KOINONIA Forum num. 415

12-12-2014 - Notizie

FORUM 415

(6 dicembre 2014)

http://www.koinonia-online.it

Convento S.Domenico - Piazza S.Domenico, 1 - Pistoia

Tel. 0573/307769

 

Pistoia, 6 dicembre 2014

 

Cari amici,

         perdonate un po' di pubblicità, ma la circostanza va al di là della mia partecipazione, richiesta da Luciana Angeloni della Comunità dell'Isolotto: si tratta di una occasione propizia per incontrarci e confrontarci con Giovanni Franzoni sia attraverso il suo libro e sia di persona. Di lui ci siamo interessati in Koinonia-forum 396 e su Koinonia-periodico, ma è importante che il discorso che egli suscita con la sua testimonianza diventi di interesse comune: si tratta infatti del fenomeno "comunità di base" che non possiamo archiviare come "moda" tramontata, ma che va inteso  e preso come "segno dei tempi" sempre da interpretare  e da rilanciare, al di là della supponenza di chi lo ha marginalizzato  e anche della stanchezza di chi ci ha creduto. L'istanza che ha generato questo fenomeno,. Infatti,  è più che mai viva, magari in versione riveduta e corretta, e chi se ne è  fatto interprete fino ad ora, non può non far sentire la propria voce, pur da posizioni di marginalità istituzionale. Soprattutto in un tempo che proprio dal centro siamo  sollecitati ad andare nelle periferie!

 

Ecco allora il programma  dell'incontro previsto il 16 di dicembre, corredato di un passo del libro in questione. Da parte mia, mi permetto di riportare la "Lettera aperta" a Giovanni Franzoni già diramata, per consentire una partecipazione a distanza dei tanti che non saranno presenti all'incontro. Rispetto ai problemi sollevati al momento in cui scrivevo la lettera - che peraltro restano vivi - aggiungerei qualche considerazione suggerita dalla piega che sta prendendo la riflessione nel nostro cammino, e cioè quella di riconoscere alla Cena del Signore e all'Eucarestia non solo una centralità di valore, ma  il ruolo di  "segno di contraddizione".  

 

Una rilettura del libro di G.Franzoni lascia capire che tutta la vicenda si sviluppa come evoluzione della Assemblea liturgica da cui è nata e che porterà ad una Comunità che vive grazie e in obbedienza al comando di Gesù "Fate questo in memoria di me". Non è per portare acqua al proprio mulino, ma se c'è qualcosa che come denominatore comune ha dato vita ed alimentato le comunità di base è senza dubbio l'Eucarestia, anche se diversamente intesa e celebrata! Avremo modo di riparlarne, ma intanto non diamo per scontato il "mistero della fede" perché non diventi tabu di segno opposto sia per chi vi accede e sia per chi lo ritiene inaccessibile. Vi saluto con le parole della Didachè (X,6): "Venga la grazia e passi questo mondo!"

Alberto

       


 

 

 

 

Giovanni Franzoni, Autobiografia di un cattolico marginale,

Rubbettino, 2014

 

Dal Cap. VIII, p.143

 

Quarant'anni di esodo in vista della terra promessa?

 

Dopo aver parlato tanto da solo, ho accolto il suggerimento di scrivere le riflessioni conclusive sul mio percorso rispondendo alle domande che mi sento e mi sono sentito rivolgere dalle persone più diverse, e in particolare da quelle della comunità che in tutti questi anni hanno condiviso con me gli eventi.

 

D. Abbiamo letto la narrazione della tua vita quale si è svolta sin qui; ricca di avvenimenti, complessa per le scelte che ti si presentavano e per le prospettive aperte. Ora fermiamoci un momento sulla strada che da quarant'anni percorriamo insieme, volgiamoci indietro prima di riprendere il cammino. Rifaresti quelle scelte? Cosa ti aspettavi che non è accaduto e cosa è accaduto che non ti aspettavi? Quanto la tua vicenda è collegata a quella della Comunità che ti ha accompagnato?

R. Per poter rispondere a questa domanda mi debbo riportare alle condizioni di partenza, cioè al 1973 quando uscimmo dalla Basilica.

