LA CHIESA DELLA SOGLIA

04-04-2014 - Notizie

LA CHIESA DELLA SOGLIA
Intervista al teologo Don Severino Dianich
a cura di Paolo Boschini, in Missione oggi, 2/2014

Negli ultimi anni, il teologo don Severino Dianich è intervenuto spesso sulla relazione tra Chiesa, società e stato nelle odierne condizioni di pluralismo e laicità. Ultimamente, ha riportato la sua riflessione sulle forme di chiesa, in ordine all'annuncio evangelico. Lo abbiamo invitato a rispondere sui nuovi soggetti della missione evangelizzatrice della Chiesa, specialmente nelle terre di più antica tradizione cristiana.

Quali sono i tratti salienti del contesto in cui la Chiesa è chiamata a compiere la sua missione oggi in Europa?
La società odierna è variegata, culturalmente laica e plurale, multireligiosa, democratica. I battezzati sono di fatto una minoranza. I movimenti migratori, in atto nei paesi di antica tradizione cristiana, li mettono quotidianamente a contatto con uomini e donne di altre religioni. I processi di secolarizzazione fanno loro incontrare persone prive di credenza religiosa o scettiche circa la possibilità di vivere la propria fede dentro la Chiesa cattolica. Non di rado tra gli stessi credenti si registrano posizioni motivate di dissenso nei confronti della gerarchia cattolica e del suo insegnamento. Tutto ciò ci chiede di abbandonare il presupposto di rivolgerci alla popolazione del nostro territorio, come se fosse in maggioranza radicata nella vita cristiana, oppure di comunicare la fede come se essa consistesse in precetti e imperativi etici. In termini positivi, noto che la società è disposta a accettare proposte sensate di fede, quando vengono formulate con un linguaggio semplice e concreto, frutto di un comune modo di sentire l'umanità.

In questo contesto, quale stile e quale forma la Chiesa è chiamata ad assumere per compiere la sua missione?
La forma della Chiesa non dipende prima di tutto dal contesto, ma da quell'atto personale e libero che è l'opzione di fede, frutto dell'adesione al Vangelo. Dal dinamismo dell'atto di fede discende lo stile e la forma della Chiesa. Essa esiste per il mondo che è chiamata a servire: testimonia in esso il Vangelo nella ricerca concreta della giustizia e della pace. Il ministero episcopale, poi, garantisce la continuazione della missione storica di Gesù nel consorzio umano locale: una missione che configura la Chiesa come aperta all'accoglienza di chiunque, anche degli esseri umani più individualisti e critici, così come dei credenti più tiepidi o di quelli più incoerenti. Dobbiamo onestamente riconoscerlo: il modello di una Chiesa che si pensi e organizzi come una realtà autoreferenziale, non corrisponde al Vangelo. Sarebbe una Chiesa che, in chi non ne fa parte o in chi non crede, suscita l'impressione di essere una realtà arcaica e avulsa dalla vita quotidiana. Anche se godesse di audience presso i potenti di turno, i suoi perentori interventi pubblici finirebbero per alzare muri di incomunicabilità con la gente. L'alternativa è tra una Chiesa che vince e una che convince.

Quindi, è la Chiesa stessa il nuovo soggetto della missione?
Sì, la Chiesa locale, riunita intorno al suo vescovo, è il soggetto della missione. Cinquant'anni fa, il Concilio ha restituito alle Chiese locali il diritto di organizzare missioni in altri territori: un diritto che il Codice di diritto canonico del 1917 riservava alla Santa Sede. Lumen gentium 33 specifica che l'apostolato è vocazione di tutti i cristiani, i quali in forza del battesimo partecipano in modo sostanziale alla missione della Chiesa. La Chiesa locale evangelizza grazie a una forma istituzionale e organizzativa di tipo plurale, perché deve tenere conto della diversità non solo dei destinatari, ma anche degli annunciatori. È una pluralità sinfonica. Apostolicam actuositatem 2 afferma che la diversità di ministero implica l'unità di missione. Più che in passato, oggi le Chiese locali hanno bisogno di riconcentrarsi sulla missione, anche attraverso un ripensamento dei loro rapporti con la società, adottando un profilo più basso. Infatti, riattivare le dinamiche dell'evangelizzazione non richiede l'invenzione di nuove strategie pubbliche, ma di potenziare le vie dell'incontro interpersonale. La nuova forma pubblica della Chiesa dovrà essere più aperta: offrire a tutti spazio di accoglienza e dialogo, dove il racconto dei sentimenti e degli affetti prevalgano sulla razionalità asettica della dottrina. Il teologo Congar, uno dei padri dell'ecclesiologia conciliare, parlava di "Chiesa della soglia", i cui confini sono più indeterminati; abitata anche da persone con una fede incerta, dubbiosa, poco ortodossa. Ma anche una Chiesa capace di costruire ponti tra l'oggettività della sua dottrina teologica, morale e liturgica, e la soggettività variegata di coloro che bussano alla sua porta, in cerca di Dio e della parola evangelica. Tutto ciò è molto nuovo per noi; e profondamente antico per la fede cristiana.

