Aiutiamoli a casa nostra

07-11-2015 - Notizie

Aiutiamoli a casa nostra   

di Guido Viale www.ilmanifesto.info

Profughi e migranti sono persone che oggi distingue solo chi vorrebbe ributtarne in mare almeno lametà: fanno la stessa strada, salgono sulle stesse imbarcazioni che sanno già destinate ad affondare,hanno attraversato gli stessi deserti, si sono sottratte alle stesse minacce: morte, miseria, fame,schiavitù sanno già che con quel viaggio, che spesso dura anni, mette a rischio la loro vita e la lorointegrità.

Quelli che partono dalla Libia non sono libici: vengono da Siria, Eritrea, Somalia, Nigeria, Niger oaltri paesi subsahariani sconvolti da guerre o dittature. Quelli che partono dalla Turchia perraggiungere un'isola greca o il resto dell'Europa attraversando Bulgaria, Macedonia e Serbia nonsono turchi: sono siriani, afgani, iraniani, iracheni, palestinesi e fuggono tutti per gli stessi motivi.Sono anche di più di quelli che si imbarcano in Libia; ma nessuno ha proposto di invadere laTurchia, o di bombardarne i porti, per bloccare quell'esodo, come si propone di fare in Libia perrisolvere il "problema profughi".

Non si concepisce nient'altro che la guerra per affrontare un problema creato dalla guerra: guerreche l'Europa o i sui Stati membri hanno contribuito a scatenare; o a cui ha assistito compiacente; o acui ha partecipato. Bombardare i porti della Libia, o occuparne la costa per bloccare quell'esodonon è che il rimpianto di Gheddafi: degli affari che si facevano con lui e con il suo petrolio e delcompito di aguzzino di profughi e migranti che gli era stato affidato con trattati, finanziamenti e"assistenze tecniche". Dopo aver però contribuito a disarcionarlo e ad ammazzarlo contando sulfatto che tutto sarebbe filato liscio come e meglio di prima.

Già solo questo abbaglio, insieme agli altri che lo hanno preceduto, seguito o accompagnato - inSiria, in Afghanistan, in Iraq, in Mali o nella Repubblica centroafricana - dovrebbe indurci non soloa diffidare, ma a opporci in ogni modo ai programmi di guerra di chi se ne è reso responsabile.Ma chi propone un intervento militare in Libia, o mette al centro del "problema profughi" la lottaagli scafisti, non sa in realtà che cosa fare. Tra l'altro, bloccare le partenze dalla Libia non farebbeche riversare quel flusso su altri paesi, tra cui la Tunisia, rendendo ancora più instabile la situazione.

Ma soprattutto non dice - e forse non pensa: il pensiero non è il suo forte - che cosa sta proponendoveramente: si tratta di respingere o trattenere quel popolo dolente, di ormai milioni di persone, neideserti che sono una via obbligata della loro fuga, e che hanno già inghiottito più vittime di quantene ha annegato il Mediterraneo; magari appoggiandosi, con il cosiddetto "processo di Khartum", aqualche feroce dittatura subsahariana perché si incarichi lei di farle scomparire. E' il risvoltomicidiale, ma già in atto, dell'ipocrisia dietro a cui si riparano i nemici dei profughi: "aiutiamoli acasa loro".

Invece bisogna aiutarli a casa nostra, in una casa comune da costruire con loro. Non c'è altraalternativa al loro sterminio, diretto o per interposta dittatura. Bisogna innanzitutto smettere disottovalutare il problema, come fanno quasi tutte le forze di sinistra, e in parte anche la chiesa,sperando così di neutralizzare l'allarmismo di cui si alimentano le destre. Certo, 50.000 profughi(quanti ne sono rimasti di tutti quelli sbarcati l'anno scorso in Italia) su 60 milioni di abitanti, o500mila (quanti hanno raggiunto l'anno scorso l'Unione Europea) su 500 milioni di abitanti nonsono molti. Ma come si vede, soprattutto per il modo in cui vengono maltrattati, sono sufficienti acreare insofferenze insostenibili.