Ribadisco, in fase di consuntivo, un concetto sul quale mi sono già soffermato in corso

d'opera, e cioè che in questi quarant'anni si è attenuata la fiducia nei cambiamenti derivanti da processi radicalmente innovativi condotti da movimenti o forze politiche.

Non è che io sia passato a quella che viene detta antipolitica, ma vedo che il nostro sistema democratico ha posto in primo piano il problema di ottenere i consensi attraverso una serie di alleanze e mediazioni. Quello che ne esce è una specie di mescolanza compromissoria che non si può certo chiamare rivoluzione, o almeno cambiamento radicale di quel sistema economico-finanziario che con la globalizzazione si è pure irrobustito. Anche se in certi momenti, rispetto ad alcune iniziative come quelle referendarie, abbiamo ottenuto notevole successo, tuttavia, quando si va a dare forma legislativa alle proposte, ciò che vince è sempre la mediazione condotta avanti dai poteri alti.

Allora, dov'è che si attua il cambiamento? Si attua a mio avviso in una specie di fiume

talvolta sotterraneo per lunghi tratti, costituito dai comportamenti etico- sociali delle

persone che finiscono per imporsi alle istituzioni; si pensi per esempio alle coppie di fatto, alla regolamentazione delle fasi terminali del vivere, ai discorsi filosofico- teologici sul senso della vita, della malattia, della morte, il senso della trasgressione e dei suoi vari sbocchi possibili, ecc; ebbene, in tutti i processi si coglie un cambiamento, non subitaneo, non traumatico, certo ostacolato ma non sopprimibile per la sua ampiezza, operato di fatto dai comportamenti delle persone che si trovano insieme per portare avanti obiettivi comuni.

Comportamenti che parevano assolutamente improponibili, almeno a livello di massa,

soltanto 10 o 15 anni fa, appaiono oggi quasi normali. Prendiamo ad esempio i rapporti sessuali: anche la Chiesa, che è stata sempre molto rigorosa, diventa indulgente, almeno per i comportamenti eterosessuali.

Molti di questi cambiamenti nascono tra i giovani, i quali, se gli si oppongono freni derivanti da principi tradizionali o dogmatici, se la ridono e fanno quello che pare loro opportuno.......

A questo punto quindi nasce un interrogativo: Questi cambiamenti sono tutti in meglio o si va anche verso una inconsapevole banalizzazione dei valori?

 

      

LETTERA APERTA A GIOVANNI FRANZONI

Leggendo il suo libro "Autobiografia di un cattolico marginale"

Editore Rubbettino, 2014, pp. 262, € 16,00

 

ELOGIO DELLA MARGINALITÀ

 

Giovanni carissimo,

semplicemente grazie per la tua "Autobiografia di un cattolico marginale": mi ha riempito di consolazione e di speranza. Il sentimento di gratitudine è personale, ma i motivi che lo suscitano sono di interesse comune: la tua autobiografia è del tutto trasparente  e rende ragione e testimonianza  di quella marginalità che è dimensione tanto sommersa quanto vitale in una chiesa, a cui  possono riferirsi le parole di Mt 23,29-30: "Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: «Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti»". La tua voce non è soltanto mera rievocazione o semplice rivendicazione, ma risuona forte  in un deserto di perbenismo e di autosufficienza che rende impermeabile l'intera chiesa, in cui domina il conformismo e in cui non c'è posto per una qualsiasi dialettica.

         Ecco perché la tua vicenda e la tua testimonianza non devono essere coniugate solo al passato, ma devono aprirci gli occhi sul presente e soprattutto orientare lo sguardo verso il futuro. Quello che tu hai vissuto e quello che ha preso vita intorno a te non sono che la traccia di quella dimensione di marginalità senza cui la chiesa sarebbe un corpo inanimato, magari con una sua collocazione sociale di prestigio ma non più sale o lievito della terra, qualcosa di invisibile che dà sapore e fa crescere.

