Alla Cei lo scontro Forte, se doveva essere la svolta post Ruini, non va

14-11-2014 - Notizie

Alla Cei lo scontro è Forte, se doveva essere la svolta post Ruini, non va

di Matteo Matzuzzi | 14 Novembre 2014 ore 06:30 Il Foglio

Roma. Da Assisi, sede dell'assemblea autunnale della Cei, assicurano che non s'è trattato di un voto contra personam, che Bruno Forte rimane uno stimato teologo e apprezzato vescovo, e che la bocciatura alla carica di vicepresidente della Conferenza episcopale italiana per il settore Centro è dovuta esclusivamente alla volontà di "far emergere figure nuove" in un episcopato italiano talmente numeroso che aveva impressionato perfino il Papa. Un paio di mesi dopo la sua elezione al Soglio di Pietro, infatti, Francesco aveva detto: "So che c'è una commissione per ridurre un po' il numero delle diocesi tanto pesanti. Non è facile, ma c'è una commissione per questo. Andate avanti". Certo, qualcuno tra i presuli ha ricordato maliziosamente che è la seconda volta consecutiva che Forte viene bocciato nella corsa alla vicepresidenza della Cei, e che dunque non può parlarsi di caso isolato. Cinque anni fa, infatti, fu superato sia da Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia poi fatto cardinale da Francesco nel suo primo e finora unico concistoro, sia da Vincenzo Paglia, allora vescovo di Terni e successivamente chiamato a Roma per presiedere il Pontificio consiglio per la famiglia.

La batosta per il capo della diocesi di Chieti-Vasto, però, stavolta ha fatto più rumore. Non tanto per la sconfitta contro mons. Mario Meini, guida della diocesi di Fiesole e non certo esponente di primo piano della Cei, quanto per la portata numerica della sconfitta: centoquaranta voti a Meini, solo sessanta a Forte in un ballottaggio che non ha avuto storia. E il tutto solo tre settimane dopo la chiusura del Sinodo straordinario sulla famiglia che proprio in Forte aveva avuto uno dei protagonisti principali, come segretario speciale e autore materiale della relazione intermedia contenente le ormai celebri aperture ai divorziati risposati e soprattutto alle coppie omosessuali poi bocciate dai circoli minori. Tesi talmente spinte che perfino il relatore generale, il cardinale ungherese Péter Erdo, aveva preso pubblicamente le distanze dal testo che egli stesso aveva letto davanti ai padri sinodali e in diretta televisiva. Eppure, nonostante il momento di massima visibilità, i confratelli italiani hanno voltato le spalle all'arcivescovo che da anni viene avvicinato a ogni diocesi più o meno prestigiosa che si renda vacante (oltre a Napoli, il suo nome era stato fatto per Venezia, prima che Benedetto XVI - udito il consiglio di Camillo Ruini e Giacomo Biffi - propendesse per il genovese Francesco Moraglia, e perfino per Milano, prima della decisione tutta ratzingeriana di mandare Angelo Scola).

Nell'urna si è manifestato segretamente il dissenso verso una linea che vuole archiviare definitivamente ciò che di ruiniano rimane nella Cei e sogna la rivincita della partita persa nel 2006, quando a Verona il cardinale Dionigi Tettamanzi tenne la relazione introduttiva del convegno ecclesiale delineando un superamento dello spirito che su impulso di Giovanni Paolo II aveva accompagnato la svolta di Loreto del 1985 poi messa in pratica dall'allora vicario di Roma. Relazione che fu accolta freddamente dalla platea dei vescovi. Lo storico progressista Massimo Faggioli, notava qualche tempo fa sul Foglio che uno è il tratto saliente dell'episcopato italiano dopo l'elezione di Francesco: "Non parlano, non manifestano il loro pensiero". Rare le eccezioni, e il motivo a giudizio di Faggioli è che "l'episcopato italiano è ancora sotto choc e forse sta aspettando che questo terremoto passi, o forse non sa cosa dire". Il silenzio, però, "è una forma di opposizione al Papa, o quantomeno una sorta di resistenza".