Ma i profughi di questo e degli ultimi anni sono solo l'avanguardia degli altri milioni stipati neicampi del Medioriente o in arrivo lungo le rotte desertiche dai paesi subsahariani: che non possonorestare dove sono. Vogliono raggiungere l'Europa e in qualche modo si sentono già cittadinieuropei, anche se sanno di non essere graditi e desiderano tornare a casa quando se nepresenteranno le condizioni.

L'Unione europea in mano all'alta finanza e agli interessi commerciali del grande capitale tedescoha concentrato le sue politiche nel far quadrare i bilanci degli Stati membri a spese delle loropopolazioni e nel garantire il salvataggio delle sue grandi banche. Così, anno dopo anno, hapermesso o concorso a far sì che ai suoi confini si creassero situazioni di guerra e di caospermanenti, di dissoluzione dei poteri statali, di conflitti per bande di cui l'ondata di profughi e dimigranti è la più diretta conseguenza.

Non saranno altre guerre, e meno che mai i respingimenti, a mettere fine a uno stato di cose chel'Unione non riesce più a governare né dentro né fuori i suoi confini. A riprendere le fila di queiconflitti, e del conflitto che si sta acuendo per gli sbarchi e gli arrivi, non può che essere un nuovoprotagonismo di quelle persone in fuga: le uniche che possono definire e sostenere una prospettivadi pace nei paesi da cui sono fuggiti. Ma questo, solo se saranno messe in condizione diorganizzarsi e di contare come interlocutori principali, insieme ai loro connazionali già insediati sulsuolo europeo e a tutti i nativi europei che sono disposti ad accoglierli e ad alleviare le lorosofferenze; e che sono ancora tanti anche se i media non vi dedicano alcuna attenzione.

Dobbiamo "accoglierli tutti", come raccomandava più di un anno fa Luigi Manconi; dare a tutti diche vivere: cibo, un tetto, la possibilità di autogestire la propria vita, di andare a scuola, di curarsi,di lavorare, di guadagnare. Ma non sono troppi, in un paese e in un continente che non riesce agarantire queste cose, e soprattutto lavoro e reddito, ai suoi cittadini? Sono troppi per le politiche diausterity in vigore nell'Unione e imposte a tutti i paesi membri; quelle politiche che non riescono agarantire queste cose a una quota crescente dei loro cittadini e che in questo modo scatenano la"guerra tra poveri".

Ma non sono troppi rispetto a quella che potrebbe ancora essere la più forte economia del mondo, sesolo investisse, non per salvare le banche e alimentare le loro speculazioni, ma per dare lavoro atutti e riconvertire, nei tempi necessari per evitare un disastro planetario irreversibile, il suoapparato produttivo e le sue politiche in direzione della sostenibilità ambientale. Il lavoro, se benorientato, è ricchezza. D'altronde l'alternativa a una svolta del genere non è la perpetuazione di unostatus quo già ora insopportabile, ma lo sterminio ai confini dell'Unione e la vittoria, al suo interno,delle organizzazioni razziste che crescono indicando il nemico da combattere nei profughi e in tuttigli immigrati. E se non proprio di quelle organizzazioni, certamente delle loro politiche fatte proprieda tutte le altre forze politiche.

Così il "problema dei profughi", non previsto e non affrontato dalla governance dell'Unione, perchénon ha né posto né soluzione nel quadro delle sue politiche attuali, può diventare una leva perscardinarle per sostituirle con un grande piano per creare lavoro per tutti e per realizzare laconversione ecologica dell'economia: due obiettivi che in una prospettiva di invarianza del quadroattuale non hanno alcuna possibilità di essere raggiunti. E' a noi italiani, e ai greci, che tocca dareinizio a questo movimento. Perché siamo i più esposti: le vittime designate del disinteresse europeo.