La democrazia del Papa mette in subbuglio la Cei

31-01-2014 - Notizie

La democrazia del Papa mette in subbuglio la Cei di Marco Politi

in "il Fatto Quotidiano" del 1 febbraio 2014

È molto faticoso per la Cei il cammino verso la democrazia. Sollecitati da papa Francesco a diventare una conferenza episcopale normale come tutte le altre e dunque a eleggersi autonomamente il loro presidente, i presuli si stanno muovendo per ora con una strategia dei piccoli passi. È come se in certi settori della gerarchia ci fosse la paura ad assumersi le proprie responsabilità. Di sicuro si può dire che l'idea di una elezione diretta del presidente non è stata accolta da scroscianti e unanimi applausi. Francesco va bene quando lo applaudono le folle, ma i suoi progetti di riforma della Chiesa - qui e altrove - sono destinati a scontrarsi con resistenze sotterranee corpose.
Il primo effetto della consultazione sulla revisione dello statuto Cei, avviata dal cardinale Bagnasco tra i presidenti delle conferenze episcopali regionali, che a loro volta hanno contattato i singoli presuli della loro zona, è stato tuttavia di smuovere le acque e permettere a ogni vescovo di cominciare a esprimersi. Il piccolo referendum ha portato alla luce una divisione tra l'episcopato italiano. Ottima cosa perché, come insegna il concilio Vaticano II, solo sconfiggendo l'unanimismo, discutendo e scegliendo fra diverse opzioni, si può arrivare a soluzioni basate su un autentico consenso. Riferisce il comunicato che il Consiglio permanente della Cei, dal materiale pervenuto, ha tratto l'indicazione per due percorsi. "Il primo prevedrebbe una consultazione riservata di tutti i singoli Vescovi". Il secondo consisterebbe, invece, in una votazione segreta nel corso dell'assemblea annuale, che sulla base dei nomi emersi nella consultazione generale porterebbe i vescovi a "esprimere la propria preferenza su una quindicina di nomi, corrispondenti ai candidati
maggiormente segnalati". La formulazione è contorta, i retroscena anche.
PERCHÉ LA PRIMA soluzione significa che una parte notevole dell'episcopato ha proposto di fare arrivare seccamente in busta chiusa ai vertici il nominativo del candidato, che si vuole come presidente della Cei. In questo caso sarebbe evidente chi è il più votato. Per salvaguardare il ruolo di "primate d'Italia" del pontefice tutto il materiale verrebbe trasmesso a Francesco, che potrebbe sempre scegliere liberamente.
La seconda proposta viene dal fronte, che in tutti modi vuole resistere all'opzione maggioritaria equindi vuole annacquare il più possibile il modello, che prevede che un vescovo o cardinale - sulla base del consenso raccolto intorno alle proprie idee - sia effettivamente "rappresentativo" dell'episcopato italiano. Perciò sulla base dei nomi emersi nella consultazione di base previa, l'assemblea dovrebbe scegliere addirittura una "quindicina di nomi" da sottoporre al papa. Una rosa abnorme, che non trova riscontro nemmeno nella tradizione ecclesiastica. I nunzi, che indagano sulle qualità di un futuro vescovo, mandano in Vaticano una rosa di tre nomi. E certi capitoli di cattedrale, che hanno il privilegio di scegliersi il vescovo autonomamente, propongono una rosa di tre, al massimi cinque nomi.
Un ulteriore affinamento delle proposte è atteso però per marzo, al prossimo Consiglio permanente della Cei. E poi c'è sempre il dibattito e il voto delle soluzioni definitive all'assemblea generale di maggio. Papa Francesco, che in cuor suo pensa all'arcivescovo di Perugia Bassetti - che non a caso ha creato cardinale - come al futuro presidente di una Cei riformata, intanto lascia che la consultazione interna proceda. Il papa è convinto che le innovazioni arrivino nel corso di un "processo", che ha i suoi tempi..
LA SCOSSA, da lui data alla Cei, ha già prodotto alcuni risultati. Primo, si afferma il principio che tutti i vescovi hanno il diritto di partecipare all'indicazione del presidente Cei. Secondo, è emersa una "diffusa domanda di revisione delle modalità di lavoro" della conferenza episcopale. Si chiedono ordini del giorno più snelli per le assemblee, con materiali mandati in anticipo ai vescovi, con l'agenda concordata con le conferenze episcopali regionali. Ultima novità, la richiesta che la prolusione non sia più preparata in solitudine dal cardinale presidente, ma sulla base di contributi dei presidenti delle conferenze episcopali regionali. È tutto l'impianto verticistico della Cei, che vacilla. Intanto si attendono le nuove linee guida sugli abusi sessuali. Quelle vecchie erano scarne in maniera imbarazzante. Il Vaticano le ha corrette. Ma non ci sarà l'obbligo per i vescovi di denunciare i preti criminali.