Il Panzerkardinal che salvo' la Chiesa dalla paralisi

11-02-2014 - Notizie

Il Panzerkardinal che salvò la Chiesa dalla paralisi di Marco Politi

in "il Fatto Quotidiano" del 11 febbraio 2014

Un anno dopo quell'11 febbraio, che ha cambiato la storia del papato e rivoluzionato la Chiesa cattolica, c'è una sola parola che si può rivolgere a Benedetto XVI: "Grazie!". Grazie per avere permesso con il suo gesto umile, nobile, lucido e coraggioso la svolta, che ha portato all'elezione di papa Francesco.
C'è un'espressione tedesca "Selbstlos", che significa "privarsi di sé". È più forte dell'italiano
"disinteressato", perché implica la forza di sapersi spogliare dell'attaccamento, che ognuno prova per se stesso.
Benedetto XVI la mattina dell'11 febbraio, spogliandosi del manto papale di fronte ai cardinali, ha dato prova di questa forza. Il destino di Ratzinger è sempre stato di essere incasellato in caselle stereotipe. Ha avuto lodatori ciechi che per opportunismo hanno taciuto quando le cose non andavano, e che oggi con disinvoltura passano dai contenuti dell'era ratzingeriana ai concetti di Bergoglio come se si trattasse di un cambio di menù stagionale. E avversari per partito preso, prigionieri dell'immagine di Panzekardinal a lui affibbiata.
Joseph Ratzinger ha avuto una ricchezza di pensiero, che sarà ricordata per il suo sforzo di coniugare fede e razionalità, rifuggendo da ogni patologia integralista, e di riflettere sul ruolo del cristianesimo come forza di minoranza attiva in una società secolarizzata sull'urgenza di trasmettere al mondo contemporaneo un messaggio primario: "Dio è amore e Gesù il suo volto". Altri aspetti della sua dottrina - a cominciare dai principi cosiddetti non negoziabili - sono stati ampiamente criticati. Ma quello che conta nell'anniversario della sua rinuncia è il percorso del personaggio storico. Benedetto XVI aveva ed ha molte doti: di teologo, predicatore e pensatore. Non aveva il carisma del governante. La politica è un'arte come saper suonare il pianoforte. Ratzinger non la
possedeva come Pio XII o Paolo VI o Giovanni Paolo II (ognuno con il suo taglio particolare). Meno che mai era attrezzato nell'arte di padroneggiare le crisi. E tuttavia, nel momento in cui si è reso conto che il governo centrale della Chiesa cattolica stava entrando in una paralisi distruttiva, Benedetto XVI non si è aggrappato alla carica confidando nella tradizione che la vuole eterna (finchè morte non intervenga). Non si è chiuso in un atteggiamento rancoroso, dando la colpa agli altri e autoassolvendo se stesso. Ha tratto le conseguenze, con senso del dovere tedesco così come per senso del dovere - e non per ambizione - aveva accettato l'elezione papale da lui non cercata bensì subita. La lucidità del suo gesto consiste nell'aver demitologizzato la carica papale e nell'aver ridato la parola all'unico corpo elettorale che esiste nella Chiesa cattolica: il collegio cardinalizio. Senza la sua abdicazione i cardinali - la maggioranza dei quali vescovi residenziali nelle più varie
nazioni - non avrebbero avuto la libertà di fare un esame critico spassionato dello stato della Chiesae della Curia e non avrebbero avuto la spinta a cercare un pontefice, uscendo dai confini ormai angusti dell'Europa. Il conclave del 2013 ha mondializzato la Chiesa e l'aver permesso la svolta epocale, sacrificando se stesso, è merito di Ratzinger. Cadde un fulmine la sera dell'11 febbraio proprio sulla cupola di San Pietro. La foto sembrò testimoniare l'evento inaudito, perché dal medioevo in poi non si era più assistito a dimissioni di un pontefice e una commissione segreta, istituita da Giovanni Paolo II, aveva sconsigliato decisamente l'ipotesi.
Doveva essere una giornata di routine, con un discorso normalissimo di Benedetto XVI al
concistoro dei cardinali in vista della canonizzazione dei martiri d'Otranto uccisi dai turchi più di mezzo millennio prima. Discorso di routine, che la vaticanista dell'Ansa Giovanna Chirri seguì dal suo box in sala stampa vaticana - gli occhi fissi su un piccolo schermo televisivo - senza cedere alla noia.
E fu la sua giornata di gloria, perché dopo il discorso ufficiale Benedetto XVI si fece dare un foglietto e cominciò a leggere in latino l'atto di rinuncia e la Chirri non si lasciò sfuggire la parola "ingravescente aetate... l'avanzare dell'età" e capì che stava succedendo l'impensabile. Cogliere in un lampo la notizia storica, valutarla, ottenere la conferma e trasmetterla per primi è il massimo che un giornalista possa fare. Giovanna Chirri alle ore 11,46 annunciò al mondo la fine del pontificato ratzingeriano. Prima assoluta rispetto a tutti i media. Meno ferrati della Chirri, in quel momento molti cardinali nella sala del concistoro non capirono bene di che si trattava. Benedetto XVI parlava a bassa voce, in fretta, con frasi smozzicate e il latino per molti era un ricordo d'altri tempi. Compresero solo quando il cardinale Sodano, decano del collegio cardinalizio, fece un breve discorso di replica costernato.
Un mese dopo, cinque votazioni di conclave cancellarono ogni ipotesi di papa italiano o europeo. Si scelse l'arcivescovo di Buenos Aires, che per settimane nel pre-conclave non era stato quotato come papabile. L'eletto è andato al di là delle previsioni dei suoi elettori. Non si è limitato a un programma di snellimento della curia e di riordino della banca vaticana. Francesco ha cambiato l'approccio della Chiesa alla società contemporanea e ai problemi del fedeli, specie in campo sessuale, sta creando un papato in cui gli episcopati del pianeta partecipano alle scelte strategiche della Chiesa, ha posto il problema della donna nei centri decisionali ecclesiali. E non è finita.