OMELIA DI DON MARIO: NATALE 2009

26-12-2009 - Notizie

OMELIA DI DON MARIO: NATALE 2009

"Un decreto" che scompagina la vita di migliaia di persone.
L'ordine arriva anche in un paesino della Galilea, Nazareth: Maria e Giuseppe devono mettersi in viaggio verso Betlemme.

La croce velata, qui davanti noi: troppi, indegnamente se ne vogliono appropriare senza tener conto del perché il Cristo vi è stato inchiodato.

Oggi celebriamo la sua nascita (non importa se la data non corrisponde storicamente: il 25 dicembre è una data convenzionale.

Desidero condividere con voi parrocchiani e amici alcuni pensieri e riflessioni, frutto di preghiera, letture, tenendo conto della realtà di oggi.
E lo faccio leggendo, per usare parole misurate, proprio perché in questi tempi si fanno troppe parole, a sproposito e non sempre vere.

Destinatari del messaggio sono i pastori. Tante sono le interpretazioni date.
Sottolineo alcuni messaggi:
- essi vengono privilegiati da questa primizia di annuncio non tanto perché poveri (come solitamente si pensa e si dice:ci sono purtroppo egoismi, scorrettezze, guerre tra i poveri), quanto perché ritenuti inaffidabili, abituati com'erano a non andar tanto per il sottile nella distinzione tra la loro e l'altrui proprietà.
- inadatti alla testimonianza, come i pubblicani e gli esattori delle tasse, sono, però, credibili per Dio che sceglie i disprezzati e li giudica idonei ad accogliere una straordinaria rivelazione: Dio non richiede credenziali, né affida le Verità che lo riguardano a chi esibisce il certificato di buona condotta. È questo è consolante anche per noi, che non siamo così a posto.
- il messaggio contiene una promessa, indicata da un verbo in movimento:
"troverete". Il trovare presuppone una ricerca, un cammino, un esodo.
Per i pastori si trattò solo di abbandonare i fuochi del bivacco e le capanne erette come riparo dalle intemperie.
Per noi le partenze sono molto più laceranti: ci viene chiesto di abbandonare i recinti delle nostre sicurezze, i calcoli delle nostre prudenze, delle nostre paure, pregiudizi, e perché no? il patrimonio culturale di cui siamo solerti conservatori. E' un viaggio lungo e faticoso.
E non è detto che la meta della nostra ricerca sia un Dio glorioso...
Ci vengono garantiti solo dei segni: un bambino, le fasce, la mangiatoia.
Sono i segni della debolezza, della povertà di Dio: un bambino inerme. Simbolo di chi non può vantare nessuna prestazione.

Ma attenti: la debolezza di Dio, più che assumere le cadenze del moralismo (tale, cioè, da spingerci ad amare i deboli, gli indifesi, i non garantiti, gli extracomunitari), dovrebbe stimolare la riflessione teologica sul perché Dio ha deciso di spiazzare tutti, manifestando la sua gloria nei segni del non-potere, della non-violenza, della povertà.

Le fasce sono simbolo del nascondimento di Dio, velano la sua presenza perché la sua luce non accechi i nostri occhi.

Le ritroveremo nel sepolcro, per terra, quando Lui, il Signore, avrà sconfitto la morte e dichiarato abolite tutte le croci. (stasera la croce è velata anche perché celebriamo la nascita di Colui che vi finì sopra, e il suo messaggio tutt'altro che facile conoscere e da attuare..). Lo considerino quanti vogliono imporre il crocifisso, senza abbracciarne e attuarne la proposta di vita.
Ma da quando Maria le ha utilizzate per la prima volta, suo Figlio non ha mai smesso di riutilizzarle.
Ancora oggi continua a giacere avvolto in fasce.
Se ci mettessimo a "sbendare, le scoperte sarebbero numericamente sconvolgenti e sorprendenti:
migliaia di volti spauriti cui nessuno ha mai sorriso
membra sofferenti che nessuno ha mai accarezzato
lacrime mai asciugate. Solitudini mai riempite
porte a cui nessuno ha mai bussato, rifiutati, respinti...
E si potrebbero continuare all'infinito in un interminabile rosario di sofferenze.
E' qui che Dio nasce e continua a vivere, da clandestino.
A noi il compito di cercarlo, di bazzicare in certi ambienti, non troppo piacevoli, oltre la sacrestia..ma anche fuori dai nostri salotti.

