Dopo la scelta di Brittany

06-11-2014 - Notizie

Dopo la scelta di Brittany:  polemiche, accuse, condanne...innanzitutto si richiede rispetto evitando crociate che  con il Vangelo non hanno nulla a che fare.

La Chiesa (nella persona di Mons.  Ignacio Carrasco de Paula, presidente della Pontificia accademia per la Vita) ha perso un'occasione per fare un po' di silenzio come invito a riflettere sul mistero della vita e della morte. Visioni e modalità diverse di affrontare la questione sul fine vita.  Di seguito la testimonianza di P. Carlo Maria Martini, di Beppino Englaro ì di don Di Piazza e gli articoli di Giannino Piana  e di don Giovanni Perini:

 

Così si era espresso in merito all'autodeterminazione il Card. Carlo Maria Martini:  "Circa le scelte da compiere: "occorre un attento discernimento che consideri le condizioni concrete, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. In particolare non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete, anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite, di valutare se le cure che gli vengono proposte sono effettivamente proporzionate".. .."In alcuni casi la sofferenza può essere davvero insopportabile. Qui è necessaria la terapia del dolore e molta comprensione per chi, entrato in una esistenza estrema se ne voglia liberare". ( Credere e conoscere - Carlo Maria Martini e Ignazio Marino - G. Einaudi Editore 2012) "

E scrivendo dello zio Carlo Maria, la nipote così si è espressa: "Con la consapevolezza condivisa che il momento si avvicinava, quando non ce l'hai fatta più, hai chiesto di essere addormentato. Così una dottoressa con due occhi chiari e limpidi, una esperta di cure che accompagnano alla morte, ti ha sedato..." (Giulia)


Beppino Englaro, a dopo anni dalla morte della figlia Eluana continua la sua lotta perché venga fatta una legge sul testamento biologico e sul diritto del malato alla autodeterminazione.
«Lasciate che la morte accada, se non si possono escludere sbocchi di vita senza limiti. Leonardo Sciascia scrisse: "In certe situazioni, non è la speranza l'ultima a morire, ma è il morire l'ultima speranza". È la vittoria dei principi di libertà e della non discriminazione. Chiedere di essere lasciati morire non nasce dall'amore per la morte, ma dall'amore per la vita».
(Englaro)


Don Pierluigi Di Piazza, friulano (Zugliano), fondatore del "Centro P. Ernesto Balducci", prete dal 1975, ha vissuto da vicino la vicenda della famiglia Englaro e del percorso lungo e travagliato del papà di Eluana, e ancora oggi esprime sgomento di fronte agli interventi scomposti e strumentali della politica (che dovrebbe legiferare senza calcoli e opportunismi) e di una parte della Chiesa ufficiale, che vuole interferire sentenziando e condannando anziché avvicinarsi con grande discrezione alla vita delle persone soprattutto quando è segnata da tragedie e sofferenze, usando semmai comprensione anche quando non se ne condividono le scelte. Compito di tutti soprattutto se credenti.

 

         Potrebbe giovare la lettura di quanto scrisse il Teologo Giannino Piana

 

                                                     in "Rocca" n° 4 del 15 febbraio 2011

 

Chi decide della mia morte?                                    

           

 

L'accoglienza da parte del tribunale di Firenze della petizione fatta da un signore settantenne (sostenuto dalla figlia avvocato) di usufruire dell'amministratore di sostegno - figura istituita nel gennaio 2005 dal legislatore allo scopo di fornire un'assistenza di carattere economico - per rifiutare, nel caso di stato di incoscienza, alcuni trattamenti medici, ha suscitato (e non poteva che suscitare) reazioni contrastanti, riportando alla ribalta l'annosa questione delle scelte relative alle situazioni di fine vita. Le difficoltà della politica a legiferare - si pensi soltanto al faticoso iter della legge sul «testamento biologico», approvata dal Senato in una forma considerata da molti (giustamente) insoddisfacente e da tempo in attesa di essere discussa dalla Camera - spinge la

magistratura, pressata da richieste sempre più insistenti, a fare opera di supplenza. Al di là degli inevitabili conflitti che questo produce e che sono, in primo luogo, addebitabili all'inefficienza della politica, la sentenza, anticipata peraltro da un'altra analoga del tribunale di Modena del 2008, merita di essere fatta oggetto di attenta considerazione, soprattutto per gli importanti risvolti di carattere etico.

