Giubileo: una marcia della misericordia

29-03-2015 - Notizie

 Giubileo: una marcia della misericordia di G.Casale    Redazione Cdbitalia

 

Giuseppe Casale *
Adista Notizie n. 12 del 28/03/2015

L'annuncio di un "anno santo straordinario", che inizierà il prossimo 8 dicembre, a 50 anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II, mi ha sorpreso e, insieme a tristi ricordi e qualche preoccupazione, ha suscitato in me attese e speranze.

I brutti ricordi sono legati alla commistione tra sacro e profano che caratterizzò alcuni momenti del Giubileo del 2000. Le preoccupazioni mi fanno riandare alla spettacolarità di alcune celebrazioni che poco spazio lasciavano a un meditato itinerario penitenziale. Le attese e le speranze sono legate al titolo del prossimo anno giubilare: "Anno santo della misericordia".

Che cosa mi attendo da questa iniziativa di papa Francesco? Che egli senza esitazioni continui a richiamare il popolo di Dio all'impegno fondamentale di aprire il cuore all'amore del Padre, che non è un sentimento vago, ma un essere capaci di condividere l'amore di un Padre che vuole abbracciare tutti i suoi figli, senza alcuna discriminazione, liberandoli dalle oppressioni derivanti sia da inquietudini personali sia da violenze esterne che generano ingiustizia. Perché non c'è vero amore senza giustizia.

Il giubileo deve irrompere nel cuore dell'umanità come grido del Padre che convoca i suoi figli intorno all'unica mensa, imbandita per tutti.

Non deve trattarsi, anzitutto ed esclusivamente, di guadagnare (lucrare, si dice in gergo ecclesiale) un favore spirituale a proprio vantaggio, ma di gustare e vivere la gioia di una misericordia accettata e condivisa nella linea del Giubileo, così come è descritto nel libro del Levitico al capitolo 25.

L'anno santo deve diventare liberazione dalla schiavitù derivante dalle ossessioni del piacere e del possesso e deve aprire il cuore ad andare incontro ai bisogni di tutti. Il pellegrinaggio alle basiliche romane e ai luoghi in cui si potrà celebrare il Giubileo non può diventare una gita o un'evasione. Deve comportare una "uscita" da situazioni in cui quotidianamente giustizia e carità vengono calpestate.

Si può andare a Roma senza confrontarci con quelle moderne "basiliche" dove vivono (meglio, sopravvivono) migliaia di profughi in un clima di violenza, ruberie, stupri, fame? È lo "scarto" cui papa Francesco fa continuo riferimento; e, noi cattolici "per bene", possiamo stare tranquilli di fronte allo scempio della dignità di tanti fratelli e sorelle che abbiamo rinchiuso in moderni lager isolandoli e tenendocene alla larga? Non è l'anno santo un anno di liberazione per questi schiavi di oggi? Invece di opere dispendiose e di abbellimento non possiamo impegnarci a far sparire tutti i campi dove sono ammassati i profughi e a ripulire le periferie romane, perché Roma appaia e sia veramente una città "sacra", non solo per i monumenti che custodisce ma perché difende ciò che vi è di più sacro: la dignità e la libertà dei figli di Dio?

Non è utopia. È possibile. Solo se noi lo vogliamo seriamente. Solo se si renderanno disponibili le migliaia di case vuote e si daranno ai tanti senzatetto, con criteri di giustizia e accompagnando questa azione con iniziative volte a dare a queste persone il lavoro.

Papa Francesco, ne sono sicuro, guiderà questa marcia della misericordia. Con tutti gli uomini e le donne di buona volontà. L'8 dicembre, nel ricordo del Concilio Vaticano II che fu il concilio dei poveri, dovrà far gustare a tutti gli uomini e le donne del nostro tempo la consolazione che viene dalla misericordia del Padre.

