punto la Centrale dei soccorsi di Roma «informata La Valletta, disponeva alla motovedetta di dirigere pertanto su altri eventi migratori in corso in acque di responsabilità italiana ». L’episodio arriva a poche ore dal voto alla Camera, atteso per domani, a conferma del rinnovo della missione italiana in Libia. «L’Italia dimostri umanità e una visione lungimirante nella gestione del fenomeno migratorio, non autorizzando - è l’appello di Oxfam - le missioni internazionali a sostegno delle autorità libiche e della Guardia costiera, che solo a giugno ha intercettato 1.500 disperati, riportandoli in un Paese dove uomini, donne e bambini sono detenuti in condizioni disumane ed esposti alla pandemia da Covid-19».

E o in attesa della nave-quarantena, si aprono le porte dell’ospedale militare romano del Celio per i migranti positivi al Covid. I primi 13 - quelli sbarcati a Roccella (Reggio Calabria) e portati tra le proteste dei cittadini ad Amantea (Cosenza) - sono stati trasferiti ieri.

Il governo vuole arginare l’impennata estiva degli sbarchi e spinge sulla Libia per frenare le partenze. Una riunione si è svolta a Palazzo Chigi con i ministri di Interno, Difesa ed Esteri Luciana Lamorgese, Lorenzo Guerini e Luigi Di Maio ed il direttore dell’Aise, il servizio segreto per l’estero, Giovanni Caravelli.

 

Aiuti umanitari in Libia, nuove accuse all’Italia di Nello Scavo

Avvenire - 16 luglio 2020   

«Lo sviamento degli aiuti umanitari in Libia è una realtà». Alla vigilia del voto con cui il Parlamento intende riconfermare le operazioni italiane aumentando i fondi a 58 milioni (per un totale di oltre 210 milioni negli ultimi tre anni) le parole di una portavoce dell’Oim pesano come un macigno. Almeno quanto quelle di Federico Soda, capo della missione Oim in Libia, che ieri è tornato a denunciare le «innumerevoli vite perse, altre detenute o trattenute da trafficanti in orrori inimmaginabili». Le considerazioni dell’agenzia Onu per i migranti, sono riportate nel rapporto sull’uso dei fondi italiani in Libia. Corruzione, violazione dei diritti umani, stanziamenti dirottati. Dopo lo scandalo delle assegnazioni alle municipalità libiche rivelato da Avvenire, con milioni di aiuti mai completamente impiegati per gli scopi a cui erano destinati, ora gli avvocati di Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, gettano altre ombre. E si scopre così che non è stato previsto alcuno strumento per tracciare la filiera che porta i soldi dalle tasche dei contribuenti italiani a quelle dei capi milizia. I legali hanno studiato i bandi assegnati ad alcune Ong italiane e la loro applicazione sul campo. E da subito si capisce che fin dall’istituzione nel 2017 e poi riconfermati negli anni successivi, il governo Gentiloni e i due governi Conte sapevano che in Libia era necessario chiudere un occhio. «I

Quel che accade dopo è facile immaginarlo. La ricostruzione degli avvocati, a cui sono stati negati dalle autorità italiane numerosi documenti di bilancio, non lascia spazio a interpretazioni alternative. E così tornano i soliti noti del traffico di esseri umani e petrolio. «Particolarmente preoccupante è la situazione a Tajoura e Tarik al Sikka, centri di detenzione entrambi sotto il controllo di milizie afferenti a Mohamed al-Khoja, vice capo del Dcim (il Dipartimento di contrasto all’immigrazione illegale, ndr), che – si legge – ha le proprie milizie ed è legato al business del traffico di migranti». Una recente inchiesta di Associated Press conferma che il centro di Tarik al Sikka «è gestito da milizie afferenti ad al–Khoja, il quale sarebbe sotto indagine da parte di tre agenzie governative libiche per la sparizione di forti somme di denaro stanziate dal governo di Tripoli per il cibo all’interno dei centri». Denaro che arriva in gran parte da Paesi donatori esteri. «Le organizzazioni internazionali operanti in Libia sono ben consapevoli della possibilità di malversazioni e sviamento degli aiuti umanitari: una comunicazione interna delle Nazioni Unite – riporta Asgi – affermava l’esistenza di un “alto rischio” che il cibo destinato alla Gdf di Unhcr a Tripoli (la struttura di transito dell’Onu, ndr) venisse in realtà incamerato da gruppi armati».