Guardare oltre le fasce, riconoscere un volto, ritrovare l'uomo al di là del colore della pelle (Gesù era ben orientale!), è la missione del cristiano.
Mangiatoia: è simbolo della povertà di tutti i tempi, vertice, insieme alla croce, della carriera rovesciata di Dio, che non trova posto quaggiù.

E' vicino di tenda dei senza-casa, dei senza-patria, di tutti coloro che la nostra durezza di cuore classifica come intrusi, estranei, abusivi.
(E stiamo attenti che le grandi esclusioni hanno origine a partire dalle piccole esclusioni che maturiamo dentro le nostre case, tra parenti, vicini, nelle famiglie ci sono quelli che sembrano darci fastidio, ci limitano, ci irritano..). Partono di qui le grandi esclusioni e i nostri rifiuti.

La mangiatoia dunque è anche il simbolo del nostro rifiuto: "E' venuto nella sua casa, ma i suoi non l'hanno accolto"

La greppia di Betlemme interpella la nostra libertà.
Gesù non compie mai violazioni di domicilio: bussa, chiede ospitalità in punta di piedi.
Possiamo chiudergli la porta in faccia. Possiamo condannarlo alla mangiatoia: che è un atteggiamento gravissimo nei confronti di Dio. Sì, è molto meno grave condannare alla croce, che condannare alla mangiatoia!

Se però gli apriremo con cordialità la nostra casa, il nostro cuore e non rifiuteremo la sua inquietante presenza, ha da offrirci qualcosa di straordinario: il senso della vita, il gusto dell'essenziale, il sapore delle cose semplici, la gioia di vivere la convivialità , la voglia di fare fraternità.
Lui solo può restituire al nostro cuore, indurito dalle amarezze e dalle delusioni, dalle ingiustificate paure, rigoglii di nuova speranza.

Chi intende celebrare il Natale cristiano ha il compito di diffondere serenità, e non paure.
E riprendo un concetto già sviluppato in una delle domeniche di Avvento: la parola letizia (dal latino laetare,) ha la stessa radice di letame.
Il verbo latino significa fecondare, concimare, rendere fertile. Letame è appunto lo strame che rende fertile e ubertosa la terra.
E letizia è quel sentimento di ricchezza interiore che deriva da una vita spirituale intensa, da meditazioni profonde, da letture edificanti e non unilaterali e banali, da un rapporto di amicizia sincera, vera con il Signore.

Ecco allora:
"SE DALLA NOSTRA ADORAZIONE
RIUSCIREMO AD ALZARCI
UN PO' MENO FEROCI,
IL NOSTRO NATALE
SARA' PIU' BUONO E UMANO"
( don Primo Mazzolari).

Mi soffermo sul termine "buono". Gesù, interpellato da un a persona ricca, giovane o adulto non ha importanza, che lo chiama maestro buono, risponde: " Perché mi chiami buono? Dio solo è buono.."

Se accettiamo di appartenere a Dio e di creare comunione autentica con Lui, sapremo, con la sua grazia, diventare giorno dopo giorno, diventare un po'più buoni.
Se usiamo Dio, se strumentalizziamo la religione, il crocifisso, continueremo ad essere feroci, incattiviti, spaventati. Non liberi.
E ovviamente il nostro Natale e la nostra esistenza sarà sempre meno umana.

Grazie a don Tonino Bello, a don Mazzolari, a don Milani (avversati sempre dalla gerarchia) e ai tanti altri profeti, ancora viventi, da cui posso continuamente attingere per me e per voi, pensieri che mi è caro condividere anche questa sera.

E poco fa l'amico don Luigi Ciotti mi ha inviato questo augurio che offro anche a voi:
"La Speranza sta nell'esserci. Nell'assumere le nostre responsabilità. Nella serena tenacia di unire le nostre strade per fare di più e meglio. Speranza che non è attesa passiva di un futuro migliore, ma presente che chiede di essere orientato e accompagnato con scelte coraggiose, gesti concreti, parole credibili. Auguri Luigi.
E' l'augurio che ci facciamo a vicenda perché, con la grazia del Signore, possiamo davvero rendere pìù fecondo e più lieto questo Natale che stiamo celebrando insie4me con letizia.

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