Consumismo. Il Natale spirituale di Conte...

16-11-2020 - Notizie

Consumismo. Il Natale “spirituale” di Conte e i laici Pasolini e Calvino contro lo shopping

di Fabrizio D’Esposito | 16 Novembre 2020

Benché presidente del Consiglio, a Giuseppe Conte è vietato parlare del Natale. Il premier è stato inondato di sfottò e critiche sia per il Babbo Natale con la mascherina (rispondendo alla letterina del piccolo Tommaso) sia per aver detto una frase di buon senso sul Natale come momento di “raccoglimento spirituale”.

E così, ancora una volta, destra salviniana e giornaloni moderati sono stati unanimi nella sentenza di condanna contro Conte: “Giù le mani dal Natale”. La boiata più grande, per non dire cazzata, l’ha scritta Massimiliano Panarari sulla Stampa che ha tirato in mezzo lo Stato igienista ed etico. Come se non vivessimo in un drammatico tempo straordinario d’emergenza pieno di incertezze, per molti versi peggiore di un periodo bellico. Invece no. Ecco all’orizzonte il profilo teocratico del premier, dittatore sanitario ed etico, che si vuole sostituire al papa e costringerci a fare un Natale da frate trappisti (Libero e La Verità).

Mettendo da parte la letterina di Tommaso, che cosa ha detto Conte sul Natale spirituale? Queste parole: “Il Natale non lo dobbiamo identificare solo con lo shopping, fare regali e dare un impulso all’economia. Natale, a prescindere dalla fede religiosa, è senz’altro anche un momento di raccoglimento spirituale. Il raccoglimento spirituale, farlo con tante persone non viene bene”. Diciamo, allora, che Conte non solo ha fatto una riflessione umanista (non una prescrizione etica) determinata dalle circostanze, visto che il 25 dicembre cadrà durante questa seconda ondata del Covid. Ma ha pure sollevato un punto che avrebbe meritato ben altro dibattito: la dimensione intima, non solo consumista, della festa più sentita dell’anno.

Senza scomodare papi e santi, vale la pena ricordare cosa scrisse un laico come Pier Paolo Pasolini in un tempo ordinario (non d’emergenza) nel 1969 sul Natale asservito al capitalismo (rubrica “Caos” di Tempo del 4 gennaio 1969): “Sono tre anni che faccio in modo di non essere in Italia per Natale. Lo faccio di proposito, con accanimento, disperato all’idea di non riuscirci; accettando magari di oberarmi di lavoro, di rinunciare a qualsiasi forma di vacanza, di interruzione, di sollievo”. Per questo motivo: “Per il nuovo capitalismo, che si creda in Dio, nella Patria o nella Famiglia, è indifferente. Esso ha infatti creato il suo nuovo mito autonomo: il Benessere. E il suo tipo umano non è l’uomo religioso o il galantuomo, ma il consumatore felice d’esser tale”.

Infine c’è il Natale di Marcovaldo descritto da Italo Calvino: “E non solo caricando e scaricando egli prendeva parte alla festa generale, ma anche pensando che in fondo a quel labirinto di centinaia di migliaia di pacchi lo attendeva un pacco solo suo, preparatogli dall’Ufficio Relazioni Umane; e ancora di più facendo il conto di quanto gli spettava a fine mese tra ‘tredicesima mensilità’ e ‘ore straordinarie’. Con quei soldi, avrebbe potuto correre anche lui per i negozi, a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare, come imponevano i più sinceri sentimenti suoi e gli interessi generali dell’industria e del commercio”. È la frenesia commerciale che ci fa accantonare lo spirito del Natale. Ma se lo dice Conte non va bene