Ma dei 6 milioni stanziati dall’Italia per gli interventi da affidare alle Ong, chi ha preso la parte maggiore? Rispunta una vecchia conoscenza. La solita. Ecco cosa ha raccontato una fonte citata da Asgi: «Nel centro di Zawiyah, gestito dal clan del noto trafficante Abdul Rhaman al-Milad detto “Bija” e teatro del più corposo intervento (un milione di euro), gli aiuti finiscono “metà ai detenuti metà alle guardie”, e molti beni vengono poi rivenduti sul mercato nero».

Da un punto di vista politico gli interventi corrono l’evidente rischio di legittimare «l’attuale sistema di detenzione di stranieri in Libia». Stanziamenti “in continuità – conclude il rapporto – con il quadro più articolato di interventi del governo italiano in Libia, tra cui il multiforme sostegno alla cosiddetta Guardia Costiera libica, che hanno come effetto di incrementare il numero di intercettazioni di migranti in mare, successivamente trasferiti nei centri di detenzione». Deportati direttamente verso gli «orrori inimmaginabili» mai menzionati nella proposte di rifinanziamento oggi all’esame dei deputati.

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Asso 28, processo per i respingimenti di Nello Scavo

Avvenire - 17 luglio 2020

La nave italiana nel 2018 riconsegnò ai libici 101 naufraghi. Ora faro su altri episodi

      

Per la prima volta in Italia ci sarà un processo con l’accusa di avere eseguito un respingimento di massa illegale verso la Libia: 101 migranti e potenziali richiedenti asilo tra cui minori non accompagnati. La procura di Napoli ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio per il comandante della nave Asso 28 e per un rappresentante dell’armatore. A disposizione dei magistrati, oltre alle indagini svolte dalla capitaneria di porto di Napoli, ci sono anche le registrazioni audio delle conversazioni radio ascoltate il 30 luglio 2018 dalla nave Open Arms. Le comunicazioni ottenute da

Avvenire (è possibile ascoltarle sul nostro sito) restituiscono la drammaticità di quelle ore e il tentativo di fornire informazioni dubbie. Non bastasse, a bordo della “Open Arms” in quel momento a svolgere il turno d’osservazione e ascolto c’era un testimone d’eccezione, il parlamentare di Leu Nicola Fratoianni, ascoltato dai magistrati nei mesi scorsi come persona informata dei fatti.

«Alla nostra richiesta di fornirci i dettagli delle posizioni, ci diedero indicazioni poco chiare – ricorda il capomissione di Open Arms, Riccardo Gatti –. Questo per farci allontanare, ma poi abbiamo capito che era successo qualcosa di strano». E’ proprio Gatti quel tardo pomeriggio a contattare la Asso 28 per chiedere chiarimenti. Le risposte fornite dal ponte di comando del rimorchiatore italiano non coincidono però con le rilevazioni successive. I magistrati Barbara Aprea e Giuseppe Tittaferrante, con il coordinamento del procuratore aggiunto Raffaello Falcone, nei prossimi giorni potrebbero ottenere nuovi riscontri su episodi precedenti. Molte sono infatti le segnalazioni che fanno pensare a una dinamica non occasionale, ma a sistematici interventi di respingimento, per i quali in passato le autorità italiane erano già state condannate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Nei prossimi giorni verrà dunque fissata la data avvio del procedimento giudiziario con la fissazione dell’udienza preliminare.