 

oltre l'eutanasia e l'accanimento terapeutico

 

Sul piano strettamente giuridico, le motivazioni di fondo che stanno alla base del giudizio espresso dal tribunale fiorentino vanno rintracciate negli indirizzi di ordine generale contenuti nella Costituzione, in particolare all'art. 32, dove si afferma con chiarezza il diritto di ogni cittadino a scegliere quali trattamenti sanitari accettare e quali rifiutare. Questo diritto ha ricevuto, a partire dagli anni '70 del secolo scorso, un forte avallo, sul terreno etico, dall'introduzione del principio di autonomia (o di autodeterminazione), che ha assunto un ruolo sempre più centrale nell'ambito della bioetica, fino ad essere interpretato da alcuni (non del tutto correttamente) come l'unico principio al quale fare riferimento nelle scelte relative alla gestione della salute. La libera decisione del paziente circa le cure cui essere o non essere sottoposto ha pertanto il significato di un imperativo morale e

giuridico al quale non è possibile derogare. L'esercizio legittimo di tale decisione deve tuttavia svilupparsi entro i limiti fissati dal sistema giuridico del nostro paese, che rifiuta tanto l'eutanasia quanto l'accanimento terapeutico. In ambedue i casi il valore che si intende tutelare è quello della vita umana, la quale non è riducibile al solo dato biologico, ma è «vita personale», che esige come tale una specifica attenzione agli aspetti qualitativi. La condanna dell'accanimento terapeutico non è forse motivata da questa considerazione? Il fatto che esso sia ritenuto come un vero e proprio attentato alla vita, non dipende dalla constatazione che il prolungamento della vita biologica avviene, in questo caso, a scapito della vita personale (e relazionale), la quale finisce per essere

radicalmente dequalificata? La preoccupazione da cui muove la richiesta del signore settantenne al quale qui ci si riferisce è di evitare di incorrere in tale situazione. Il rapido e consistente progresso tecnologico in campo biomedico se ha infatti contribuito, da un lato, a debellare malattie un tempo letali - e come tale costituisce un importante contributo alla promozione umana - ha, dall'altro, provocato l'insorgere di nuovi problemi legati in particolare alla possibilità di forme di sopravvivenza del tutto artificiali, destituite di ogni dimensione autenticamente umana. Il rispetto del «naturale percorso biologico», che viene invocato come antidoto all'eccesso di manipolazione presente in alcune situazioni di fine vita, reclama la fissazione di un limite (mai definibile peraltro a priori e una volta per tutte) all'intervento dell'uomo. Il concetto di «natura», al quale spesso ci si riferisce per determinarlo, rimane, per molti aspetti, equivoco: il morire (come del resto il nascere) è

andato soggetto da sempre a profonde mutazioni culturali. Questo non significa che tutto sia riducibile a «cultura»; esiste infatti un nucleo di «naturalità» del morire che va salvaguardato, se si vuole conservare alla morte, che è l'atto supremo della vita, la dignità che le compete.

 

di quali trattamenti si tratta?

 

La domanda che immediatamente sorge e alla quale occorre rispondere è allora: quali sono i trattamenti che l'amministratore di sostegno è autorizzato a far sospendere? La sentenza del tribunale di Firenze include tra questi anche la nutrizione e l'idratazione. Ora proprio attorno a questi due trattamenti si è aperto da tempo nel nostro paese un ampio dibattito pubblico, divenuto particolarmente acceso nel corso delle ultime fasi della vicenda di Eluana Englaro; dibattito che ha sollecitato la presentazione del disegno di legge sul testamento biologico, approvato finora - come si è accennato - da un ramo del Parlamento. La contrapposizione di fondo immediatamente emersa, che è stata (ed è tuttora) causa di aspri conflitti, verte anzitutto sulla «natura» dei due trattamenti enunciati. Vi è infatti chi ritiene che «nutrizione» e «idratazione» costituiscano un «sostegno vitale», al quale non si può (e non si deve) mai derogare - si incorrerebbe altrimenti nella «eutanasia passiva» -; e chi, al contrario, sostiene trattarsi di interventi curativi, come tali da sottoporre alla libera decisione del paziente o, nel caso qui preso in esame, non potendo esprimere il paziente il proprio parere, alla decisione dell'amministratore di sostegno.

Entrambe le posizioni, per quanto contengano aspetti indubbi di verità, risultano viziate - ci pare - da visioni unilaterali. È fuori dubbio infatti che, sul piano antropologico, nutrizione e idratazione rappresentino una forma di sostegno vitale della persona, e che non si possa pertanto parlare di cura in senso terapeutico e neppure palliativo; ma è altrettanto indubbio che, in alcuni casi, esse comportino l'esercizio di un vero e proprio «atto medico», esigendo per essere somministrate persino un intervento chirurgico. Posta in questi termini la questione non può che determinare una situazione di stallo senza via d'uscita.

