In primo piano

 

L’iniziativa “Una Chiesa a più voci”, lanciata nel 2007 nel corso dei lavori di ristrutturazione della chiesa parrocchiale, ha finora realizzato centinaia di serate e diverse domeniche con la presenza di relatori qualificati, con toccanti testimonianze di vita e temi anche scottanti, suscitando solitamente grande interesse e qualche prevedibile dissenso. Incontri stimolanti, arricchenti e apprezzati da quanti, liberamente e responsabilmente, hanno partecipato e ci chiedono di continuare ad offrire nuove opportunità di ascolto per approfondire, conoscere, confrontarsi sui diversi argomenti, problematiche e proposte che interpellano credenti e non credenti, in uno spirito di rispetto per le singole sensibilità e cammini di crescita umana e spirituale, in un contesto di Chiesa e di società sempre in continua evoluzione.

Ostinati e convinti sostenitori del Concilio vaticano II e delle sue grandi aperture e innovazioni pastorali, leggeremo e ci confronteremo attentamente,  consapevoli che siamo chiamati al servizio del vangelo e non viceversa. Qualcosa che è possibile e necessario fare anche quando non ci fossero spazi istituzionali e parrocchiali disponibili.

Nel sito www.unachiesaapiuvoci.it troverete prossimamente le date delle serate in calendario per il mese di settembre e ottobre. E aggiornamenti con articoli e riflessioni sull’attualità.


Che sia per tutti un autunno ricco di colori e di testimoni capaci di coinvolgerci nel lento ma entusiasmante cammino di una sinodalità a tutto campo, per una Chiesa sempre più credibile e profetica.


"Il valore di una persona non dipende più dal ruolo che ricopre, dal successo che ha, dal lavoro che svolge, dai soldi in banca; no, no, non dipende da quello; la grandezza e la riuscita, agli occhi di Dio, hanno un metro diverso: si misurano sul servizio. Non su quello che si ha, ma su quello che si dà. Vuoi primeggiare? Servi. Questa è la strada".

               papa Francesco, Angelus del 19.9.202


  

XXV DOMENICA  ANNO B con preghiera dei piccoli

Marco 9, 30-37

 «Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: “Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. 32Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. 33Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. 34Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. 35Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti”. 36E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: 37”Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”».

 

La voglia di vincere, di primeggiare, di “contare” e di essere considerato “il più grande” è così fortemente radicata nel cuore umano, che non basta “ascoltare” qualche pagina di Vangelo per sradicarla dalla propria mente e dal proprio stile di vita.

Per questo Gesù “non voleva che alcuno lo sapesse” (del suo arrivo in Galilea): perché quasi tutti lo cercano per la fama che sta raggiungendo, per vederlo da vicino e perché ognuno spera che la sua autorità gli possa dare un po’ di prestigio e recare qualche vantaggio personale. Anche i “suoi” sono caduti nella trappola del voler sfruttare Gesù per “contare di più”. Lo ascoltano, lo assecondano e lo seguono nel suo spostarsi, ma quando pensano che Lui sia distante o distratto discutono tra loro “su chi è il più grande” e – dunque – su chi avrà, nel nuovo Regno, più prestigio e più potere.

Gesù conosce il loro cuore e non ha bisogno di “sentire” tutti i loro discorsi per prendere coscienza che sono alle prese con le ambizioni che avvelenano la vita. E si noti la finezza: Gesù si siede (come un vero Maestro) e riprende il suo insegnare senza scoraggiarsi. Per spiegare loro che la gioia del vivere non è data dall’avere tante cose o dal guadagnare tanto, ma dal servire chi è al fondo della fila e dall’aprirsi con generosità e coraggio alla solidarietà e alla giustizia che si completa nell’amore.

Ho ancora in mente il colloquio avuto ai primi di luglio con un giovane alle prese con fine della sua scuola superiore. Voleva da me un consiglio circa gli studi universitari. Era lucido su che non voleva “studiare” (materie troppo legate all’area scientifica), ma non sapeva verso quale piano di studi indirizzarsi. “Che cosa ti consigliano i tuoi genitori?”, ho prudenzialmente domandato. E la sua risposta è stata un po’ spenta: “Loro non sono in grado di aiutarmi. Dicono che mi pagano le tasse universitarie, ma per il resto devo decidere io; Ma poi hanno aggiunto: “Cerca però un indirizzo che ti dia subito possibilità di lavorare e di guadagnare tanto”. So molto bene che siamo nel pieno della norma educativa che viene offerta – ai nostri giovani – dalla media delle nostre famiglie. Nonostante lo sappia, però, continuo a restare spiazzato da questi ragionamenti. Anche perché so molto bene che “studiare” solo per cercare lavoro e per guadagnare tanto non “riempie” la vita.

Lo studio serve per allargare cuore e mente e per imparare ad amare di più, meglio e con più competenza. L’Università è scuola che aumenta le “conoscenze” personali, ma per consegnare, a chi studia nelle sue aule, l’identità di un cittadino residente nella “casa comune universale”. Decisamente più ampia del piccolo “io” del singolo studente (proprio come dice la parola: Università è scuola che immette nell’universalità dell’essere umano).