Sulla vicenda era intervenuta l’Eni lo stesso giorno del respingimento, smentendo di essere stata coinvolta nell’episodio, ma fornendo una serie di precisazioni che secondo gli investigatori sono contraddette dagli esiti delle indagini. «La nave Asso 28 che opera per conto della società Mellitah Oil & Gas (gestita da Noc, la compagnia petrolifera statale libica di cui Eni è azionista, ndr) a supporto della piattaforma di Sabratah – spiegò il 30 luglio 2018 un portavoce all’Ansa – ha prestato soccorso ad un barcone con a bordo 101 migranti arrivato in prossimità della piattaforma a causa di condizioni meteo avverse». L’operazione di soccorso «è stata gestita interamente dalla Guardia Costiera Libica che ha imposto al comandante dell’Asso 28 di riportare i migranti in Libia». Questa affermazione non solo non ha trovato conferme documentali, ma è stata smentita anche dalle indagini svolte dalla Guardia costiera di Napoli su delega della procura partenopea. «Durante il trasferimento verso Tripoli a bordo della nave era presente anche un rappresentante della guardia costiera libica. La Guardia costiera libica – insistevano fonti vicine alla compagnia di navigazione – presidia ogni piattaforma che opera nelle sue acque territoriali e ha gestito l’operazione di soccorso in totale autonomia».

Nonostante la mole di precisazioni, indagati e testimoni non sono stati in grado di fornire riscontri verificabili. Sul registro di bordo della nave non compare alcun nome di ufficiale libico. Ma solo molti mesi dopo, quando oramai l’inchiesta era già avviata, vengono prodotti documenti stavolta con nome e cognome di un ufficiale libico. Carte giunte dalla libia e di difficile verificabilità.

I nastri ascoltati da Avvenire sono eloquenti. Spesso si sente in sottofondo proprio Fratoianni, mentre il capomissione Gatti insiste con la Asso 28 per ottenere dettagli sulle operazioni. «Ci dissero di avere avuto indicazione di recarsi in Libia – ricorda Nicola Fratoianni – per ordine dei loro responsabili sulla piattaforma. Quando alla Asso 28 ricordammo che i respingimenti sono illegali, il comandante ci rispose con imbarazzo, come se costretto a subire un ordine da molto in alto». E forse nel corso del processo si scoprirà chi diede davvero quell’ordine e quali coperture avesse.

 

Il grido Onu inascoltato e quel profugo cadavere lasciato in mare di Nello Scavo

Avvenire - 17 luglio 2020     

Incurante dell’ennesimo appello del segretario generale dell’Onu, il governo e il Parlamento italiano hanno dato il via libera al rifinanziamento della cosiddetta Guardia costiera libica. Nonostante lo scorso 8 luglio, parlando davanti al Consiglio di sicurezza, Antonio Guterres avesse di nuovo messo in guardia: «Migranti e richiedenti asilo in Libia continuano a essere regolarmente sottoposti a detenzione arbitraria, torture, violenza sessuale, rapimento per riscatto, lavoro forzato e uccisioni illegali».

La Corte penale internazionale ha annunciato «che non esiterà a indagare – aveva aggiunto Guterres – su possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità». Non bastasse, il segretario generale aveva espresso di nuovo preoccupazione «per i rischi affrontati da migranti, rifugiati e richiedenti asilo che continuano a tentare di attraversare il Mediterraneo». Da oltre due settimane galleggia trascinato dalle correnti un cadavere incastrato in quello che resta di un gommone semiaffondato. L’aereo di Sea Watch a partire dal 29 giugno lo ha avvistato per quattro volte. E per quattro volte ha chiesto alle autorità di andarlo a recuperare. Per dargli una sepoltura, e se possibile anche un nome. Non solo per un atto di pietà. Ma per scoprire se si