Per superare questa impasse occorre allora - come già altre volte si è suggerito - riportare la discussione nell'ambito che le è proprio, nel quadro cioè delle «questioni di frontiera», che si situano in quella zona grigia che sta tra «eutanasia passiva» e «accanimento terapeutico»; questioni la cui soluzione va, di volta in volta, ricercata ricorrendo al criterio di proporzionalità. La mancata somministrazione di «nutrizione» ed «idratazione» può assumere, in alcuni casi, il carattere di «eutanasia passiva» (cioè di omissione di soccorso), quando ci si trova in presenza di soggetti che hanno ancora buone possibilità di vita in condizioni umanamente dignitose; è destinata invece a

provocare, in altri casi, «accanimento terapeutico», quando implica semplice prolungamento sul piano biologico di una vita destituita ormai di significato umano. La proporzionalità è dunque tra il fine che si persegue e il mezzo che si usa per perseguirlo, dove il fine ha senza dubbio il primato e dove il mezzo non sfugge tuttavia al giudizio morale, non è cioè del tutto «neutro» bensì va rapportato al fine nello sforzo della ricerca del «bene possibile» (non di quello assoluto mai raggiungibile) e talora semplicemente del «male minore».

 

alcune condizioni da verificare

 

In questo contesto la sentenza di Firenze acquisisce un indiscutibile valore non solo sul piano giuridico ma anche etico. Essa deve tuttavia sottostare, per diventare concretamente fruibile, a due condizioni, che non sembrano sufficientemente da essa considerate. La prima consiste nell'accertamento che la consegna affidata all'amministratore di sostegno esprima un orientamento di massima, e non assuma invece il carattere apodittico di un'azione da eseguire a prescindere da qualsiasi circostanza. Il criterio di proporzionalità può infatti essere applicato soltanto laddove sussiste questa duttilità, la quale consente il confronto tra la volontà del paziente e la peculiarità della sua situazione. La definizione di una casistica dettagliata, da alcuni auspicata, oltre a risultare impossibile per l'estrema varietà delle situazioni soggettive, è anche rischiosa, perché non può tener conto dell'evoluzione dei processi in campo medico, e perciò della possibilità

che vengano sperimentati nel frattempo nuovi trattamenti precedentemente non previsti né

prevedibili. La seconda condizione, peraltro strettamente connessa a quella precedente, è il rispetto del ruolo del medico, il quale deve poter interagire con l'amministratore di sostegno, portando il proprio contributo di competenza e di esperienza e favorendo in tal modo la ricerca della soluzione migliore. All'atteggiamento paternalistico del passato che faceva del medico l'unico decisore, anche per l'abitudine dei pazienti alla delega, non può (e non deve) sostituirsi l'atteggiamento opposto, che lo riduce a semplice esecutore di ordini impostigli dal paziente o dall'amministratore di sostegno. Ciò infatti, oltre a favorire il dilatarsi (giustificato) dell'obiezione di coscienza da parte del medico, ha soprattutto come esito la rinuncia a perseguire il bene del paziente. Soltanto la creazione di un rapporto di fiducia tra medico e amministratore di sostegno nel segno dell'alleanza terapeutica rende

dunque possibile una corretta applicazione della sentenza.

L'assegnazione all'amministratore di sostegno di una funzione determinante come quella

riconosciutagli dal tribunale fiorentino e soprattutto l'introduzione del testamento biologico

costituiscono importanti passi avanti nel processo di umanizzazione della morte, oggi

paradossalmente minacciata anche dall'avanzare del progresso tecnico. Non si può ignorare tuttavia che tali strumenti sono ancora appannaggio di pochi privilegiati: nel primo caso - quello dell'amministratore di sostegno - perché la possibilità di far valere il proprio diritto presuppone, oltre alla presenza di un certo livello culturale, una buona disponibilità economica e il sostegno di competenze specifiche (non è da sottovalutare il fatto che il settantenne che si è rivolto al tribunale fiorentino fruisse dell'aiuto di una figlia avvocato); nel secondo - quello del testamento biologico - perché il ricorso ad esso - lo confermano i dati sociologici dai quali risulta che nei paesi più evoluti dove è già da molti anni entrato in vigore solo una percentuale ridotta della popolazione (circa il 15%) lo utilizza - esige la maturazione di una particolare sensibilità alle questioni della vita e della morte ancora lontana dall'essersi affermata in termini diffusi. La via per la promozione di tali diritti - perché di diritti si tratta - è dunque irta di difficoltà e la meta ancora lontana. Il che rende evidente l'urgenza di una seria educazione che mobiliti le coscienze. Ma anche la necessità di un profondo rinnovamento strutturale che renda concretamente accessibile a tutti la possibilità di un effettivo esercizio della volontà dei pazienti.

