LA CHIESA DI FRANCESCO METTE IN QUESTIONE IL SISTEMA: E NOI?

29-11-2013 - Notizie

Da un intervento di Raniero La Valle

LA CHIESA DI FRANCESCO
METTE IN QUESTIONE IL SISTEMA: E NOI?

"Era una cosa molto comune: uno che lavorava con i poveri era comunista... E anche se non è vero, sono già tutti convinti, è già scritto che i preti che lavorano con i poveri sono comunisti". Queste parole fanno parte della deposizione che l'8 novembre 2010 il cardinale Jorge Mario Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires e oggi papa Francesco, fece alla Corte argentina che indagava sui crimini della dittatura militare. In particolare la Corte si stava occupando delle torture e dei delitti perpetrati nella Escuela superior de mecánica de la Armada, la scuola degli ufficiali della Marina militare argentina a Buenos Aires, dove erano stati tenuti sotto sequestro e tormentati due religiosi della Compagnia di Gesù, della quale all'epoca dei fatti, nel 1977, Bergoglio era il padre provinciale.
In quell'interrogatorio, pubblicato ora nel libro di Nello Scavo, "La lista di Bergoglio, i salvati da Francesco durante la dittatura", il cardinale di Buenos Aires spiegava che questa idea per la quale tutti i preti che operavano per i poveri sarebbero stati comunisti, era presente in Argentina anche prima dell'avvento del regime militare; né l'accusa di comunismo colpiva solo i cristiani che seguivano quel filone della "teologia della liberazione" che si diceva facesse ricorso a un'ermeneutica marxista: non era questa la posizione dei gesuiti perseguitati dal regime militare, secondo l'arcivescovo di Buenos Aires, né si poteva far risalire unicamente al Concilio Vaticano II il fatto che vi fossero preti particolarmente impegnati con i poveri, come i cosiddetti "curas villeros" (preti delle baraccopoli). In realtà, diceva Bergoglio, "la scelta dei poveri risale ai primi secoli del cristianesimo. È nello stesso Vangelo. Se io oggi leggessi come omelia alcuni dei sermoni dei primi Padri della Chiesa, del II-III secolo, su come si debbano trattare i poveri, direste che la mia omelia è da marxista o da trotzkista. La Chiesa ha sempre onorato la scelta di preferire i poveri. Considerava i poveri il tesoro della Chiesa. Durante la persecuzione del diacono Lorenzo che era amministratore della diocesi, quando gli chiesero di portare tutti i tesori della Chiesa, si presentò con una marea di poveri e disse: "Questi sono i tesori della Chiesa"... Durante il Concilio Vaticano II si riformulò la definizione della Chiesa come popolo di Dio ed è da lì che questo concetto si rinforza e, nella seconda Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano a Medellin, si trasforma nella forte identità dell'America Latina".

Quel prete e vescovo argentino, divenuto papa, continua a predicare nello stesso modo, a rischio dell'accusa di marxismo e trotzkismo: e non solo perché, al momento dell'elezione, un suo amico cardinale, il brasiliano Hummes, gli disse: "ricordati dei poveri", ciò per cui lui decise di chiamarsi Francesco. Lo fa perché "la scelta dei poveri viene dal Vangelo", come ha detto ai giudici argentini. Per la Chiesa il Vangelo è come la Costituzione per una Repubblica, è la legge fondamentale che legittima o invalida tutte le altre leggi; e come un capo di Stato deve stare alla Costituzione, per non essere trovato infedele, così un papa deve stare al Vangelo, se non vuole tradire la sua missione.
Il passo avanti che ha fatto Francesco è di affermare che la scelta dei poveri che sta nel Vangelo, e che perciò lo impegna come papa, sta anche nella Costituzione del mondo, nel "dover essere" del mondo, e perciò lo impegna anche come uomo e come papa non alienato dal mondo. Lo ha detto a Cagliari, il 23 settembre 2013, nel momento stesso in cui esortava gli operai, i cassintegrati, i disoccupati a non farsi "rubare la speranza e la dignità" insieme col lavoro, ad avere coraggio, a pregare il Signore Gesù di dar loro il lavoro e di insegnar loro "a lottare per il lavoro". Ha detto di non volere che quel suo invito fosse solo "una bella parola di passaggio", fosse "soltanto un sorriso di impiegato cordiale della Chiesa": "devo fare di tutto perché non sia così", ha detto, devo impegnarmi "come pastore e come uomo" per sostenere questo coraggio, per rivendicare insieme ai lavoratori "un sistema giusto, non questo sistema economico globalizzato, che ci fa tanto male".
Nessuna alienazione, dunque; questo è un papa che ai poveri del mondo non vuole dare oppio, ma pane, lavoro e salvezza. L'idea, religiosa e politica, è che se i poveri periscono, tutto il mondo perisce. E sia chiaro che non si tratta di una scelta populista, fatta per guadagnare consensi, per accrescere gli adepti della Chiesa. Il papa stesso ha detto nell'omelia a Santa Marta dell'11 giugno, che l'annuncio non è proselitismo, fatto "con cuore di investimento": "per quella strada non si va da nessuna parte; il Signore ci ha inviato ad annunziare non a fare proseliti". E lo ha ripetuto nell'intervista a Scalfari del 1 ottobre 2013: "il proselitismo è una solenne sciocchezza... Il nostro obiettivo non è il proselitismo ma l'ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della disperazione, della speranza. Dobbiamo ridare speranza ai giovani, aiutare i vecchi, aprire verso il futuro, diffondere l'amore. Poveri tra i poveri. Dobbiamo includere gli esclusi e predicare la pace".