«Nel 2020, oltre 5.000 rifugiati e migranti sono stati intercettati in mare e restituiti alla Libia. Molti di questi – aveva ribadito Guterres – sono stati arrestati, con una stima di 2.100 migranti e rifugiati rimasti nei centri di detenzione ufficiali», molto spesso «in condizioni spaventose». E questo a causa anche del lavoro dei guardacoste che ieri sono stati nuovamente finanziati e legittimati. Poche ore prima che si arrivasse a quel voto che la Caritas ambrosiana ha definito come «accordo della vergogna», l’Organizzazione mondiale delle migrazioni aveva descritto cosa vuol dire riaffdare i migranti alle motovedette di Tripoli. «Innumerevoli vite perse, altre detenute o trattenute da trafficanti in orrori inimmaginabili», secondo la definizione che ne ha dato Federico Soda, l’italiano a capo della missione dell’Oim a Tripoli: «L’Ue deve agire per porre fine ai ritorni del limbo migratorio della Libia». Intanto che a Tripoli arrivava la notizia dell’aumento di fondi, 65 esseri umani hanno continuato a rischiare di perdere la vita nel Canale di Sicilia. Nessuno è intervenuto. Le Ong

La Caritas di Roma «dà voce allo sdegno per quel corpo – si legge in un tweet – in mare da quindici giorni a largo della Libia senza nemmeno una sepoltura». Pochi giorni prima, ricorda la Caritas Ambrosiana, si era espresso Papa Francesco, raccogliendo un plauso trasversale: «Penso alla Libia, ai campi di detenzione, agli abusi e alle violenze di cui sono vittime i migranti, ai viaggi della speranza. Tutto quello che avete fatto, l’avete fatto a me».

 

Il made in Italy che uccide di Antonella Sinopoli

Nigrizia - 14 Luglio 2020

In violazione dei trattati internazionali, l’Italia continua a vendere armi a paesi in conflitto o a regimi che sempre più spesso le utilizzano per reprimere i diritti civili. Il caso dell’Egitto è il più eclatante, ma non è l’unico, in Africa e non solo       

L’arma che uccide un civile inerme è sempre un’arma diabolica, se poi porta il marchio Made in Italy dovrebbe procurarci un certo raccapriccio. Negli anni una serie di misure legislative e di trattati sono stati adottati per prevenire proprio questo abominio: che le armi vendute a certi governi e paesi venissero utilizzate in aperta violazione dei diritti umani.

Una di queste è la legge 185 del 1990 che in Italia disciplina, appunto, l’esportazione (ma anche l’importazione e il transito) di armamenti. Esportazioni vietate se in contrasto con la Costituzione, soprattutto con quell’articolo 11 che con chiarezza “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e di conseguenza oppone la vendita di armi verso paesi dove sia in atto un conflitto armato.

L’altro è il Trattato sul commercio delle armi (Att), adottato dall’assemblea delle Nazioni Unite nel 2013, primo strumento internazionale globale che stabilisce (art. 7) i limiti e le situazioni entro cui concedere o meno l’autorizzazione all’esportazione di armi e armamenti. Vietata, ad esempio, vendita ed esportazione in quei paesi dove si verifichino gravi violazioni dei regimi internazionali dei diritti umani o atti illeciti ai sensi delle convenzioni internazionali relative al terrorismo.       

Italia, nono esportatore mondiale

Se i cinque più grossi esportatori di armi rimangono gli Usa, Russia, Francia, Germania e Cina (insieme costituiscono il 75% del volume delle esportazioni del settore) l’Italia conserva una sua rilevante quota di mercato. Un mercato dominato dalla Leonardo (ex Finmeccanica) che, secondo il Sipri, è al numero nove nella lista delle maggiori aziende mondiali esportatrici di armamenti. I suoi maggiori clienti: Turchia, Algeria, Israele.

