Martini, uno sguardo che dice

14-12-2014 - Notizie

Martini, uno sguardo che dice

L'ultimo messaggio senza parole

È trascorso un anno. Vale per tutti la legge del primo anno. Dunque anche per chi ha assistito il
cardinale Carlo Maria Martini per l'ultimo tratto di strada che precede il salto. Una legge scritta in
nessun documento, ma reale quanto il sangue che scorre nelle vene, prevede che chi resta trascorra
il tempo sfogliando l'agenda dei ricordi.
Ci si alza, ci si rimette in piedi ogni giorno, con un pensiero di sottofondo costante: «L'anno scorso,
come oggi, è successo questo; stavamo facendo quest'altro; c'è stato questo peggioramento; si è
gioito per questo successo». Mentre agli occhi dei più un calendario ha la forma di scadenze, di
speranze, del futuro, per chi ha perso qualcuno vale la legge del primo anno. Quella per cui un
calendario invece che mandarti avanti ti manda indietro. Come se solo il passato avesse consistenza
ed il presente ne avesse solo in riferimento ad esso. Con lo scadere del primo anniversario tutto
riprende il proprio ordine, riacquista la propria essenza: il passato torna ad essere passato, il
presente ritrova il suo peso, il futuro la propria speranza. La legge del primo anno vale per tutti, non
risparmia nessuno, né il povero con la leggerezza della sua ricchezza, né il ricco con la pesantezza
della sua povertà. Bisogna saper sottomettersi con serenità a questa legge, bisogna obbedirle senza
fare troppe lagne. Se ci si sa sottomettere, essa sa regalare momenti di particolare intensità, talvolta
anche di gioia. Ci si può, per esempio, concentrare su un particolare. Si può sorridere o piangere
ancora su qualcosa di apparentemente insignificante. Lo sguardo, tanto per dirne uno.
Molti degli ospiti del cardinale Carlo Maria Martini erano stupiti di come chi lo assisteva sapeva
intuire da uno sguardo un suo bisogno fisico impellente. La potenza dell'occhio è qualcosa che ogni
essere umano conosce. Anche i ciechi che pure nel loro linguaggio quotidiano usano volentieri
parole legate al campo semantico della vista. Molti però se ne dimenticano con il passare degli anni,
fin quando non succeda che quel modo di comunicare, unico, forte, trafiggente non ritorni ad essere
necessario anche per le cose più comuni. Il lettore potrà chiederlo alla mamma di Omar Turati,
amico del cardinale e affetto da Sla. Potrà chiederlo a Patrizia che ha perso suo padre Dino per la
stessa malattia di Omar qualche mese dopo la morte del cardinale Martini e che lo ha assistito nel
progresso di una paralisi generale rispondendo più alle richieste dei suoi occhi che a quelle delle
corde vocali. Non sarà difficile avere risposte da loro, su come uno sguardo riesca a dire molto di
più, in modo molto più preciso, di qualunque gesto o addirittura di tante parole. Anche gli
adolescenti alle prese con il primo amore sanno di cosa si parla quando si parla di uno sguardo che
dice. Chi assisteva Carlo Maria Martini intuiva da un'occhiata: «Ho sete, portatemi qualcosa di
fresco»; «ho bisogno di andare alla toilette»; da uno sguardo unito a qualche gesto delle mani si
capiva: «Prendimi quel libro che ho appena finito di leggere»; «portami al computer che ho da
lavorare». Non c'è nulla di cui sorprendersi, non c'è nessun motivo di ammirazione in questo.
Datemi qualcuno che ami e capirà ciò che sto dicendo. A chi in questi mesi ha chiesto cosa Martini
abbia lasciato a chi lo ha assistito, ho risposto sempre allo stesso modo: è come se qualcuno ti
scaricasse in giardino un camion di monete d'oro e tu ti rendessi conto che sono talmente tante che
ci vorrà una vita intera per contarne una parte. Ogni giorno il bilancio aumenta e hai la certezza che
non sarai mai in grado di metterle a frutto, di investirle o, banalmente, di spenderle. Domani è il 1°
settembre. Resta ancora qualche foglio al vecchio calendario della vita condivisa con il cardinale
Martini, poi bisogna passare a pagine nuove. Una comunione diversa, una presenza viva, ma senza
l'ausilio dei sensi. Quando l'ausilio dei sensi diventa un ricordo (lo dico con tenerezza per tutte le
persone che in questo anno ho visto dibattersi nel fango della morte), tutte le cronache - anche le
più belle - diventano finalmente Storia. La legge del primo anno, la legge del presente caduto nel
passato, muta. Il presente diventa comunione altra che spinge il futuro.

di don Damiano Modena in "Corriere della Sera" del 31 agosto 2013