Quando si parla di nuovi soggetti della missione, di solito si pensa al carisma dei nuovi movimenti ecclesiali. Che ruolo hanno nell'evangelizzazione?
I movimenti ecclesiali sono un fenomeno relativamente nuovo, ma non sono privi di analogie con realtà antiche, medievali e moderne, come il monachesimo, gli ordini mendicanti, gli istituti di vita consacrata. Le differenze sono comunque maggiori delle somiglianze. Si presentano come libere aggregazioni di fedeli, numericamente consistenti e dotate di un'organizzazione interna robusta ed elastica, capace di muoversi agevolmente anche a livello internazionale. Ma oggi il protagonismo dei movimenti in quanto tali nei paesi di antica tradizione cristiana apre un importante problema. Lo dico in parole semplici: di fronte alla fine del cristianesimo di massa, quale forma la Chiesa è chiamata ad assumere? Sarà Chiesa di popolo o di élite? Di fronte alla passività abitudinaria e rassegnata di molti pastori e fedeli, perché non consegnare il Vangelo - la sua custodia e la sua diffusione - a élites illuminate e vivaci? Questo dilemma pone in discussione la nostra idea di carisma. Lumen gentium 32 insiste sul carisma fondamentale comune: la dignità di tutti i fedeli, sulla quale si basa l'unità della Chiesa. Sarebbe invece un grave errore pensare il carisma come un additivo della fede, riservato a alcuni cristiani spiritualmente illuminati. Ciò contiene la tentazione di considerare la propria esperienza di fede come la migliore. Questo è il rischio che corrono taluni movimenti ecclesiali, quando rispondono al carisma del fondatore prima e più che a quello comune dei battezzati: sentirsi come la forma autentica della Chiesa. Se questa idea elitaria del carisma avesse la meglio, la forma comunitaria della Chiesa perderebbe la sua ricchezza, che consiste nell'essere un luogo in cui ciascuno può vivere la fede nella comunione concreta con tutti gli altri fedeli. La fede che genera la comunione ecclesiale impone a tutti i cristiani il rispetto delle scelte che altri fedeli stanno facendo in maniera diversa dalla propria, specialmente in campo sociale e politico. Lo proclama senza mezzi termini Gaudium et spes 43: "Nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa". La Chiesa missionaria è sempre una Chiesa di popolo, in cui la verità si manifesta come plurale e sinfonica. Perciò è una Chiesa capace di tenere aperte le vie del dialogo e di mantenere la sua proposta di fede libera dal perseguimento di interessi non strettamente inerenti all'annuncio del Vangelo.

E se questo carattere di Chiesa-popolo di Dio non viene attuato con rigore?
Si rischia di scivolare da una concezione elitaria della Chiesa a una forma-setta, in senso sociologico. Una Chiesa all'insegna del radicalismo etico e dell'intransigenza dottrinale, caratterizzata da tendenze esclusiviste, che si manifestano in forme di iniziazione e in linguaggi di tipo esoterico.

I nuovi movimenti ecclesiali avranno comunque degli aspetti positivi, che danno ragione del credito di cui godono nell'attuazione della missione?
È fuor di dubbio che le libere aggregazioni di fedeli laici offrono una qualità spirituale mediamente superiore a quella che si registra nelle comunità parrocchiali e diocesane. Conducono l'evangelizzazione con un linguaggio più efficace e con uno stile contrassegnato da un forte attivismo. Il loro vivace dinamismo non passa inosservato sulla scena pubblica. Dimostrano coraggio nel proporsi nei paesi di antica tradizione cristiana come la punta avanzata della nuova evangelizzazione e inviando missionari nelle terre evangelizzate più di recente.