Il volume dei trasferimenti di armi da un posto all’altro del mondo dal 2003 è andato costantemente crescendo e nello stesso tempo si è verificato un incremento della richiesta (e dunque della vendita) da aree e paesi del Medio Oriente e un decremento in altre regioni, compresa l’Africa. Nel continente africano quattro paesi del nord contano il 75% delle importazioni di armi (Algeria, Libia, Marocco, Tunisia) nella regine sub-sahariana sono cinque i paesi con la percentuale più alta di importazioni (Nigeria, Angola, Sudan, Camerun e Senegal).        

In testa Egitto e Algeria

Solo nel 2019 l’Italia ha venduto armi per un controvalore pari a 5.174 milioni di euro, maggior destinatario l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, un presidente che rifiuta di collaborare per far luce sull’omicidio di Giulio Regeni e che continua a tenere in carcere Patrick Zaky con blande accuse di incitazione alla protesta. Il secondo paese africano per commesse sulle armi italiane è l’Algeria, dove libertà civili come quella di espressione e di stampa vengono negate. Ecco perché si è continuato a protestare anche dopo la caduta, lo scorso anno, di Abdelaziz Bouteflika, che era stato al potere per vent’anni.

Ma non c’è solo la Leonardo, che detiene il 58% delle vendite e il cui maggiore azionista, ricordiamo, è il ministero dell’Economia e delle Finanze con il 30,20%. Altre imprese italiane che hanno ottenuto autorizzazioni per le vendite di settore (con volumi molto più bassi) sono Elettronica spa (5,5%), Calzoni srl (4,3%), Orizzonte Sistemi Navali (4,2%) e Iveco Defence Vehicles (4,1%).

Nel 2008 un documento della Cia  (censurato in alcune parti) assegnava all’Italia il 20% delle vendite in America Latina e Africa. A quei tempi era la Somalia, ex colonia italiana, il maggiore importatore di aerei da trasporto e equipaggiamenti delle forze di terra. Nel documento si fa anche riferimento ad accordi con paesi produttori di petrolio, come Iraq, Libia e Arabia Saudita, miranti a ridurre situazioni di debito con questi stati e a stabilirvi relazioni commerciali che potessero beneficiare entrambe le parti.

A dispetto di regolamenti e norme internazionali le armi (parliamo anche di veicoli armati, elicotteri, missili, artiglieria pesante e droni) continuano comunque ad arrivare laddove si stanno combattendo conflitti che vedono pesantemente coinvolti i civili o anche in aree da cui quasi ogni giorno arrivano notizie di violazioni dei diritti umani e di gravi abusi sulle popolazioni.     

Il caso egiziano

Viene da pensare che i controlli non siano abbastanza, non sufficienti o che, peggio, le relazioni diplomatiche tra gli stati e gli affari reciproci contino più delle vite umane. È il caso del recente accordo tra Italia ed Egitto per quella che rappresenta la più grande commessa di armi per il nostro paese dopo la seconda guerra mondiale. All’inizio il contratto di acquisto indicava due fregate militari oltre a velivoli di addestramento e combattimento leggero, poi la commessa ha incluso aerei, missili e altre fregate. Valore complessivo 10 miliardi di euro.

Una serie di ricostruzioni mettono insieme una rete di Indra che va dal tentativo di silenziare le rimostranze dell’Italia sul caso Regeni (ma in realtà è la società civile quella che continua a tenere alta l’attenzione sul caso del giovane italiano morto sotto tortura al Cairo), alla possibilità di fare arrivare armi in Libia via terra, arginando l’embargo (che l’Onu viste le violazioni ha definito comunque “una barzelletta”) e tenere dunque sotto controllo le forniture di gas, fino al beneficio personale di al-Sisi che dall’acquisto riceverebbe una commissione del 2,5%, più i soldi che circolerebbero sottobanco.