È proprio questa istanza di fecondazione che tu hai raccolto come consegna dal Concilio ed hai cercato di sperimentare con tutti i crismi per dare vita a quel modo di essere chiesa che non poteva rimanere pronunciamento magisteriale o acquisizione teologica, ma postulava una giusta materializzazione. In questo senso il tuo cammino è emblematico di un'epoca al tempo stesso in cui rimane indicazione di marcia anche oggi: la tua testimonianza ci fa capire che ci troviamo di fronte  al "sommo analogato", e cioè a qualcosa di esemplare e punto di riferimento rispetto a molteplici esperienze e situazioni simili più o meno riuscite o abortite: fino a riproporre a rilanciare la medesima istanza oggi, per uscire criticamente  da situazioni di stallo e di acquiescenza che permangono "nonostante Francesco", preferendo pensare che si tratti di "cose di altri tempi" date ormai per risolte o superate.

Le tue lucide e serene parole rafforzano la mia convinzione sulla necessità di raccogliere l'eredità che potremmo chiamare riduttivamente "delle comunità di base" per un ripensamento critico e dialettico di quell'"aggiornamento" programmatico che sappiamo di dove nasce. Per questo mi riprometto di tornare ad attingere dalle tue memorie per farne tesoro anche per il dibattito attuale, che sembra però non avere interlocutori, tanta appunto è la sicumera di una chiesa trionfante che non si rende conto di quanto sia essa stessa marginale e di quanto disattenda o misconosca chi cerchi di rientrare in quel mondo, che sembrava essere stato  rimesso al suo ordine del giorno. Per il momento mi soffermo su un aspetto particolare, anche perché mi sembra che, tra le tante situazioni critiche del dopo-concilio, la vicenda di S.Paolo sia l'unica o una delle poche che metta a fuoco la questione vita religiosa-Concilio, in genere poco considerata.

Trovo espressa questa problematica in due parole chiave che evochi nel tuo libro, claustrum e forum: e cioè il ruolo di monasteri e conventi in ordine al movimento di riforma che attraversava tutta la chiesa. In sostanza - come scrivi - si trattava di "un più vasto pubblico interessato a fruire della cultura e degli spazi architettonici del claustrum... consentendo ai monaci che lo avessero voluto di porsi come interlocutori tra il claustrum e lo spazio che si chiamava Forum" (p. 50).  E giustamente osservi: "Qui c'è il nucleo di ogni successivo, anche inatteso sviluppo. Parlandone con Paolo VI lo trovai tuttavia tiepido verso l'ipotesi di un'apertura al forum, forse perché lui aveva sperimentato l'uso del claustrum per ritiri con élites religiose e spirituali e voleva che fosse conservato a questo scopo" (ib). E' una ambiguità permanente mai risolta!

Ho colto di preferenza questo punto per una ragione molto semplice: che anche nel nostro caso - mi riferisco a quanto può richiamare il nome Koinonia - siamo partiti da questa precisa istanza, sollecitati come frati domenicani dal clima generale dei primi anni '70, dalla partecipazione alla vicenda dell'Isolotto e anche dall'influsso della comunità di S.Paolo con cui eravamo in contatto attraverso amici, tanto da prendere  parte alla vostra prima assemblea in  via Ostiense. Dicendo chiaramente che per noi l'ipotesi di lavoro claustrum-forum è più che mai aperta, mi permetto di rilevare qualche differenza di percorso o di accentuazione.

Tu, caro Giovanni, sei stato indotto o costretto alla marginalità a partire da responsabilità istituzionali di vertice (dall'alto del Concilio!), sapendola accettare personalmente  e valorizzandola come stile di chiesa. Per noi la marginalità è stata una scelta di fondo iniziale - quasi un avventura -  che ci ha portati a vivere ed operare al di fuori di strutture conventuali e pastorali riconosciute - extra claustra - nella convinzione che avere lo stesso odore del gregge (come viene detto oggi) fosse la condizione primaria per poter condividere il vangelo. Ci siamo mossi al di fuori di qualsiasi ruolo, senza alcuna qualifica e identità, in piena libertà di spirito per quanto sempre sotto squalifica e richiami di esautoramento da parte delle istituzioni di riferimento. Questo però non ci ha impedito di vivere ed agire per quanto "non esistenti", così come non impedisce di andare avanti ora in tutta precarietà ma con la stessa passione nel cuore. In fondo, non si tratta di una scelta, che una istituzione in quanto tale  stenta a condividere senza mettere in discussione se stessa?

