SE IL POPOLO DI DIO VIENE INTERPELLATO

09-12-2013 - Notizie

SE IL POPOLO DI DIO VIENE INTERPELLATO
Enrico Peyretti e il senso di un "Questionario"

Chiesa: "adelfocrazia" di Francesco

«La rivoluzione di Francesco compie un altro passo in avanti. Semplice come l'uovo di Colombo, audace come il passaggio dalla monarchia assolutista a un governo in cui il "capo" ascolta il suo popolo». Così Marco Politi su Il Fatto del 6 novembre commenta il questionario sulla famiglia, in vista del sinodo apposito, pubblicato dal Vaticano il giorno 5. Le domande (già criticate perché incomplete) sono una sincera richiesta ai vescovi e al popolo credente di esprimere la realtà che essi vivono. Ogni fedele può rispondere anche personalmente. «Per la prima volta - nota Polito - un papa vuole ascoltare ciò che le Chiese locali dicono dal basso, in ogni parte del mondo».
Il questionario, mandato tempo addietro ai vescovi, era stato da questi tenuto per sé, e soltanto i vescovi d'Inghilterra e del Galles, cogliendo lo spirito della svolta di Francesco, lo hanno messo immediatamente in internet, chiedendo esplicitamente ai fedeli di rispondere. Allora Francesco ha dato l'ordine di renderne pubblico l'intero contenuto, e il segretario del Sinodo, mons. Lorenzo Baldisseri, ha comunicato alla stampa che ciascun fedele può mandare direttamente le sue risposte in Vaticano. Il testo intero si trova in www.ilregno.it
Francesco nella sua intervista-manifesto alla Civiltà Cattolica, dice: «Io ho una certezza dogmatica: Dio è nella vita di ogni persona, Dio è nella vita di ciascuno. Anche se la vita di una persona è stata un disastro, se è distrutta dai vizi, dalla droga o da qualunque altra cosa, Dio è nella sua vita. Lo si può e lo si deve cercare in ogni vita umana. Anche se la vita di una persona è un terreno pieno di spine ed erbacce, c'è sempre uno spazio in cui il seme buono può crescere. Bisogna fidarsi di Dio».
Il concilio affermava nella Dei Verbum, al n. 8, che la comprensione della fede e della vita cristiana avviene anche nell'esperienza del popolo di Dio: «Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l'assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro (cfr. Luca 2,19 e 51), sia con la intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità». La vita e meditazione dei credenti viene prima del magistero episcopale.
Questa non è forse democrazia, nel senso essenziale e non solo numerico-formale? Anzi, molto meglio: possiamo chiamarla "adelfocrazia", regime di fratelli, dove governa la fraternità, un popolo di fratelli. Riferisce il vangelo di Luca (22,24-27) che, essendo sorta una discussione fra i discepoli, e proprio tra gli apostoli, su chi di loro poteva essere considerato il più grande, Gesù disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Tra voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. (...) Io sto in mezzo a voi come colui che serve». Voi non sarete come i capi dei popoli che li dominano e si fanno anche ringraziare: la vostra grandezza sarà servirvi a vicenda. E questo deve valere anche nelle scelte pratiche, nel comprendere insieme che cosa è più giusto fare.
Sapienti, dotti e maestri sono necessari, ma anche la ek-klesia degli amici di Gesù («non vi chiamo più servi, ma amici» Giovanni 15,15), che ascoltano la sua parola, devono dire seriamente e francamente (con par-resia) il loro sentire.
Tanto più che, secondo l'antico principio civile ed ecclesiale, ciò che riguarda tutti dev'essere deciso da tutti: «Quod omnes tangit ab omnibus approbari debet». Ciò vale ancora in alcuni punti del codice civile italiano. Riassumiamo ora da normali enciclopedie alcuni altri dati riguardo a questo fondamentale principio.
Nel 1500, in Polonia, nella "Democrazia dei Nobili", valeva il principio dell'unanimità, applicazione estrema di quel principio «Quod omnes tangit ...». Ma quella nobiltà rissosa arrivò in breve ad una totale paralisi e anarchia, a riprova che il formalismo estremo non favorisce la buona decisione, e la Polonia si avviò alla stagione delle spartizioni nel XVIII secolo. Nella rivoluzione americana quel principio fu affermato in forma più debole: "No taxation without representation. Nessuna tassazione in mancanza di rappresentanza": non la totalità dei tassati, ma una rappresentanza di tutti doveva essere presente a decidere le tasse.