* arcivescovo emerito di Foggia Bovino

Perdonanza o Giubileo?   di G.Franzoni    venerdì, 27 marzo 2015

Comunità Cristiane di Base 

Giovanni Franzoni

Il termine "Giubileo" è stato usato per la prima volta da papa Bonifacio VIII nel 1300. Ogni 100, divenuti poi 50 in seguito 25 anni, il papa decise di indire un anno di grazia durante il quale i pellegrini che si recavano a Roma per chiedere perdono dei propri peccati potessero ottenere l'indulgenza plenaria. Era la prosecuzione ideale di una analoga iniziativa promossa appena qualche anno prima da Celestino V, eletto papa nel 1294 in una situazione del tutto eccezionale, quando i cardinali, esponenti del patriziato romano, non riuscendo a trovare da ormai molti mesi un candidato che mediasse tra i loro contrastanti interessi, decisero di chiedere a Pier dal Morrone, un monaco vicino agli spirituali, la corrente rigorista del francescanesimo, la disponibilità a farsi eleggere al soglio pontificio. Divenuto papa con il nome di Celestino V, Pier dal Morrone si accorse ben presto di non riuscire ad esercitare il suo ministero. Decise così di abdicare dopo circa quattro mesi dalla sua incoronazione. Venuto a sapere che il nuovo papa, Benedetto Caetani-Bonifacio VIII, voleva imprigionarlo per tenerlo sotto controllo, fuggì, ma fu poi arrestato dagli emissari dei Caetani, incarcerato a monte Fumone in condizioni terribili e poi trovato morto nel 1296, col sospetto che fosse stato ucciso.

Nei pochi mesi del suo pontificato Celestino V aveva assunto una iniziativa cosiddetta di "Perdonanza", che si pone fuori dalla serie dei giubilei promossi a partire del 1300, e che nasceva da una esigenza reale del popolo di Dio, allora come oggi vessato spiritualmente e materialmente. Con la cosiddetta "Bolla del Perdono", il papa stabiliva infatti che coloro i quali, senza alcuna distinzione (fatto del tutto eccezionale, visto che accadeva in un periodo in cui il perdono era spesso legato alla speculazione e al denaro), fossero entrati nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, a L'Aquila, nell'arco di tempo compreso tra la sera del 28 e quella del 29 agosto (anniversario della sua investitura) di ogni anno, e fossero «veramente pentiti e confessati», avrebbero ottenuto la remissione dei peccati. L'Aquila era la città nella quale Celestino V si era fatto incoronare papa e dalla quale non si era voluto muovere, perché a Roma non si sentiva sicuro. L'Aquila era all'epoca sotto il dominio di Carlo II d'Angiò, acceso sostenitore del pontificato di Celestino. E il 28 settembre 1294 re Carlo, su sollecitazione di Celestino V, emanò un Diploma, col quale perdonava ogni colpa ai "paganisci", cioè agli abitanti di Paganica responsabili delle distruzioni operate contro alcune rocche feudali di proprietà regia ed annullava la relativa multa di 2.000 once d'oro. La decisione passò alla storia come la cosiddetta "Perdonanza laica".

Il giubileo di Bonifacio VIII occultò e tentò anche di cancellare (non riuscendovi) l'intuizione profetica di papa Celestino. Fu papa Paolo VI, molti secoli dopo, a restituire al Giubileo l'idea di riscatto e giustizia sociale, ricordando che le radici bibliche di quella celebrazione risiedono in quel passo del Levitico (25,10) in cui Dio proclama ogni 7 cicli di 7 anni un anno speciale, di grazia e redenzione, nel quale gli ebrei si impegnano a far riposare la terra; a condonare i debiti; a liberare gli schiavi. Lo fece nel 1973, annunciando l'indizione del giubileo del 1975, affermando che quelle radici andavano recuperate e pienamente vissute, seppure in un senso spirituale. Io, che ero sul punto di lasciare il mio incarico di abate di S. Paolo, sostenevo invece - sulla scorta del movimento di liberazione che attraversava tutto il mondo cristiano, specialmente in America Latina ed Africa - che bisognasse vivere anche concretamente il dettato giubilare. E scrissi "La terra è di Dio", in cui sostenevo che il perdono dei peccati non si può "lucrare" con un pellegrinaggio a Roma, ma che ciascuno deve ottenere il perdono e promuovere la pace e la riconciliazione là dove le conquiste, le ingiustizie e le sopraffazioni si sono perpetrate.

Ecco, io ritengo che se oggi papa Francesco con la sua iniziativa sulla Misericordia intenderà ricollegarsi alla profezia celestiniana ed alle più autentiche radici bibliche del giubileo allora la sua potrebbe divenire una nuova Perdonanza, piuttosto che l'ennesimo Giubileo; e spero che Francesco proclami che i luoghi della pacificazione e della restituzione della giustizia siano la Bosnia, i campi profughi di chi fugge dalla Siria o dal Kurdistan, quelli dei palestinesi, i luoghi della Libia dove migliaia di disperati aspettano di poter migrare, la cattedrale di San Salvador dove è morto Romero, ecc., ecc. Se non sarà così, difficilmente questo evento oltrepasserà i confini della consueta kermesse romanocentrica, fatta di business e devozionismo.