Tuttavia, mi sembra di capire, che questi elementi positivi non sono sufficienti perché si possano riconoscere i movimenti ecclesiali come nuovi soggetti di evangelizzazione...
C'è una questione sostanziale: perché queste libere aggregazioni di fedeli vivono e operano in modo autonomo rispetto alle Chiese locali? La loro trasversalità non è nuova nella storia della Chiesa: l'ho già detto prima. Il problema dei movimenti è quello della loro armoniosa integrazione nella vita e nella missione della Chiesa locale. Godono spesso di una veste giuridica che li esonera dalla giurisdizione dei vescovi e li pone alle dirette dipendenze del papa, come se fossero istituti di vita consacrata. Espandono e irrobustiscono i legami tra le loro comunità sparse nel mondo. Conseguentemente, si muovono con indipendenza rispetto alla Chiese locali e ai loro vescovi. Hanno proprie celebrazioni, secondo un proprio stile, ben differente da quello parrocchiale e diocesano. Sembrano proliferare traendo vantaggio dalla diffusa frammentazione dell'appartenenza ecclesiale e dal faticoso coordinamento dell'azione pastorale a livello diocesano.

Quali tratti salienti intravvede in questa deriva movimentista dell'evangelizzazione?
Non parlerei di "deriva movimentista dell'evangelizzazione": questa in realtà non può che giovarsi dell'azione dei movimenti. Direi che bisogna, però, avere attenzione ad alcune derive che possono determinarsi qualora si faccia dei movimenti una specie di soggetto privilegiato dell'evangelizzazione. Anzitutto, viene riproposto un modello missiologico a lungo collaudato nell'evangelizzazione dei nuovi mondi, ma oggi superato. Questo paradigma distingueva le terre cristiane da quelle che non lo sono ancora e pensava che la missione consistesse nel portare il Vangelo in un paese non cristiano. Oggi per tenere in vita questo modello missionario, servono ingenti risorse economiche, con le quali fare funzionare strutture organizzative di prim'ordine. I movimenti paiono disporne, come pure possono contare su persone profondamente motivate, attrezzate per affrontare situazioni difficili. In secondo luogo, accade che taluni movimenti, per zelo missionario, gettino il Vangelo nell'agone della conflittualità culturale e politica, confondendo l'invito evangelico alla conversione e alla fede con l'aut-aut nei confronti di principi etici presentati come indiscutibili. Si ottiene l'effetto opposto a quello desiderato: si ostacola la comunicazione della fede. Non c'è bisogno di crociate a favore del Vangelo: la vita associativa dei battezzati avvince i suoi interlocutori tiepidi o scettici con la forza testimoniale dell'autenticità esistenziale.
Quali indicazioni concrete darebbe perché le Chiese locali diventino più efficaci soggetti di evangelizzazione?
Molto schematicamente direi di:
1. Promuovere e sostenere la maturazione cristiana di tutti i fedeli, ma in particolare degli adulti, favorendo la loro responsabilizzazione in ordine alla missione intesa come testimonianza quotidiana della fede.
2. Accettare che in molti cristiani di ritorno, la professione della fede non rimuove come d'incanto la frammentazione del progetto di vita, il sentire individualistico e tendenzialmente emozionale: situazioni esistenziali che ormai fanno parte del nostro modo di essere nella società tardo-moderna.
3. Valorizzare e rivitalizzare la dimensione territoriale della Chiesa locale, attraverso una seria revisione della pastorale parrocchiale, così da renderla capace di intercettare le domande e le aspettative anche di chi non possiede il linguaggio abituale della comunità cristiana.
4. Dedicare una profonda e costante attenzione a tutti coloro che non condividono la fede cristiana pur nutrendo curiosità e interesse nei suoi confronti o che non partecipano alla vita ecclesiale pur condividendone valori etici e istanze educative, ingaggiando con tutti costoro percorsi di dialogo amichevole e progetti di fruttuosa collaborazione.
5. Valutare la missione della Chiesa secondo criteri di fruttuosità interpersonale e sociale, e non di efficienza organizzativa e di visibilità pubblica.