Senza contare che la brutalità del regime di al-Sisi si avvantaggerebbe di ulteriori strumenti. L’uso della forza da parte di militari, eserciti, polizia, è stato e continua ad essere denunciato dalle organizzazioni per i diritti umani. Gli esempi e le denunce sono aumentati vertiginosamente in questi mesi di pandemia e conseguenti restrizioni delle libertà.        

Libia e Centrafrica, paesi in guerra

Ed oggi, come in passato, la questione è come distribuire le responsabilità tra chi usa le armi, chi autorizza l’uso della forza sui civili, chi autorizza le vendite in certi paesi e, forse, chi le produce. #ItalianArms, nell’ambito del progetto Lighthouse Reports, ha lavorato poco tempo fa alla tracciatura delle armi vendute dai paesi europei, per capire dove finiscono e a quale fine sono utilizzate.

Ebbene, per quanto riguarda armi, elicotteri, aerei italiani, casi di uso contro civili, per esempio durante manifestazioni pacifiche, o come “danni collaterali”, sono stati documentati in Turkmenistan (Asia centrale), dove vige una dittatura totalitaria monopartitica; in Siria, Turchia, Bahrein, Arabia Saudita (armi poi utilizzate nella guerra in Yemen), Marocco (aerei C27J usati per occupare il Sahara Occidentale), Egitto, Libia, Repubblica Centrafricana, paese in conflitto dove militari della missione Onu Minusca usano le Benelli M4.     

Libertà civili minacciate

Per restare all’Africa, in molti paesi la situazione della sicurezza dei cittadini sta deteriorando. Alle proteste si risponde mandando in strada militari, e in alcuni casi milizie armate, che non hanno nessuna remora ad usarle quelle armi. L’ultimo rapporto di Amnesty Internazional evidenzia proprio questo: l’Africa sub-sahariana nel periodo precedente al coronavirus è stata segnata dall’aumento delle proteste di cittadini e partiti di opposizione decisi a chiedere cadute di regime, riforme, cambiamenti nella gestione amministrativa.

A molte di queste (la maggior parte) i governi, e i loro eserciti, hanno risposto con gas lacrimogeni, pallottole, omicidi. La Nigeria, uno dei più grandi importatori di armi dell’Africa sub-sahariana (prevalentemente dalla Russia, Cina e Usa), ha visto peggiorare il conflitto che vede contrapporsi Boko Haram e le forze governative nel nord-est del paese con abusi contro i civili da una parte e dell’altra.

In Camerun, il conflitto tra i militanti separanti anglofoni e il governo a maggioranza francofona è alimentato dal supporto di Belgrado al regime di Paul Biya, supporto che consiste anche nella vendita di armi. Il paese sta registrando un surplus di produzione, surplus destinato alla Repubblica democratica dl Congo, alla Nigeria, al Kenya (dove è stata denunciata più volte l’azione violenta della polizia, ufficialmente per far rispettare le restrizioni della pandemia), all’Etiopia.

E, a proposito di quest’ultimo, chissà se tra queste armi c’erano anche quelle con cui nei giorni scorsi il governo etiope ha messo a tacere le proteste dei cittadini seguite all’omicidio per mano di ignoti del cantante ed attivista Hachalu Hundessa, icona della lotta per l’indipendenza dell’etnia Oromo.

Altro paese sotto scrutinio delle Nazioni Unite è la Corea del Nord, accusato di aver venduto armi al Sudan sotto il regime di Omar El-Bashir, ma anche in Rd Congo, Angola, Eritrea, Zimbabwe. E poi c’è la Turchia con accordi e trasferimenti di materiale in Burkina Faso (paese tormentato da conflitti etnici e in cui sta crescendo la presenza di al-Qaeda), Ghana, Mauritania, Ciad, Rwanda, tra gli altri.

La campagna Banche Armate in Italia serve a questo: evitare di farsi complici in nome del profitto. Evitare di incrementare regimi violenti di cui si conosce bene il nome mentre non si conosceranno mai quelli che sono morti per mano di quei regimi armati di tutto punto.