Venti anni dopo, il papa ai mafiosi: 'Convertitevi'

22-03-2014 - Notizie

Venti anni dopo, il papa ai mafiosi: "Convertitevi" di Valeria Pacelli

in "il Fatto Quotidiano" del 22 marzo 2014

Convertitevi. Rimbombano forti, nella Chiesa di San Gregorio VII a Roma, le parole di Papa Francesco rivolte "agli uomini e alle donne mafiosi". A distanza di venti anni, la Chiesa torna a parlare alle organizzazioni criminali. Nel 1993 lo aveva fatto Papa Wojtyla. Adesso tocca a Bergoglio, si rivolge anche chi, solo pochi giorni fa, ha sparato a Taranto, uccidendo anche il piccolo Francesco che ancora non compiva 3 anni. "Il potere, il denaro che voi avere adesso da tanti affari sporchi, da tanti crimini mafiosi è denaro insanguinato, - afferma Papa Francesco - è potere insanguinato (..) Che il senso di responsabilità piano piano vinca sulla corruzione, in ogni parte del mondo". Mentre Bergoglio parla, la chiesa è stracolma. L'ASSOCIAZIONE Libera ha organizzato la veglia di preghiera per la XIX Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. E ci sono più di novecento persone, la maggior parte parenti di chi ha visto i propri cari morire per mano mafiosa. C'è anche Don Ciotti - fondatore di Libera - che dopo aver abbracciato il Papa afferma con forza: "Non sempre la Chiesa ha mostrato attenzione alle vittime delle mafie e al fenomeno della criminalità. Non sono mancati eccessi di prudenza e sottovalutazione, ma per fortuna c'è stata anche tanta luce. (..) Ma non basta.
Caro papa Francesco, il 70% dei familiari delle vittime di mafia non conosce la verità. Penso ad Attilio Manca, a Ilaria Alpi". E fra le vittime, 80mila sono bambini. Domenico, o Dodò per chi lo conosceva, sparato nel 2009 mentre giocava a calcetto con il papà è solo un esempio. Ce ne sono tanti altri ancora. Grandi e piccini, oppressi da quelle organizzazioni che operano indisturbate nei territori in cui lo Stato è del tutto assente. Dopo la strage di Taranto, il ministro Alfano aveva detto: "lo Stato c'è", ma non bastano 83 uomini delle forze dell'ordine inviate dal Viminale per far sentire la presenza delle istituzioni. E lo sa bene chi ogni giorno prova a rendere il proprio comune o regione più vivibile, lontano dalle minacce. Sono i sindaci e gli amministratori locali finiti sotto tiro
delle cosche. Gli stessi che hanno subito a Rosarno la distruzione delle proprie terre, che hanno visto i proprio cinema incendiati - come è accaduto in provincia di Avellino - o che hanno visto bottiglie incendiarie raggiungere le discariche comunali, come in provincia di Reggio Calabria. Le loro storie non sempre finiscono sulle pagine dei quotidiani, se non nelle edizioni locali. E di loro molti si dimenticano, Stato compreso. Solo nel 2013, ci sono stati 351 atti di intimidazioni e di minaccia nei confronti di amministratori e funzionari pubblici. In media 29 attentati al mese, praticamente uno al giorno. A rendere pubblici questi numeri è Avviso Pubblico, un'associazione nata con l'obiettivo di organizzare gli amministratori che si impegnano nella diffusione della cultura della legalità. Sono dati preoccupanti soprattutto se si pensa che il numero è cresciuto negli ultimi anni in maniera esponenziale. Rispetto al 2010, c'è stato un aumento del 66 per cento dei casi di
intimidazioni. Il primato se lo aggiudica la Puglia. E se nel mezzogiorno si tratta di episodi quasi quotidiani non meno preoccupante è la situazione in altre regioni. Come nel Lazio, dove i casi sono passati da 5 nel 2010 a 15 nel 2013. Al nord, in Lombardia, le intimidazioni sono aumentate del 12 per cento, con quella mafia che ha trovato negli ultimi anni nuovi sbocchi per i propri affari. E così Calabria, Lazio, Piemonte e Sicilia, e le regioni tutte, vivono realtà simili. Perché quando si tratta di mafie la nostra Italia è davvero una unita.