Bose, il pugnale della curia

15-09-2020 - Notizie

Bose, il pugnale della curia

Lo scandalo. L’allontanamento di Padre Enzo Bianchi unisce la severità del provvedimento al mistero della motivazione. Una vicenda pubblica, che richiederebbe trasparenza e invece mostra solo un ambiguo “stile”

di Salvatore Settis | 15 Settembre 2020

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Ferite e afflizioni profonde hanno colpito non solo la comunità monastica di Bose e il suo fondatore Enzo Bianchi, ma chiunque ne abbia avuto esperienza o sentore. Se a questa vicenda dolorosa vogliamo guardare col metro testuale del Vangelo, nulla è più adatto delle parole di Gesù oportet ut scandala eveniant (Matteo 18, 7 e Luca 17,1). “È opportuno che gli scandali vengano fuori”, scrivono gli evangelisti.

E aggiungono: “Guai a chi li provoca!” (vae illi per quem veniant). Ma quale è mai lo scandalo di Bose, chi lo ha provocato? e chi ne è vittima?

La millenaria saggezza che è fra i suoi tesori più preziosi ha insegnato alla Chiesa come ignorare alcuni scandali lasciandoli dietro le quinte, ma anche come portarne altri alla luce del sole; e non sempre queste scelte, dell’uno e dell’altro segno, hanno incontrato l’approvazione non dico dei cristiani o di chi non lo è, ma della Chiesa stessa, che in più d’un caso ha voluto o dovuto correggere il tiro qualche tempo dopo (e basti qui evocare Galileo). Se alla vicenda di Bose si è voluto dare tanto pubblico rilievo da coinvolgervi la Segreteria di Stato e il Papa stesso, dev’esser dunque stato a seguito di un’attenta valutazione, che non ho né competenza né forze per giudicare nel merito.

Oso scriverne, pur esitando a ogni parola anzi a ogni sillaba, per il baratro che si è aperto nella mia coscienza fra quel poco che so di Bose e di Enzo Bianchi (ne fui ospite già nei primissimi anni Settanta) e l’aria di mistero che circonda la severità delle sanzioni comminate da Roma. E non è da cristiano devoto che parlo, ma da laico che pure di quella comunità e del suo messaggio ecumenico di pace ha avuto non solo sentore, ma esperienza: ad esempio il 4 settembre 2011, quando a Bose fui in colloquio con Enzo sul tema La salvaguardia del Creato, una giornata di riflessione lanciata congiuntamente dal Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I e da Benedetto XVI. Io parlai allora da laico, in nome della tutela dell’ambiente e del paesaggio prescritta dalla nostra Costituzione, ed Enzo invece secondo la prospettiva religiosa a lui appropriata; e non so se più mi colpisse la nostra convergenza d’intenti e di principi (vicini a quelli che avrebbero poi trovato alta espressione nell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco), o l’intensa, partecipe attenzione delle centinaia di persone che ci ascoltavano.

La dura decisione che ha allontanato da Bose Enzo Bianchi e alcuni confratelli, è questo che con voce flebile ma in sicura coscienza vorrei dire, non riguarda solo loro, e nemmeno la sola comunità, riguarda anche le migliaia di persone che hanno partecipato a eventi come quello, che hanno letto i libri o ascoltato le parole di Enzo Bianchi, in tutta Italia e altrove. Per esempio nel 2001, quando alla Normale di Pisa la sua fu fra le voci più alte di un convegno sui beni culturali nel Kosovo allora in fiamme (c’erano anche l’arcivescovo di Pristina e rappresentanti della comunità musulmana). Con le parole dei due passi evangelici che ho citato all’inizio, sono loro, anzi siamo noi, i pusilli che lo scandalo sconcerta e colpisce: “scandalo”, s’intende, nel senso etimologico della parola greca da cui la nostra viene, e cioè inciampo, trappola, ostacolo, tormento, difficoltà. Difficoltà di capire, prima di tutto. Quel che è già accaduto e che accadrà, infatti, poteva essere solo una partita a due fra Bose e la curia romana se non avesse raggiunto il clamore e il rilancio dei media, con il conseguente, inevitabile rincorrersi di ipotesi, congetture, sospetti di cui né la Curia né Bianchi né i monaci di Bose sono colpevoli.

Secondo il cauto linguaggio del comunicato ufficiale, alla radice vi è “una situazione tesa e problematica per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità del Fondatore, la gestione del governo e il clima fraterno”. Con altre parole, un dissidio interno alla comunità di Bose, e in particolare fra il fondatore Enzo Bianchi e il nuovo priore Luciano Manicardi. Contrasti di tal fatta sono propri di ogni comunità (non solo monastica), e giudicarne dall’esterno è sostanzialmente impossibile. Ma in questo caso il Papa ha disposto una visita apostolica affidata a ecclesiastici di alto rango, e ne è seguito il decreto del Segretario di Stato card. Parolin, dove si dispone l’allontanamento da Bose di Bianchi e tre confratelli, onde evitare “una situazione di confusione e disagio ulteriori”. Questa è dunque la trappola, la difficoltà d’intendere, lo skandalon per chiunque, cristiano o no, venga a conoscenza dell’episodio: la vistosa sproporzione fra il problema individuato e la sua soluzione autoritaria e punitiva. Perché tanta dismisura, e in che cosa essa corrisponde ai precetti della carità cristiana tante volte richiamati dalla Chiesa?

Tre interpretazioni si sono inseguite in questi mesi, nei media e nel comune discorrere: che vi siano stati in realtà a Bose ben più gravi problemi e disordini, che nessuno vuol rivelare; o che vi sia stato un forte eccesso di severità repressiva da parte della Curia romana; oppure, infine, che tale eccesso sia il riflesso di tensioni interne alla Curia stessa, e che il decreto (espressamente approvato dal Papa) segni la sconfitta di aperture (su fronti come ecumenismo o bioetica) che a Bose avevano trovato un terreno di discussione e confronto. Nessuna di queste ipotesi può dirsi provata: ma quel che genera sconcerto e skandalon nei pusilli che osservano dell’esterno è che in ogni caso ne risulta indebolito e sfidato il futuro di Bose, la sola comunità monastica del nostro tempo che sia in crescita (ne sono germinate in Italia quattro altre sedi). Quel che sta accadendo a Bose resta per i più avvolto nella nebbia, come se riguardasse solo l’autorità della Curia e non la coscienza dei fedeli e dei cittadini. Come se chi chiede di capire si stesse macchiando di arroganza, peccato, eresia. “State contenti, umana gente, al quia”: e non di fronte a un dogma come nei versi di Dante, ma a un provvedimento disciplinare.

Quando fu colpito dal pugnale di un sicario a Venezia, Paolo Sarpi trovò la forza di sussurrare poche, taglienti parole: Agnosco stilum Romanae curiae, riconosco lo stilum (‘pugnale’, ma anche ‘stile’) della curia romana. Era il 1607, e quello forse poteva essere lo “stile” curiale autorevole e spietato, negli anni in cui si mandava al rogo Giordano Bruno. E oggi? Quale è lo “stile” della Curia in questo 2020 già così ricco di incertezze e di dolore? La vicenda futura di Bose sarà essenziale per capirlo.