In ogni caso, si spiega così come non solo sia mancata una collocazione ecclesiale e pastorale riconosciuta, ma anche il fatto che l'impegno espresso non abbia avuto rilevanza sociale o politica precisa, non per mitmetizzarsi ma per  lasciare che ciascuno traesse liberamente da una comunione vissuta ispirazione e orientamento evangelici, facendo leva sulla maturità e responsabilità di tutti. Non ci siamo lasciati inquadrare in schemi preconfezionati di convalida ufficiale, evitando al tempo stesso di indossare  i panni che questo o quell'altro ti mettevano addosso a proprio piacimento. Si direbbe che la materia prima del nostro lavoro è offerta dai rapporti umani interpersonali, sempre banco di prova di ogni vissuto e di ogni iniziativa a più vasto raggio: in ultima analisi è qui il piano in cui si verifica il senso stesso della vita attiva e associata, là dove "né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano" (Mt 6,20), là dove  ciascuno abbia la sua dignità e sia nella sua pace. Là dove il Padre vede nel segreto! Che è interiorità senza essere intimismo!

La cosa importante, comunque, è  che da punti di partenza diversi ci ritroviamo poi a condividere la stessa condizione di marginalità, non importa appunto se indotta e accettata o se voluta per scelta.  Questa  convergenza  io la sento risuonare nella tua narrazione da tutto l'insieme di una esperienza condivisa, ma trovo che ha la sua espressione chiara nelle pagine 129-131 del libro e soprattutto in queste parole: "Noi dobbiamo lavorare faticosamente per un mondo migliore, ma questo non coincide con la sua effettiva realizzazione. Gesù Cristo non ebbe questa visione: non era un progettualista. Ci chiese: «Credete che quando il figlio dell'uomo tornerà troverà la fede sulla terra?». Ha buttato via la sua vita senza sapere se sarebbe servito. Se fosse stato una persona assennata sarebbe rientrato a Gerusalemme a cavallo e si sarebbe ripresentato dal sommo sacerdote. Gesù non agisce mai politicamente, non è suo interesse farlo. Non è un rivoluzionario, è un sovversivo: urta il potere, ma non ha il concetto del piano quinquennale, degli alleati, delle tattiche. È suo interesse costruire una comunità di fede che riproponga il suo regno" (p.129).

         Una "comunità di fede" è quella che si ritrova  in comunione effettiva nello spazio e nel mondo del credere, prima ancora che come fatto celebrativo e non importa se in maniera visibile o invisibile! E' la sfida che abbiamo davanti e cioè quella di un possibile aggancio di credenti senza chiesa e di una chiesa di praticanti: la fede insomma non più come monopolio ma ponte! E' così che la dimensione di laicità, lo spessore ecumenico, l'attitudine al dialogo non sono più appendici o surrogati dell'esistente, ma si trovano nello stesso DNA di ogni comunità di credenti, ridotta sì ai minimi termini come apparato, ma la cui forza è prima di tutto nella fede del cuore: "chi crede in me; come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva" (Gv 7,38).

Proprio nella marginalità si ritrova quel tesoro della fede che "messa alla prova, molto più preziosa dell'oro - destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco - torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà" (1Pt 1,7). Nessuna deriva spiritualistica o liturgistica, ma realismo estremo di una chiesa che "vive di fede" come ogni giusto e non si sostiene invece con altre forze: ed è di questa sua povertà che può fare ricco il mondo, rimanendo o rimettendosi ai margini!

Scusami, caro Giovanni, se ho approfittato delle tue provocazioni e della tua pazienza per aprirti fraternamente  il mio animo: ma se un po' di quel fuoco che ci ha animato in anni lontani può essere ancora acceso non è per rimpianto o nostalgia ma per condividere tra noi e con gli altri la stessa ansia di Gesù: "Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!" (Lc 12,49).

Grazie ancora della tua testimonianza e del tuo libro, che alimentano questo fuoco!

Alberto B.Simoni op