Avrei voluto dire a quel ragazzo che si studia non per guadagnare tanto, ma per fare bene un servizio grande a chi nel bisogno. Medico, ingegnere, economista, docente, architetto o avvocato sono titoli connotati dalla forte dimensione del servizio a chi ha bisogno di cure, di sicurezza abitativa o stradale, di servizi contabili, di docenti competenti e autorevoli, di legalità capace di difendere il debole. E chi svolge bene questi “servizi” entra nella gioia.

Il Vangelo di questa domenica ci restituisce il coraggio di insegnare ai nostri giovani la vera strada della libertà e della felicità. Abbiamo perso la forza di dire queste cose (e forse non le pensiamo più nemmeno noi adulti) e sperimentiamo delle forme di pudore a proporre, a chi cresce, l’attenzione a chi è al fondo della fila. Il “prima i nostri” è entrato anche nelle nostre case e – per i nostri figli – diventa quasi il solo programma che si segue.

Gesù è però chiaro. Portare gli ultimi al centro della vita significa uscire dalla propria autoreferenzialità; capire che la verità dei nostri giorni si trova fissando il più piccolo e non se stessi (e i propri sogni di gloria) e – soprattutto – vuole dire iniziare quel cammino di leggerezza e di libertà interiore che solo i bambini sperimentano. Per questo Gesù ha proposto il “bambino” da accogliere come modello di vita. Perché in quel preciso crocevia si trova la gioia che sempre cerchiamo. Avrei voluto domandare, al mio giovane interlocutore: “C’è qualcuno che ti ricorda la vita (vera) va oltre il denaro, il sesso e la carriera attraversata per se stessi o il sogno di diventare famoso?”.

Forse l’ho anche fatto. Ma sono abbastanza certo che una “voce” non basta a convincere chi cresce a vivere bene questa scadenza. Ci vuole tutto un “villaggio” per convincere un giovane a orientare la vita nella giusta direzione. Buona settimana.

 

Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                  è appena iniziata la scuola e in classe abbiamo già litigato. E sai perché? Per i posti che la maestra ci ha dato.

Ognuno di noi voleva il posto vicino alla cattedra. E così lei ha deciso che per adesso quel banco resta vuoto. Lo darà a turno a chi ne ha più bisogno.

A Messa quando ho ascoltato che i tuoi discepoli “discutono in strada su chi è il più grande” ho pensato alla mia classe.

Mi sono detto: sono come noi (oppure noi siamo come loro).

Gesù non so perché vogliamo tutti sempre comandare, essere i primi o i più importanti.

Gesù, aiutami a capire che “Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti”.

Anche Tu sei Maestro, Gesù.

Insegnaci a capire e a vivere come Tu ci hai detto.

E aiuta anche la nostra maestra.

Grazie, Gesù.

 

 CREDO DI ST. JACQUES (don Michele Do)

Credo in un solo Dio che è Padre
fonte sorgiva di ogni vita, di ogni bellezza, di ogni bontà.
Da Lui vengono e a Lui ascendono tutte le cose.
Credo in Gesù Cristo, figlio di Dio e figlio dell’uomo,
immagine visibile e trasparente dell’invisibile volto di Dio,
immagine alta e pura del volto dell’uomo
così come lo ha sognato il cuore di Dio.

Credo nello Spirito Santo,
che vive ed opera nelle profondità del nostro cuore
e di ogni creatura,
per trasformarci tutti ad immagine di Cristo.
Credo che da questa fede fluiscono
le realtà più essenziali e irrinunciabili della nostra vita:
la comunione dei santi e delle cose sante, che è la vera chiesa,
la buona novella del perdono dei peccati,
la fede nella Risurrezione, che ci dona la speranza
che nulla va perduto della nostra vita:
nessun frammento di bontà e di bellezza,
nessun sacrificio per quanto nascosto ed ignorato,
nessuna lacrima e nessuna amicizia. Amen!

AL SEGNO DELLA PACE

Donaci o Signore non la pace facile dei giorni sereni e felici, 
di quando le cose vanno bene, ma quell'altra difficile,
costosa e stigmatizzata pace, di chi in ogni ora della sua vita,
davanti all'impossibile ed all'incomprensibile, 
trova in sè il coraggio e la forza di posare il capo sulle ginocchia di Dio.

PENSA AGLI ALTRI
Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
 Mentre combatti le tue guerre, pensa agli altri, 
non dimenticare coloro che reclamano la pace.
 Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri, 
coloro che sorseggiano le nuvole.
 Mentre torni a casa, casa tua, pensa agli altri, 
non dimenticare il popolo delle tende.
 Mentre conti le stelle per addormentarti, pensa agli altri
che hanno perso il diritto di parlare.
Mentre pensi agli altri lontani, pensa a te stesso, dì:
magari fossi una candela nelle tenebre!

(Mahmud Darwish, la voce più nota della letteratura palestinese, da Qualevita 158)

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LA CITTÀ DI SOTTO

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