Nella Chiesa cattolica, sulla base del principio quod omnes tangit..., Bonifacio VIII stabiliva per la Chiesa la possibilità di porre il veto a tutti i provvedimenti delle autorità civili che in qualsiasi modo riguardassero principi ritenuti fondati sull'autorità divina.
Ma il principio valeva, alle origini, per l'ordinazione dei vescovi.
Nel rito della Traditio (III secolo), il vescovo è eletto, è scelto dal popolo (con modalità sconosciute), tutti i presenti esprimono il loro consenso, i vescovi impongono le mani sull'eletto, tutti pregano in silenzio, un vescovo dice la preghiera di ordinazione, segue l'acclamazione del popolo. Dal V secolo i ministeri ecclesiastici iniziano a formare un ceto privilegiato e onorato; il clero si distanzia sempre più dal popolo e al posto della terminologia del servizio viene quella della dignità e del potere: la comunità non è più interpellata nella designazione dei candidati. Nel modello gallicano (a differenza di quello romano) c'è ancora la preghiera della comunità. Nel modello romano-franco (X secolo) il popolo è sempre più solamente spettatore.
Alla fine del XIII secolo è molto accentuata l'identificazione della Chiesa con la gerarchia. Col rituale post-tridentino, il Pontificale Romanum del 1595, cresce la separazione fra chierici e laici; i primi entrano in uno stato particolare e privilegiato, formano come una corporazione e i ministeri diventano poteri da esercitare. Il momento liturgico esprime la trasmissione del potere spirituale (accipe potestatem); le unzioni costituiscono una sacralizzazione della persona. La ministerialità è identificata con la sacerdotalità e quindi con l'eucaristia ed il potere di rimettere i peccati. Il consacrare è specifico del presbitero, suo compito secondario è preparare il popolo a ricevere questo sacramento. Si arriva a vedere il prete come uomo separato dagli altri, che si associa alla vittima del sacrificio eucaristico.
Il Concilio Vaticano II porta ad una nuova teologia dei ministeri che non può più armonizzarsi con il Pontificale del 1595. Il ministero non è più definito in termini di dignità, rango, poteri, ma di servizio. Nel quadro dell'ecclesiologia di comunione i ministeri non sono concentrati nelle mani di pochi, sono complementari al sacerdozio comune; e sono servizio alla Chiesa radicata nella storia, entro il rapporto Chiesa-mondo. È lo Spirito Santo il principio unificatore e santificatore dei ministeri, è Lui che elegge, santifica e anima la missione: ed è per questo che non possono mancare l'epiclesi e l'imposizione delle mani.
Il rito di ordinazione prevede la presentazione, con lo scopo di coinvolgere l'intera Chiesa radunata per celebrare. La richiesta infatti è fatta a nome della Chiesa locale e vuole manifestare una chiesa che riconosce i suoi ministri. Oggi però vediamo che il vescovo viene ancora affibbiato alla chiesa locale come uno sconosciuto funzionario, come un prefetto, e il popolo se lo deve prendere e zitto, come la moglie si piglia il marito sconosciuto nelle società ultra-patriarcali.
Yves Congar, nel testo Quod omnes tangit ab omnibus tractari et approbari debet del 1958, nel contesto del dibattito intorno al Concilio, intende quel detto antico non solo riguardo all'elezione dei vescovi, ma nel senso che la materia di fede deve essere dibattuta e trovare il consenso di tutti i cristiani. Ora, il questionario sulla famiglia per il sinodo non riguarda la scelta dei vescovi, ma un settore molto importante dell'etica cristiana su cui il senso evangelico dei fedeli ha molto da dire.
Papa Francesco incontra già una sorda opposizione clericale e laico-clericale, ma si muove davvero, su punti importanti, con una logica evangelica genuina.
Enrico Peyretti