<...> La novità di un papa che si chiama Francesco potrebbe forse rappresentare il catalizzatore che inneschi di nuovo in Europa un processo di liberazione di questo tipo. Ieri, al tempo del Concilio, al tempo del discorso di Togliatti a Bergamo, al tempo in cui con Claudio Napoleoni scrivevamo la "lettera ai comunisti" per "l'uscita dal sistema di dominio e di guerra", il problema centrale era il pericolo di una guerra nucleare e il vincolo di un sistema globale che su di essa era fondato e da essa era garantito. Oggi il problema della salvezza degli esseri umani e del mondo da loro custodito, passa attraverso la minaccia rappresentata dal culto idolatrico del denaro, e da un sistema economico improntato a un liberismo selvaggio che rende i forti più forti, i deboli più deboli, e gli esclusi più esclusi. Esso ha bisogno di un amore che curi le ferite, restituisca la dignità dell'avere un lavoro, annunci il perdono e sconfigga la cultura dello scarto. E per questo è apparso un papa che si chiama Francesco.
Il compito che perciò oggi ci è dato è che finalmente dobbiamo rovesciare l'idolo, dobbiamo desacralizzare e addomesticare il denaro. Il papa ha detto più volte di essersi ispirato, fin dalla sua giovinezza, al quadro di Caravaggio sulla vocazione di Matteo, che egli andava a vedere durante i suoi studi romani nella Chiesa di San Luigi dei francesi. Tra le varie figure del quadro egli identificava Matteo non nel vecchio con la barba, come la maggior parte dei critici, ma nell'uomo giovane - il pubblicano - che cerca di difendere il denaro come un bottino: proprio ciò che Gesù veniva a disturbare con la sua chiamata.
La chiamata che oggi è rivolta non solo a Matteo, ma a tutti, è di non trattare il denaro come un bottino. Noi non possiamo più vivere in un mondo il cui padrone, il cui sovrano, il cui pantocrator, il cui idolo è il denaro. Il denaro è necessario perché senza denaro, come dice l'Apocalisse, non si può né comprare né vendere, cioè non si può vivere. Però il mondo non può essere fondato sul denaro. Perché se è fondato sul denaro non può essere fondato sul lavoro, come vorrebbe la nostra Costituzione, non può essere fondato sulla libertà, sui diritti umani, sulla democrazia e tanto meno sul Vangelo. Noi lo chiamiamo denaro, Marx lo aveva chiamato "il capitale"; ma anche Draghi, e i Trattati europei che lo hanno liberalizzato, lo chiamano così. Ma siamo sempre lì. Non è possibile, non è umano un mondo organizzato dal denaro, così come non è possibile, non è umano, un mondo organizzato dal capitale. L'Europa la cui Costituzione oggi è il denaro, è Maastricht, è il Fiscal Compact, è il 3 per cento che non si può oltrepassare, come il confine del sancta sanctorum, se si supera il quale si muore; l'Europa del denaro e dei diritti inviolabili del capitale, non è l'Europa dei popoli, non può essere l'Europa che fa cadere le barriere, che si pente di Lampedusa, che rinuncia a trasformare l'ospitalità in un crimine.
Quando si sta in mezzo al mare, su un barcone che affonda, il denaro non serve più, non governa niente, non salva nessuno, anzi è l'ultima maledizione perché senza il denaro del pedaggio su quel barcone non ci si sarebbe mai saliti. Però serve l'umanità, serve il diritto, serve il lavoro, serve la politica, serve il riconoscersi tutti come membri dell'unica famiglia umana.
Questo è il compito che la nostra età esige, che il "cambiamento d'epoca" ci chiede. Ma dove sono i soggetti della liberazione? Non lo sappiamo. Però almeno questa volta qualcuno ci dice che Dio non è contro di loro.
Raniero La Valle