                                                                                                             Giannino Piana

 

 

 

 

A seguito della serata con Englaro don Perini scrive:

Don Giovanni Perini: Beppino Englaro e don Pier Luigi Di Piazza

L'incontro avvenuto lunedì 12 marzo a Ronco di Cossato con il Signor Beppino Englaro e don Pier Luigi di Piazza ha posto tematiche e interrogativi delicati e di grande spessore, che per loro natura, soprattutto per il grande impatto emotivo, non potevano che suscitare reazioni contrastanti e divergenti. E questo è un bene generalmente, se si osserva una condizione di fondo che è la volontà di ascolto attento e rispettoso delle ragioni dell'altro, senza fare della situazione singola una legge universale.
A me pare che la stragrande maggioranza dei presenti abbia intuito o capito che bisogna rifarsi a una sottile, ma fondamentale distinzione tra la cura e l'accanimento terapeutico, condannato anche dalla Chiesa e della linea sottilissima che separa i due momenti. Intervenire a salvare una vita con buone possibilità di riprendere le funzioni vitali o impedire il processo della morte sono due cose chiare nella teoria, difficili e tormentate nella pratica. Né credo sia il caso di evocare scenari catastrofici che aprirebbero pratiche di libera e indiscriminata eutanasia.
Prima delle valutazioni delle scelte è necessario premettere una capacità empatica e un profondissimo rispetto del dolore degli altri. Saltare a conclusioni morali, vedendo solo colpe e peccati, non mi pare un atteggiamento evangelico, se si ricorda che il primo valore a cui un credente tiene è quello della persona, nella sua esistenza concreta. Sentire il dolore dell'altro rende cauti nel giudizio, se mai lo si deve proprio emettere. Un conto infatti è trovarsi a difendere valori in condizioni di normalità di esistenza, un altro è trovarsi a vivere tragedie dalle quali cercare uscite trasparenti e oneste. Dicono che anche Giovanni Paolo II abbia chiesto di essere lasciato morire in pace. Che sia vero o meno questa richiesta esprime il fatto che l'uomo non è totalmente passivo davanti alla sua morte e che un margine decisionale gli compete perché la morte, come la vita, è e rimane sotto la responsabilità della persona umana
Oggi poi il riferimento alla naturalità della morte, vale a dire al suo decorso naturale, è divenuto impossibile e su questo faremmo bene a rifletterci. Quale è il corso naturale della vita e della morte, quanto l'uomo può intervenire per modificarne gli esiti? Qui la distinzione fondamentale espressa con molta chiarezza dal Sig. Englaro è fondamentale: noi prendiamo pastiglie contro i diversi mali e dolori e interveniamo sul decorso naturale, ci sottoponiamo ae cure con strumentazioni supermoderne per eliminare il male che diversamente ci condurrebbe alla morte: c'è in tutto questo un senso di salvezza, di fuoriuscita dalla malattia, di miglioramento della situazione e della qualità della vita. Tutto questo è molto diverso dagli interventi che invece ritardano semplicemente il momento della morte e che è nel diritto della persona rifiutare. In questo senso l'autodeterminazione non ha nulla di immorale, come chi decide di ridurre di poco tempo l'allungamento della vita pur di non subire gravi menomazione del corpo.
In secondo luogo mi pare doveroso fermarci a riflettere sul fatto della inviolabilità della coscienza, soprattutto quando accetta dialogo e confronto ed è capace di valutare il pro e il contro delle situazioni. Bisogna ricordare che per un credente nemmeno il Magistero è superiore alla coscienza e soprattutto non ne sostituisce le decisioni. Il Magistero ha il compito di illuminare, indicare non di annullare la decisione di coscienza. Questo dice la più antica tradizione etica cristiana.
Ci è richiesto di avvicinarci in punta di piedi e con grande discrezione alla vita degli altri soprattutto quando è segnata da tragedie e sofferenze come quelle che abbiamo sentito raccontare. Non si possono dare risposte prima di avere ascoltato e capito le domande e su questi terreni siamo ancora troppo impreparati per emettere sentenze inappellabili. Chi in quei giorni ha parlato in nome della Chiesa si è preso una responsabilità enorme, che molti credenti, non meno credenti di chi ha parlato, non hanno in cuor loro condiviso e non mi riferisco solo a credenti del popolo, che si potrebbero facilmente disprezzare perché non informati sulle questioni teologiche, ma mi riferisco anche a preti e vescovi, la cui voce non verrà mai ascoltata, prevalendo esclusivamente quella di chi dispone di accesso ai mezzi di comunicazione.
Ci sarebbero ancora molte altre riflessione in merito, ma credo che non mancheranno le occasione di approfondimento.


Don Giovanni Perini